I “maccheroni al pettine”: un piatto davvero esotico a Capracotta

Ero bambino quando, dopo averli sentiti chiamare per la prima volta “maccheroni al pettine”, ne ho mangiato il primo, appetitoso piatto e ricordo che il loro strano nome accese la mia fantasia perché gli unici pettini che conoscevo erano, naturalmente, quelli utilizzati per i capelli; finché un giorno mia nonna materna, mostrandomi gli utensili necessari per prepararli, cercò di spiegarmelo ma, non avendo mai visto un antico telaio per la tessitura e, tanto meno, i bastoncini di canna della canapa, ci volle tanto tempo perché riuscissi a capirlo.

Si trattava di un semplice formato di pasta all’uovo, ora conosciuto con il nome di “garganelli” che, nel passato remoto e soprattutto a Capracotta, era del tutto sconosciuto; originari dell’Emilia, da cui provenivano mia madre e mia nonna, i “maccheroni al pettine” si ottenevano da una sfoglia lavorata a quadratini di 3-4 cm. per lato che venivano poi arrotolati su bastoncini di canna della canapa ed infine strisciati, pressandoli leggermente, sui cosiddetti “pettini da telaio”. Per assoluta ignoranza da parte mia evito di soffermarmi sulle caratteristiche di funzionamento, davvero assai complesse per me, degli antichi telai, ma è molto espressivo il proverbio che dice:

Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine”

che non si riferisce ai nodi dei capelli ma a quelli dei fili di un ordito ed era perciò necessaria la maestria dei tessitori per evitarne le conseguenze; i pettini comunque, composti da centinaia di listelli di canna palustre e disposti a mo’ di pettine da cui il loro strano nome, conferivano alla pasta un’insolita rigatura trasversale anziché verticale come nei comuni rigatoni: il che permetteva di trattenere meglio il condimento e in particolare il ragù all’emiliana.

Ancor più complicato fu, per me, farmi un’idea dei bastoncini di canna della canapa, una pianta assolutamente sconosciuta nel Molise, ma che aveva un’antica tradizione in Italia: basti pensare che in Emilia-Romagna, venivano coltivati ben 45.000 ettari di terreno e che la sua produzione era andata crescendo fino al primo decennio del XIX° secolo; ne era poi  cominciato il progressivo declino per la sempre maggiore disponibilità di altri tessuti come il cotone o le fibre sintetiche.

Ricordo benissimo un episodio avvenuto mentre percorrevo, ancora piccolo e con mia madre, le campagne emiliane perché, osservandoli dai finestrini del treno regionale Ferrara-Modena, mi incuriosirono tanti piccoli specchi d’acqua lungo la ferrovia che mi pareva impossibile fossero laghetti; mi spiegarono così che si trattava dei cosiddetti “maceri” per il trattamento delle canne di canapa da cui ricavare la preziosa fibra prima di utilizzarle magari come legna da ardere o appunto, in minima parte, come bastoncini per i “maccheroni al pettine”.

Ebbi modo poi, alcuni anni più tardi, di apprezzare diversi dei più famosi manufatti di canapa che si producevano in Emilia- Romagna, ad esempio le famose tovaglie con decorazioni color ruggine e verde e mi risulta che sia tuttora molto seguita la tradizione dei maccheroni al pettine; specie in provincia di Modena, infatti, anche attualmente vengono organizzate diverse competizioni culinarie ad essi dedicate e confesso che mi commuove moltissimo il ricordo di mia moglie Anna cui la nonna aveva destinato in eredità, come fossero oggetti di grande valore, quei pezzi di telaio da tessitura, i bastoncini di canapa e quant’altro.

A tale proposito mi dispiace nell’animo che, forse a causa dei diversi traslochi, quei cimeli siano andati smarriti, anche se Anna li aveva utilizzati per tanti anni; specie in occasione delle “feste comandate” infatti, conoscendo ormai ogni segreto della ricetta,aveva sempre reso onore a quello storico piatto della cucina emiliana: anche, ma non solo, nei periodi che trascorrevamo a Capracotta. Era capitato infatti abbastanza frequentemente di avere ospiti a pranzo con noi degli amici o conoscenti che restavano sempre molto stupiti di un nome così “esotico”: “maccheroni al pettine”; al punto che bisognava ripetere in molte occasioni lo stesso, piccolo racconto che ho appena terminato di scrivere.

Aldo Trotta