Capracotta 1888-1937: Lucia di Milione, i doni della natura (anni ’30)

Il seguente testo è stato estratto dal volume “Capracotta 1888-1937: cinquant’anni di storia cittadina nelle foto del Cav. Giovanni Paglione”. Chiunque sia interessato alla pubblicazione, può contattare la nostra Associazione via e-mail: amicidicapracotta@yahoo.it

In questa foto la prima seduta da sinistra è Lucia de Renzis (detta de Milione perché il padre era un omone); la terza seduta da sinistra è la sorella Irene e, dietro di loro, vi è un gruppo di donne adolescenti. Lucia è ancora oggi ricordata perché per contribuire a far entrare un po’ di denaro in casa, animata da un amore infinito per la natura e la libertà, si inventò l’attività di raccoglitrice di erbe, bacche, funghi, rami secchi. Mentre per tante donne contadine e non, la raccolta era una modesta integrazione all’autosufficienza alimentare e all’economia della famiglia, per lei diventò la fonte principale di reddito. La sorella Irene di tre anni più giovane (nata nel 1893), sposata a Monteferrante, dopo la morte dell’unico figlio di otto anni e la partenza del marito per l’America in cerca di fortuna, tornò a vivere in famiglia.
Lucia viveva in simbiosi con il territorio, partiva la mattina e sapeva dove recarsi, tempo permettendo, per raccogliere in quantità erbe spontanee, alcune per uso alimentare come casselle ( cicorie e tarassaco), vocca rusce (buon enrico, spinacio selvatico), tiann (picris) e cascigne (sonchus), altre per uso medicinale come cambomilla (camomilla usata per rilassare e favorire il sonno), cuoppe (usato calmare la tosse), fenocchiara (achillea millefoglie usata soprattutto per stimolare l’appetito), malva (usata per lenire dolori di stomaco), plier (origano usato per insaporire i cibi e tonico ricostituente), iesubberda (mentuccia per insaporire pietanze).
Oltre alle erbe selvatiche, in base alle stagioni raccoglieva fragoline di bosco, lamponi, ravascini (uva spina), mericula (more), vellane (nocciole), funghi di prato (spenaruole e cappelluce), di bosco (allucce e fugne d’abite), ciammariche (lumache). Quando proprio non aveva di che raccogliere andava per céppe (fascine di rami secchi che, in testa, trasportava a Capracotta). Metteva molti prodotti nel suo fazzolettone e i frutti di bosco nei “cuccarieglie” (barattoli di latta dei pomodori). Poi, facendo anche diversi chilometri al giorno, rientrava nel tardo pomeriggio in paese colma di questo ben di Dio. Ripeteva: «La Robba è d’ Dio e d’ chi ze la magna» (I frutti della natura sono di Dio, di chi li raccoglie e di chi li mangia). Le donne con i bambini scendevano in strada a comprare per pochi soldi i suoi preziosi alimenti; con il vicinato, invece, li barattava. La sorella, che spesso la accompagnava, puliva soprattutto i funghi e li sistemava in un piatto che diventava unità di peso-misura e che vendeva. Irene durante la giornata, se non accompagnava Lucia, o lavorava da bracciante saltuaria oppure andava a fare pulizie in casa dei possidenti; entrambe d’inverno lavoravano la lana locale per confezionare calze e calzettoni, guanti, berretti, mantelline che vendevano o barattavano. Irene era chiacchierona, bonaria, discreta. Lucia era fiera di sé, sempre a testa alta, di poche parole, con un tono di voce fermo, saggio e sicuro: emanava una forza e energia enorme. Lo stare in mezzo alla natura le dava gioia, coraggio, libertà. Era il suo primo nutrimento e ne condivideva i frutti con tutta la sua comunità.

Antonio D’Andrea