Ambrogio Santilli, detto “Mbrozie”. Archivio fotografico: Cesare Di Bucci
Temevo di aver trascurato un altro degli storici mestieri che si esercitavano un tempo a Capracotta e di cui sono stato testimone: quello del “banditore comunale”; in effetti, a pensarci bene non si trattava di un mestiere nel vero senso della parola ma di un semplice incarico che alcuni concittadini, avvicendandosi nel tempo, assumevano a beneficio dell’intera comunità: quasi come un secondo lavoro. Mi sono poi rammentato che altri, certo assai meglio di quanto posso fare io, hanno mirabilmente descritto alcune delle loro figure, ma sono certo che nessuno me ne vorrà se cerco di aggiungere qualcosa alla loro storia e al loro profilo.
“Il banditore era un incaricato che leggeva ad alta voce per le vie le disposizioni delle autorità; nell’Antica Grecia la sua figura coincideva in parte con quella dell’araldo, ma la ritroviamo già nei testi talmudici (Talmud babilonese, I-V secolo, durante lo svolgimento del processo a Gesù da parte del sinedrio.
Nel periodo dell’Impero romano d’Occidente ( I secolo a.C. – IV secolo) il condannato alla crocefissione era preceduto dal banditore, il quale informava i passanti delle generalità, del delitto, e della sentenza emessa. Nelle rappresentazioni teatrali, il banditore, chiamato “precone” (praeco, praeconis), annunciava al pubblico il titolo della rappresentazione, ripetuto a volte da un cartello, riassumendo ciò che si sarebbe visto.
Nel Medioevo, il banditore diffondeva le notizie in modo capillare e molto veloce. Iniziava il suo bando cominciando dai quartieri più popolati e nelle ore in cui era probabile la presenza della gente. Il banditore dell’epoca assumeva un ruolo indispensabile, data la mancanza di qualunque mezzo di informazione. Molte persone usufruivano di questo servizio, venditori di stoffe, ambulanti e commercianti, i quali promuovevano le loro merci tramite il banditore. Spesso il rivenditore pagava il banditore in natura, con frutta, verdura, pesce o con altri generi che egli aveva pubblicizzato” (Wikipedia).
Era ciò che, in fondo, accadeva anche a Capracotta ma non so bene in che maniera il banditore venisse retribuito: molto verosimilmente il suo modesto compenso era sempre a carico del committente fatta eccezione, forse, per il servizio reso alle autorità municipali; ciò che posso dire con certezza è che utilizzava una minuscola trombetta per avvertire del loro bando (in dialetto buanne”), ma non disponeva neppure di un megafono. Ora, come ho spesso ricordato, pur essendo vissuto in paese solo fino all’età di 16 anni, ho conosciuto di persona i banditori che per ultimi, in ordine di tempo, si sono susseguiti in questa attività: finché, com’era prevedibile, quest’ultima è stata anch’essa travolta dal progresso che ne ha infine decretato la cessazione.
Nella mia memoria resta indelebile il ricordo di almeno tre degli storici banditori di Capracotta, quasi certamente gli ultimi della nostra storia, a cominciare dal mitico Gildonno (o Gildonio?) di cui non rammento i tratti fisionomici perché ero troppo piccolo al momento della sua scomparsa; che io sappia, l’avviso più drammatico che era stato costretto a diffondere riguardava l’imminente distruzione del paese per rappresaglia dei tedeschi che ne avrebbero fatto saltare le case con l’esplosivo o incendiandole. Tutti i cittadini infatti, costretti poi in maggioranza ad allontanarsi da sfollati, in quel terribile inverno 1943 furono obbligati a rifugiarsi nelle Chiese o nel Cimitero e la nonna Guglielma mi ha poi raccontato di aver incontrato quel giorno il povero banditore: che, infreddolito e tremante, non riusciva a proseguire nel suo cammino per una crisi di pianto irrefrenabile.
Ricordo assai meglio, invece, un altro banditore, Vincenzo Evangelista detto “Vincenzone” che mi sembra di rivedere in questo momento quando, come il suo predecessore, si sporgeva sulla gradinata all’angolo della nostra casa, quella di San Rocco, per farsi ascoltare il più lontano possibile. Mi è pure rimasta impressa la sua consuetudine di masticare sempre qualcosa, magari un semplice pezzo di pane ad ogni sosta, e mi piace riportare alla lettera le parole del caro Domenico D’Andrea:
“Qualcuno gli gridava: “Vincè…? Ma mangi sempre, mangi…?”. Vincenzo, per tutta risposta emetteva, con la bocca ancora piena, una specie di grugnito e proseguiva. Qualche volta il bando era lungo e difficile a ricordarsi e allora Vincenzone leggiucchiava, complicando seriamente le cose”.
Era già tanto che sapesse leggere, ma non si poteva certo dire che fosse uno “speaker” provetto; Vincenzo, infatti, si dispiaceva tantissimo se qualcuno lo riprendeva per gli inevitabili errori o, ancor più, lo prendeva in giro anche bonariamente.
Altrettanto bene io rammento Ambrogio Santilli, detto “Mbrozie” che è stato forse l’unico a intrattenere un rapporto di dipendenza con il Municipio di Capracotta; la sua principale attività infatti, se non vado errato, era quella di “spazzino” o meglio, come si direbbe oggi, di “operatore ecologico”.
E sono tanti, io credo, coloro che hanno avuto la possibilità di ricordarlo osservando alcune sue splendide fotografie scattate da Cesare Di Bucci; da parte mia, mi piace ripetere che sono orgoglioso e onorato di aver raccontato e di raccontare della preziosa, incredibile attività, svolta da tanti personaggi capracottesi.
Così, a conclusione dei miei pensieri, mi torna in mente che è rimasta indelebile, nella memoria di tanti concittadini, l’omelia funebre per Ambrogio Santilli tenuta dal compianto Parroco di Capracotta Mons. Geremia Carugno; che mi fa ripensare alla più famosa frase del cosiddetto “Discorso della montagna” (Mt. 5,3)
“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei Cieli”
e che indica una benedizione per coloro che sono umili e riconoscono la loro dipendenza da Dio. Del tutto sinceramente, infatti, sono convinto che a personaggi così semplici e autentici come i vecchi banditori appena ricordati e come tanti altri, si addica particolarmente questa “beatitudine”.
Aldo Trotta

