Gli «usi natalizii» del popolo capracottese

La sera di Natale le famiglie si raccolgono intorno al grosso ceppo, che arde e si consuma sotto il patriarcale camino, dove tante generazioni passarono scaldandosi e conversando e dove sembra che ancora alitino gli spiriti degli avi.

Prima che ci compia il grande mistero, nella calma silenziosa della terra rivestita di bianco, i contadini lasciano le case coloniche, le masserie, e, reggendo nella destra fuscelli di legne secche, accese e bagnate di petrolio, vengono in chiesa. Qua e là, dalle case illuminate, si propaga nello spazio la pastorale dell’invisibile cornamusa, che suscita l’allegria ne’ ragazzi e teneri ricordi ne’ vecchï.

Il popolo, in segno di giubilo e per devozione, lasciando le case illuminate sino a giorno, trae in chiesa, dove, a vero dire, più che raccogliersi e pregare, mangia e fa baldoria. Gl’innamorati si dànno occhiate e, quando le circostanze lo permettono, baci e pizzicotti.

Guai allo sventurato che venisse al mondo in questa notte! Sarà lupo-mannaro.

Oreste Conti

Fonte: O. Conti, Letteratura Popolare Capracottese, 2ª edizione, Editore Luigi Pierro, Napoli, 1911

 

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