Capracotta e la transumanza

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Pastori a Capracotta. Inizi Novecento. Foto: Cav. Giovanni Paglione

La transumanza è patrimonio culturale dell’Unesco. Lo ha deciso ieri il Comitato intergovernativo riunito a Bogotà in Colombia. Il riconoscimento riguarda tutta l’Italia, dalle Alpi al Tavoliere: dal Trentino Alto Adige fino alla Basilicata passando per attuali luoghi simbolici della transumanza molto vicini geograficamente o storicamente alla nostra cittadina come Frosolone (Isernia), Pescocostanzo (L’Aquila) e San Marco in Lamis (Foggia). Anche Capracotta, infatti, ha ricoperto un ruolo centrale in passato, e per secoli, nel sistema della migrazione stagionale degli armenti dai monti verso l’ampia pianura pugliese. Ne ricostruiamo la storia e le vicende capracottesi legate a questa antichissima tradizione socio-economica.

Cenni storici e sviluppo della transumanza

La transumanza consisteva nella migrazione stagionale delle greggi , delle mandrie e dei pastori, che si spostavano dalle varie località, in Puglia, sul Tavoliere, nel periodo autunnale e rientravano nei propri paesi nella primavera inoltrata. Per raggiungere la Puglia vi erano i cosiddetti “tratturi”, vere e proprie autostrade dell’epoca. Già nel IV secolo a.C. nel Sannio, proprio sulla via che poi diventerà il tratturo Pescasseroli  – Candela, si organizzò un “foro commerciale”, dotato di servizi di accoglienza e  di  ristoro:  un “autogrill” ante-  litteram. Questo luogo di riposo venne trasformato dai Romani in una città  fortificata:  Saepinum,  oggi Sepino (CB). Nel “De re rustica” di Varrone, già si parla di questa migrazione annuale delle greggi. Con il crollo dell’Impero Romano e fino al Medioevo, sia per la scarsa stabilità politica, sia per l’insicurezza dei luoghi, sia per l’incertezza delle leggi, la pratica della transumanza, viene man mano a diminuire, tanto che non si hanno notizie precise in questi periodi storici al riguardo.

Dopo il Mille si ha una ripresa dovuta alla protezione ricevuta sotto Normanni, Svevi e Angioini, anche perché la Corona era proprietaria di un vastissimo patrimonio fondiario in Puglia, da mettere a frutto con l’affitto dei terreni per il pascolo delle greggi. Alfonso 1° d’Aragona, detto il Magnanimo, nel 1447 istituisce la “Dogana della Mena delle pecore”, inizialmente a Lucera, per poi trasferirla, pochi anni dopo a Foggia. Compito prioritario della Dogana era quello di curare l’esazione del prezzo dei pascoli: la fida. Primo doganiere fu il catalano Francesco Montluber.

Le  terre  del  Tavoliere  vennero  inizialmente  divise  in porzioni  dette “locazioni” (23 in tutto) e “locati” erano coloro che fruivano dei terreni a pascolo. Il pagamento dell’affitto di questi terreni avveniva con la “professazione”: ogni  possessore  di pecore, professava, cioè rivelava in un determinato giorno, il numero delle greggi, i terreni migliori erano riservati  a chi ne possedeva il maggior numero. Era obbligato alla transumanza chiunque possedesse più di 20 pecore e gli allevatori erano distinti in: piccoli se possedevano fino a 200 pecore, medi da 200 a 2.000 e grandi oltre i 2.000 capi. All’obbligo fiscale corrispondeva la garanzia di transiti sicuri, erbaggi sufficienti, difesa assicurata da un foro particolare affidato al Doganiere, nonché lo smercio garantito dei prodotti legati alla pastorizia (latte, formaggi e lana). La lana prodotta dalle pecore veniva riposta (“infondacata”) nei capienti magazzini di Foggia, previa pesatura dei regi pesatori di Aquila, Sulmona e Castel di Sangro, per essere estratta (“sfondacata”) durante la grande fiera di maggio.  Il rientro a casa avveniva tramite punti obbligati: i “passi”, dopo aver esibito al personale· della dogana il documento  (la “passata”), comprovante l’avvenuto pagamento della fida.

Nel 1788 si cambiò sistema di tassazione: l’affitto era sessennale (si pagava per sei anni), per poi passare all’enfiteusi (diritto reale su un fondo altrui che attribuisce al titolare, l’enfiteuta, gli stessi diritti del proprietario,  con l’obbligo di migliorarlo e pagare un canone al proprietario). Nel 1806 con  l’arrivo dei Francesi, si abolisce la Dogana e si commercializzano le terre, assegnandole di preferenza  a coloro che già le utilizzavano. D’ora  in poi  e  fino  al  1865, quelli  che erano  chiamati  “locati” prenderanno  il nome di “censuari”, dai contratti di censuazione.

Con la Restaurazione, la pressione fiscale divenne insopportabile, e questa insieme all’andamento negativo, ripetuto per diverse annate consecutive, sia per le colture, sia per il bestiame, portò ad una continua e inesorabile diminuzione nell’afflusso delle greggi e del numero dei pastori. Gli archivi di riferimento per le ricerche sulla transumanza e tutto ciò che è ad essa correlato, sono l’Archivio di Stato di Foggia, e la Sezione distaccata di Lucera.

Il tratturo Celano - Foggia all'altezza di Salcito (Cb)
Il tratturo Celano – Foggia all’altezza di Salcito (Cb)

Struttura, composizione e notizie sui tratturi

L’intera rete dei tratturi superava i 3.000 Km di estensione, abbracciava ben 5 regioni: Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata e Puglia. La suddivisione delle arterie di transito era costituita da: Tratturi -Tratturelli -Bracci.

Nel  periodi  di maggior  sviluppo  della transumanza  erano utilizzabili  14 tratturi,  70 tratturelli,  14 bracci e 9 posizioni di riposo. I tratturi erano uniti trasversalmente dai bracci, i tratturelli collegavano i tratturi con le poste. Il Tavoliere era diviso in locazioni, le poste erano un’ulteriore ripartizione delle locazioni. Le poste comprendevano una parte piana, il “quadrone”, dove trovavano riparo gli armenti (iazzo) e uno spazio destinato alla lavorazione dei prodotti pastorali (aia).

Nel periodo aragonese il tratturo più grande era il cosiddetto “Tratturo del Re” di 243 km, largo fino a 111,6 metri, che collegava L’Aquila a Foggia. Ai lati dei tratturi, onde evitare discussioni con i proprietari confinanti, erano posti i cosiddetti “limiti”, costituiti da pietre piantate nel terreno con un numero progressivo e con la sigla “RT”. Regio Tratturo. Nei tratturi  più  grandi,  nel mezzo,  era costruita una via  lastricata per permettere  alle carrozze  di viaggiare  più comodamente.

Francobollo della transumanza

Il francobollo del valore di Euro 0,45, raccolto in un foglietto, è stato  emesso  da Poste Italiane in data 8/5/2004, con una tiratura complessiva di 3.500.000 esemplari. Nel foglietto è raffigurato un gregge di pecore con sullo sfondo il Comune di Castel del Monte, in provincia dell’Aquila e viene evidenziato  il percorso del Tratturo Magno o Tratturo del Re, che univa L’Aquila a Foggia e che con i suoi 244 km., è stato il più esteso dei tratturi italiani.

Molise e Capracotta

Sono più di 70 i Comuni molisani nati sulle antiche direttrici (tratturi -tratturelli) compresi i comuni di Boiano, Campobasso e Isernia. I sei tratturi posti tra la costa adriatica e le falde del Matese, ed i numerosi  tratturelli trasversali  in senso est- ovest, costituivano un modello viario che copriva tutto il territorio. Il tratturello più importante in ambito molisano era il Castel del Giuduce-Sprondasino­ Pescolanciano, che collegava i tratturi Ateleta-Biferno, Celano-Foggia e Castel di Sangro- Lucera.

Nella documentazione archivistica superstite, relativa al 1600 e 1700, tra le località molisane con il più cospicuo numero di armenti, per il 1600 il primato spetta a Capracotta, nel 1700 a Frosolone. Molti erano anche i nobili tra i maggiori locati della Dogana: tra essi anche i Duchi di Capracotta.

La Madonna di Loreto era tra le più cospicue proprietarie e tra le altre erano presenti anche le cappelle capracottesi di SS. Corpo di Cristo, il Sacramento e il Suffragio. Capracotta nel periodo tra il 1670 e 1700 era tra le prime città di origine dei venditori di lana alla fiera di Foggia: nel 1670 (con 11 venditori e 2.111 rubbi di lana) è al quarto posto, nel  1685 è al settimo posto con 7 venditori e 2.325 rubbi di lana. Sempre nel 1685 tra  i primi   10 venditori  di lana, al nono posto  è presente  Leone  D’Andrea di  Capracotta  con 693 rubbi. Capracotta fu anche una delle prime come numero di censuari (Falcone, Di Rienzo, Conti, Di Ciò, Castiglione, Campanelli e Cappella della Madonna di Loreto). Queste famiglie univano al benessere  economico,  una  certa  distinzione  sociale  ed  erano composte da individui con un elevato grado di cultura.

Capracotta e Canosa

A Canosa c’erano quasi solo pastori capracottesi: come tutti, i pastori si “incasavano” in diverse locazioni ordinarie. La locazione di Canosa, con le poste di Postapiana, Bosco da Capo, Bosco da Piedi, Mezzatnesa, accoglieva quasi tutti i pastori di Capracotta.

Nell’anno 1600 affrontarono la transumanza 27.500 pecore di locati capracottesi: l’anno dopo nella Numerazione dei Fuochi, a Capracotta si registravano 164 fuochi, cioè circa 900 abitanti: poiché in media un addetto alla transumanza (butteri, pastori, massari e garzoni) accudiva cento pecore, a Capracotta c’erano 275 abitanti, quasi un terzo della popolazione che viveva di pastorizia. Se poi includiamo anche le famiglie di locati e gli artigiani collegati alla pastorizia, come fabbri, funari, calderari, sarti, calzolai e bastai, la transumanza dava da vivere a Capracotta come a tanti altri paesi.

Da non dimenticare una tradizione, che si fa risalire proprio alla transumanza e cioè quella che oggi viene definita la “Sagra della Pezzata”, che da oltre 50 anni si tiene nel pianoro di Prato Gentile, e che col tempo è diventata una delle prime dieci sagre tipiche italiane. Durante il tragitto da Capracotta in Puglia,  accadeva che qualche pecora finisse in un burrone o si azzoppasse: veniva quindi “depezzata” e diventava il lauto pasto della comitiva. Veniva cotta a fuoco lento, con l’aggiunta di quello si aveva appresso o era di facile reperimento (patate, pomodori, qualche spezia, un  po’ di sale), veniva preparata e mangiata.

I pastori di Capracotta che morivano lontano da casa

Nel 1602 l’Università di Capracotta (così si chiamava all’epoca il Comune), stipulò un accordo con i Priori di S. Maria del Carmine di Canosa: tale accordo garantiva la sepoltura dei capracottesi addetti alla transumanza, nella cappella di S. Sebastiano Martire e ogni primo lunedì del mese veniva cantato il “libera me Domine”. Fu pattuito un compenso di 30 carlini annui a carico dell’Università di Capracotta ed una lapide sepolcrale fu posta in questa cappella per fissare i termini di questo contratto.

Nel 1757, dopo oltre 150 anni dall’inizio di questa bella tradizione, il sindaco dell’Università di Capracotta non volle versare questa somma ed i Priori di Canosa, oltre a richiedere quanto a suo tempo pattuito, vollero anche un  contributo per le suppellettili per le celebrazioni e fecero richiesta di un nuovo e, per loro, di un più vantaggioso contratto.

Non se ne fece niente e da allora non si hanno più notizie continuative e certe sulle sepolture dei paesani. Sarebbe interessante visionare i libri dei morti ove sono presenti i capracottesi lì seppelliti. La lapide non è più presente nella chiesa, diventata oggi Parrocchia e intitolata alla Beata Vergine del Carmelo.

Paolo Trotta

 

Per scrivere questa piccola memoria, si è fatto ricorso alle seguenti fonti:

Libro:

“Il Molise e la Transumanza” di P. DI CICCO- Cosmo Iannone Editore- 1997

Articoli:

“Da Capracotta a Canosa”- Voria – Anno 3o no 2 -Dicembre 2009

Tratturi -Pro Molise -” Il Molise a portata di click” – 2011

“Capracottesi a Canosa”- Domenico Di Nucci- Canosaviva- 30/10/2013