«S’ qualcun’ l’ara accid’ a quiss, quir’ so Ji ! Però ueà a chi me re tòcca»

Taverna di Cerrosecco, Ripabottoni, anni Trenta del secolo scorso: una bella struttura in pietra lavorata sulle ultime balze molisane prima della grande pianura pugliese del Tavoliere, al centro della via della transumanza e del piccolo commercio, posto di ristoro dei viandanti e dei loro cavalli. Un incontro casuale alla taverna, non voluto dai protagonisti, Sebastiano Paglione detto Lione e Costantino Carnevale detto Cardiglie. Un’unica frase. Pochi ma naturali i colori della scena: due omoni pieni di forza e di lavoro, trasportatori e venditori dei loro carboni, in bilico tra i livori della concorrenza spietata “di mestiere” e il solidissimo, fraterno legame di appartenenza alla grande comunità di Capracotta.

Scendeva verso la pianura l’uno, carico dei suoi sacchi di carboni e di speranza sulla  buona  vendita; risaliva l’altro verso casa, felice per i prodotti di pianura barattati e già sistemati sul carretto, poi anche per quel bel gruzzolo di danaro… Ecco “Cerrosecco”, la sosta alla fatica e ai pensieri, una bella mangiata per entrambi. Ma l’incontro, la concomitanza!!! Tra loro neanche quattro passi di distanza mentre “parcheggiano” i loro grandi carretti davanti la stalla e mentre sistemano i cavalli a mangiatoia: era stato impossibile non vedersi, non riconoscersi, eppure si erano fieramente ignorati, nessun cenno; ma ciascuno dei due avvertiva la spiacevole presenza dell’altro.

Ormai sera, nel grande stanzone della taverna,seduti a due tavoli, i più lontani fra loro, stavano mangiando “un ben di Dio”, se pur proporzionato alla loro mole, quando, come entrerebbe  un fulmine, una masnada irrompe. Erano in cinque i malviventi. Veloci e consapevoli assaltano il carrettiere in possesso del gruzzolo. Lui si difende e contrattacca dando botte da orbi: dalla loro parte la forza del gruppo, che sta per sovrastarlo. L’altro carrettiere continua a mangiare e pare tranquillo e disinteressato. Stava cedendo il carrettiere sotto i troppi colpi della masnada;ed  ecco  nella mischia due altre grosse mani, forti come le zampe di un orso, lì a picchiare i malfattori; poi la …”frase”: «Levatv’  da ess!   S’ qualcun’  l’ara accid’  a quiss, quir’  so Ji ! Però ueà a chi me re tòcca!» (Levatevi da mezzo! Io quest’uomo lo devo uccidere! Però guai a chi me lo tocca!).

La masnada si dilegua malconcia e senza il bottino.

 

Ferdinando D’Alena