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A proposito, ancora, del “cappellano” di Addio alle Armi

 

 

La mentalità di chi non è abituato ad accettare per verità rivelata fatti non dimostrati ma solo ipotizzati, ci spinge a tornare ancora su un argomento di cui ci siamo, anzi, ci stiamo  ancora occupando: il “cappellano abruzzese” di Addio alle Armi.

Hemingway lo descrive “piccolo, timido, imbarazzato, arrossiva facilmente”; era antimilitarista e dice infatti nel romanzo: «Odio la guerra» e aggiunge poi « Io non vorrei essere ufficiale. … In realtà non lo sono. E lei non è neanche un italiano. E’ uno straniero. E’ più vicino agli ufficiali che agli uomini. … E’ gente a cui piace fare la guerra. In questo paese ce n’è tanti così. C’è altra gente a cui non piace»1.

Vari ricercatori sono stati spinti dalla curiosità a scoprire la vera identità del personaggio che ha ispirato la figura del “cappellano” e sono stati chiamati in causa  soprattutto due sacerdoti dell’epoca:

Don Giuseppe Bianchi (1882-1965): Toscano della provincia di Firenze, Tenente cappellano del 70° Reggimento Fanteria-Brigata Ancona, monaco benedettino poi col nome di Don Gerardo presso il monastero di Camogli (dove era stato Priore) e successivamente nell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore. Dai registri del Distretto Militare di Firenze si rileva che Giovanni Bianchi era di statura superiore alla media dell’epoca (cm. 176 e mezzo);  e non era abruzzese.

Don Giovanni Minozzi (1884-1959): nativo di Amatrice (all’epoca negli Abruzzi), Capitano cappellano dell’Ordine di Malta, fondatore e Direttore delle “Case del soldato”, uomo di “tremenda energia, molto impulsivo, una specie di vortice”2, di statura elevata (cm.180), molto conosciuto e stimato dai soldati, si muoveva dietro le prime linee ove si dedicava alla cura dei militari attraverso le sue oltre 250 “Case” sparse su tutto il fronte.3

Il Posto ARC di Emergenza al quale il giovane Hemingway si appoggiava era quasi certamente ospitato presso una delle “Case“ di Don Minozzi, al Castelletto, vicino  Fornaci. Il prof. Giovanni Cecchin, studioso di Hemingway, ha ipotizzato che lo scrittore abbia conosciuto il prete ma non ci sono prove al riguardo. Presso l’archivio dell’”Opera per il Mezzogiorno d’Italia” ove è custodita la memoria ed il carteggio di Don Minozzi non c’è nessun documento o cronaca che possa confermare una tale ipotesi.

E’ molto probabile invece che Hemingway abbia conosciuto presso il 70° Rgt-Ancona, Corpo presso il quale era distaccato, il cappellano Don G. Bianchi.

Nei Diari di guerra di entrambi i suddetti cappellani non c’è alcun accenno all’episodio dell’estrema unzione di Hemingway (cosa molto inverosimile, su cui al momento non mi soffermo e per cui c’è ancora dibattito tra i biografi) e tra l’altro lo scrittore americano non è mai nominato. Si era arruolato nella Croce Rossa Americana come autista di ambulanza; si era fatto poi trasferire nel basso Piave, zona di aspri combattimenti, distaccato al Posto di Ristoro di Fornaci, dove incontrò il Tenente Lanzetti, prete soldato, rappresentante di Don Minozzi per le “Case” in seno alla Terza Armata, laureando in fisica e poi insegnante a Milano4.

E’ bene ricordare che Hemingway, ferito mentre in bicicletta distribuiva beni di conforto ai soldati in prima linea, non era un ufficiale.

Tutti gli autisti di ambulanza della Croce Rossa Americana, avevano infatti il privilegio di accedere alla mensa degli Ufficiali italiani in quanto “americani sottotenenti onorari”, come scrive Bill Horne alla sorella di Hemingway5.

I racconti di Nick Adams, sono una specie di autobiografia a frammenti di Hemingway, pubblicati postumi nel 1971; nel racconto “Come non sarai mai”, quando Nick Adams (alter ego dello scrittore) mostra con orgoglio la divisa confezionata dal famoso sarto milanese Spagnolini, (commessa realmente fatta da Hemingway alla nota sartoria), dice: «Guardate pure anche voi. Veramente io non ho grado. Siamo sotto il console americano»6,7.

 E quando poi nel 1932 uscì la prima versione cinematografica di Addio alle Armi, lo scrittore  rilasciò una dichiarazione in cui smentiva la “romantica e falsa carriera personale e militare che gli veniva attribuita” nel materiale pubblicitario8.

A proposito poi della visita fatta a Ezra Pound a Rapallo nel 1927, in compagnia di Guy Hickok, non solo non v’è traccia negli archivi benedettini di Camogli e Rapallo di un incontro con Don Bianchi, ma è venuta recentemente alla luce una lettera di Hemingway a Isidor Schneider, poeta americano; in essa dice di essere “stato nella Repubblica di San Marino per vedere un prete che aveva conosciuto durante la guerra”. Quel prete non era Don Bianchi, come da alcuni ritenuto, bensì Don Giuseppe Guidi, cappellano dell’ospedale da campo della Croce Rossa Sammarinese dove Hemingway era stato ricoverato per circa 5 giorni prima di essere trasferito a Milano9.

Ma tornando al nostro cappellano abruzzese non risulta purtroppo che il prof. Cecchin, meticoloso ricercatore e studioso di Hemingway,  abbia fatto alcuna ricerca per appurare se sia veramente esistito un sacerdote abruzzese, di Capracotta; nel suo libro, Invito alla lettura di Hemingway, dice solo: “Il cappellano lo invita dai suoi a Capracotta, negli Abruzzi”, non altro.10 Qualora lo avesse fatto, avrebbe quanto meno scoperto che un certo Rodolfo D’Onofrio (Capracotta 28-3-1882, Roma 23-4-1938), frate cappuccino col nome di Padre Placido da Capracotta, era stato richiamato alle armi nel 1915 ed assegnato alla 9° Compagnia di Sanità con sede a Roma. Caporal maggiore e poi sergente, lo ritroviamo poi al momento del congedo, nel deposito della 7° Compagnia di Sanità–Ancona. Non siamo ancora riusciti a scoprire, nel periodo compreso tra febbraio e dicembre 1918, dove fosse assegnato; è bene comunque ricordare a tal proposito che Hemingway è stato in Italia da giugno 1918 a gennaio 1919.

Padre Placido da Capracotta, piccolo di statura (cm. 163 e mezzo) non era un ufficiale ma un “Prete soldato”; non aveva fatto richiesta all’autorità competente di essere nominato Cappellano; gli altri lo avevano fatto: Don Minozzi nel maggio 1912 (richiesta di ammissione ai Cavalieri dell’Ordine Militare di Malta) e Don Bianchi l’8-3-1917 (al Ministero della Guerra ed al Vescovo Castrense). Erano, oltre che cappellani, anche patrioti, come da alcuni passi dei loro diari.

Padre Placido, come emerge dalla documentazione negli archivi dei Frati cappuccini a Roma, era persona di grande cultura ed aveva ricoperto incarichi importanti nell’Ordine;  legatissimo a Capracotta ove tornava di solito ogni anno per le prediche Pasquali, lo vediamo nella foto dell’aprile 1916 con altri militari in licenza al paese.

La sua figura è ancora presente nella memoria di qualche lucido superstite ultranovantenne che ricorda anche il suo trasferimento da Roma alla Sardegna per motivi politici, perché inviso al fascismo; è bene ricordare a tale proposito che il nostro “Cappellano” era  antimilitarista e che la pubblicazione del romanzo di Hemingway in Italia fu vietata dal regime.

Chi altri se non un nativo, un capracottese, può aver fornito allo scrittore le dettagliate informazioni sul territorio, sulle consuetudini della gente del posto descritte nel libro nonché il particolare delle serenate e del flauto?

Quella di Nick Nerone, di cui ci siamo ampiamente occupati, rimane comunque una delle ipotesi (sapremmo come argomentarla) ma faccio notare che Nick è vissuto in America fino alla chiamata alle armi del 1915 e che fino al 1928, anno della scrittura del libro, non c’è traccia alcuna della famiglia Nerone a Capracotta.

Ci sembra pertanto che la figura di Padre Placido, abruzzese di Capracotta, piccolo, colto ed affabile, che non ha chiesto di essere nominato Tenete Cappellano, in servizio presso la 7° Compagnia di Sanità–Ancona nello stesso periodo della presenza di Hemingway nel basso Piave, non possa essere liquidata in maniera tranciante e poco educata come “ciance”.

E’ infatti probabile che Rodolfo D’Onofrio ed Hemingway, entrambi non Ufficiali ed impegnati nel Servizio Sanitario Militare, si siano realmente conosciuti e siano stati poi promossi dallo scrittore, nella realtà romanzesca, al rango di ufficiali

Abbiamo  infatti il sospetto che il prof. Cecchin abbia  identificato in Don G. Bianchi la figura ispiratrice del “cappellano” solo per la simultanea presenza del sacerdote e di Hemingway nella brigata Ancona nella zona del basso Piave.

Certo che affermare, soltanto per puro campanilismo, che il personaggio del “Cappellano” è stato ispirato dalla figura di Padre Placido, sarebbe cosa sciocca; per chi decide però di dilettarsi in una ricerca e di accettare la tesi di chi, senza le  doverose verifiche, ti propone di accettarne una altrui senza i dovuti riscontri è come volersi arruolare non per combattere ma per arrendersi.

Noi non ci siamo ancora arresi; qualora dovesse finalmente emergere la prova definitiva che D’Onofrio ed Hemingway non hanno avuto modo di incontrarsi, siamo pronti ad arrenderci, ma con onore, dopo aver combattuto lealmente e senza timori reverenziali.

Rispettiamo le idee di tutti, possibilmente documentate, senza definirle “ciance”, se non altro per quel minimo di rispetto che abbiamo verso chi le manifesta con onestà.

Per quanto riguarda infine la figura di Nick Nerone, eroe dimenticato per decenni, ”il migliore amico del giovane Hemingway”, tornato finalmente all’attenzione dei molisani grazie alla curiosità  ed alla scrupolosa ricerca di chi scrive (con la collaborazione del figlio Tonino e nonostante la sua discrezione ed il suo riserbo), sono a disposizione per qualunque chiarimento.

Vincenzino Di Nardo

 

1)  E. Hemingway: Addio alle armi, Oscar Mondadori, aprile 1965, XI, p. 70-72.

2) O. D. Wannamaker: With Italy in her Final War of Liberation, Fleming and Revell, N.York, 1923, p. 112

3) G. Cecchin: Hemingway Americani e Volontariato in Italia nella Grande guerra,  Collezione Princeton, Bassano del Grappa, 1999,  p. 31

4) G. Cecchin: Ivi, p. 92.

5)  M. Hemingway Sandford: Un ritratto di famiglia e mio fratello Ernest Hemingway, Gingko Edizioni, 2013,  p. 249.

6)  G. Cecchin: Cit.,  p. 157.

7) E. Hemingway: I quarantanove racconti, Come non sarai mai, Einaudi, 1999,  p.432.

8) R. Howen: Hemingway e  l’Italia, Donzelli Editore, 2017, p.73.

9)  R. Howen: Cit., p. 137

10) G. Cecchin: Invito alla lettura di Hemingway, Mursia, 1975, p. 70.