Lavori primaverili nei campi di Capracotta

Pochi ricchi e possidenti, il clero, gli intellettuali e tanti contadini, agricoltori, pastori, vaccari e artigiani formavano la popolazione di Capracotta; le classi agiate vivevano di rendita in grossi palazzi; gli altri affrontavano quotidianamente dure fatiche, coltivando terre che, pur se poco produttive per via dell’altitudine, davano comunque prodotti agricoli senza i quali non sarebbe stato possibile sopravvivere.

Non c’erano terreni incolti ed anche le donne lavoravano nei campi. Queste 10 contadine e un contadino zappano in fila un campo in leggera salita posto al di sopra della rotabile probabilmente alle pendici di Monte Capraro; c’è un solo contadino all’estrema destra con una coppola la cui ombra copre i tratti del viso; tutte le donne hanno il fazzoletto in testa e gonne lunghe fino a terra e sono tutte giovani eccetto la quarta da destra con evidenti capelli bianchi. Il campo porta i segni dei solchi lasciati dall’aratura effettuata con i buoi o le mucche in periodo autunnale; dopo che la coltre di neve e le continue gelate avevano ammorbidito il terreno e in parte disgregato le zolle prima che il terreno si asciugasse completamente, a primavera, occorreva livellare il campo in vista della semina di grano primaverile, patate e legumi.

Anche se le zappatrici sono quasi tutte sorridenti, era un duro lavoro che durava spesso dall’alba al tramonto, non solo, ma poi occorreva tornare a casa e comunque il tragitto, zappa in spalla, non era per nulla agevole. In questo caso la distanza da Capracotta era di due – tre chilometri e la quota non era molto diversa dai 1421; in altri casi i campi erano posti a quota molto inferiore e il ritorno serale era molto faticoso.

Domenico Di Nucci

Fonte:

AA.VV., Capracotta 1888-1937: cinquant’anni di storia cittadina nelle foto del Cav. Giovanni Paglione, Amici di Capracotta, Tipografia Cicchetti, Isernia, 2014