Un musicista capracottese dimenticato: Claudio Conti

Per la qualità, insieme all’orgoglio della nostra stirpe e per l’esistenza di tanti diversi personaggi illustri capracottesi nei vari rami dello scibile umano, è auspicabile, anche quale atto d’amore verso la propria terra, che di queste figure scomparse si perpetuasse il ricordo, non collocandole nel dimenticatoio collettivo e cancellarle, così, dalla memoria comune.

Di un musicista capracottese dimenticato Claudio Conti ne parla, in uno scritto del 1916, il filologo e critico letterario Francesco D’Ovidio (Campobasso 1849-Napoli 1925) pubblicato nel 1990 in un volume dal titolo “Francesco D’Ovidio-scritti scelti, raccolti e commentati da Renato Lalli”- Ed. Samnium- CB.

Si apprende che del grande compositore e operista Giuseppe Saverio Mercadante (1795 – 1870) direttore del Conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli, era “discepolo prediletto” Claudino, Silvano Conti, figlio di Raffaele, nato a Capracotta il 3/12/1836, morto a Napoli il 1878. Questi frequentò il medesimo Conservatorio a Napoli divenendone, poi, anch’egli direttore; di costui il D’Ovidio dice che “il giovane Maestro faceva parlare molto di sé”; “componeva molte cose, d’ogni genere e fece anche un’operetta dal titolo” La figlia del Marinaro.” Dava fuori molta musica da camera”.

L’Autore ricorda d’aver ascoltato, da un’incantevole voce femminile, una sua “bella aria”, Sempre celebrando, con sublimi parole il Maestro, D’Ovidio fa riferimento alla serata di gala al teatro San Carlo di Napoli dove, in occasione della nascita nel 1869 dell’erede al trono il futuro Vittorio Emanuele III di Savoia, fu suonato” l’Inno Corale” da lui composto alla presenza del Re Umberto I e della Regina Margherita: “l’entusiasmo fu grande”.

D’Ovidio afferma: “un’intima soddisfazione provavo pensando che quel mio corregionale, che dava così belle speranze di sé, sarebbe forse un giorno divenuto celebre nel più bel senso della parola. Ma a 42 anni egli morì e quell’oblio che vela l’opera del suo celebrato maestro ha del bravo discepolo quasi sommerso perfino il nome”! Continua il D’Ovidio dicendo che “poco conobbe della sua musica”, e si addolora pensando alla sua immatura morte; ricorda che il Nostro “soleva far omaggio al Conservatorio di un autografo di quanto “veniva componendo”, mettendone in evidenza gli elevati sentimenti.  Riporta ancora che il Conti ebbe amici carissimi e con questi vi fu cordiale corrispondenza epistolare “conservata da Oreste Conti, quel medesimo che ha bellamente raccolto i canti e racconti e versi idiomatici e costumanze della sua Capracotta”. Lettere inviate in vari anni al Maestro dai suoi amici nelle quali si legge l’apprezzamento per i suoi componimenti; in una gli si chiede il permesso di eseguire una sua” Messa” e da Firenze il Duca Clemente gli scrive per dirgli che un suo pezzo “La Visione” (canto e quartetto) era stato “molto applaudito”.

A chiusura del suo scritto, l’Autore afferma che vorrebbe che “rivivesse il ricordo pietoso del giovane Maestro precocemente sparito”.

Condividendo quanto espresso dal D’Ovidio, mi piace chiudere questa mia modesta nota con l’esortazione propria dello stesso, il quale dice:

“O giovani, amate questa nostra Terra natale, Amatela, benché modesta! Amatela perché modesta! Tenete sveglio deliberatamente in voi l’affetto per ogni sua gloria passata, per ogni sua benemerenza presente, per ogni sua speranza futura”.

Incitamento ed auspicio affinché vengano risvegliate, dai loro lunghi sonni, tutte quelle illustri glorie che hanno orgogliosamente onorato il nostro paese e l’hanno reso grande.

Felice dell’Armi