Certamente come milioni di altre persone nel mondo, anch’io mi sono lasciato illudere dall’apparente ripresa fisica del santo Padre Papa Francesco che, dopo una così lunga e travagliata degenza ospedaliera, ci aveva benedetti nel giorno di Pasqua dalla loggia di San Pietro; in effetti allorquando, meno di 24 ore dopo, si è diffusa la notizia della sua scomparsa riflettevo che ancora una volta, nei suoi confronti, aveva prevalso in me lo stesso ingenuo atteggiamento rivolto a diversi dei mei cari ora defunti: ad esempio mio fratello Carlo e mia madre Cesarina. Per tutti loro, infatti, appariva quasi cancellata e inutile la mia esperienza di medico ospedaliero, nell’assurda pretesa di esorcizzarne la fine imminente: che invece traspariva in modo eloquente dai loro volti sofferenti per la malattia; e mi sono tornate in mente le parole che, fin da bambino, avevo spesso sentito pronunciare con sgomento, ma con rassegnazione, dagli anziani di Capracotta al capezzale di tanti moribondi: “Ha affilato la faccia! Il che voleva dire che il congiunto, l’amico o anche il semplice conoscente, aveva già assunto il profilo “etereo”, già quasi soprannaturale, di un corpo senza vita: frase di cui nessuno meglio di me, in seguito, ha potuto sperimentare la saggezza essendo state purtroppo moltissime le persone di cui ho raccolto l’ultimo respiro.
Ero certo, d’altro canto, che la giornata di lunedì scorso, festività dell’Angelo o di “Pasquetta”, non sarebbe stata diversa dal solito per me, tanto più in un momento in cui sono un po’ invalido dal punto di vista motorio e quindi anche impossibilitato a recarmi in paese come avrei desiderato; non avrei certo immaginato che l’improvvisa notizia della scomparsa di Papa Francesco mi avrebbe offerto lo spunto per tanti ricordi e riflessioni.
A cominciare da papa Pio XII°, Eugenio Pacelli, sono stati diversi i pontefici che hanno accompagnato la mia ormai lunga vita, ma non ho mai avuto esitazione ad ammettere che la mia predilezione era rimasta per papa Giovanni XXIII°, Angelo Giuseppe Roncalli; e, tra le diverse ragioni, ho sempre pensato che ciò dipendesse dal fatto che il 5 novembre 1961 fosse stato lui a inaugurare la facoltà di Medicina dell’Università Cattolica, che poi ho frequentato dall’anno successivo: specie essendo stato ospite per sei anni del collegio universitario “JOANNEUM” che ne aveva assunto il nome. Lunedì scorso, in effetti, ho avuto la netta impressione di essere tornato a quella domenica 3 giugno 1963 allorquando, mentre preparavo gli esami del primo anno di università, si diffuse la notizia che Papa Roncalli era morto e poi si ascoltarono le campane di San Pietro e di tutta Roma il cui suono raggiunse benissimo, in quell’assolato pomeriggio, la collina di Montemario. Non mi vergogno perciò di confessare che lunedì scorso non sono riuscito a trattenere le lacrime, tanto più quando i moderni mezzi di comunicazione hanno diffuso le immagini e il richiamo struggente della campana grande, dalla nostra Chiesa Madre di Capracotta.
Ricordo pure la mia particolare emozione quando, nel 1963, appresi che era stato incaricato della procedura per conservare le spoglie del Pontefice, la cosiddetta “tanatoprassi”, il nostro docente di Anatomia, il professor Gastone Lambertini e nel tempo sono state tante le analogie che ho riscontrato tra Giovanni XXIII° e Papa Francesco; a prescindere infatti dalla discreta rassomiglianza fisica, mi erano sempre parsi accomunati dalla francescana semplicità e da moltissime altre caratteristiche che, anche volendo, non sarebbe possibile enumerare. Non ne avrei, oltre tutto, la capacità.
Tra i tanti insegnamenti, dottrinali e pratici di Papa Francesco, mi limito perciò a riassumere il suo confortante pensiero sulla morte attingendo, tra l’altro, a due tra i più recenti discorsi:
“…In ogni caso, pur essendolo, la morte non ci appare mai naturale. È sempre uno strappo, una frattura, un morso che fa male. E non basta a vincerlo neppure la solidarietà che può venire dalla sofferenza condivisa, né le fa argine la fraternità nel dolore. L’unica terapia è la Fede radicata nella Preghiera e sostenuta dall’attenzione agli altri…”.
“Tutti ci domandiamo Quando verrà il momento della mia dipartita? Comporterà un po’ di paura, certamente, perché passare da quella porta fa’ un po’ paura, ma c’è sempre la mano del Signore e poi, attraversata la porta, c’è la festa…”
Mi ha certamente molto sorpreso, stamani, un’intervista del quotidiano “Il Centro” al professor Roberto Vecchioni, mio illustre coetaneo di cui ho sempre apprezzato la grande cultura classica e umanistica; sono davvero uniche le sue parole perché, citando uno dei libri di papa Francesco, “Spes non confundit”, egli arriva a dire:
“Guarda che miracolo ha compiuto il Padreterno!
Un uomo così non si trova facilmente”
e poi una frase che contiene uno splendido neologismo:
“Papa Francesco è stato senza dubbio un rivoluzionario, ma non gli si può attribuire nessuna etichetta politica; lui era un ‘cosmopolitista’ e perciò tutto il mondo è con lui”.
Non posso ancora dimenticare, nella loro pur secondaria importanza, il suo particolare rapporto con la comunità di emigranti capracottesi in Argentina e in particolare quello di vera amicizia con Pierino Campana; fece notizia infatti quella volta in cui uno di loro, forse lo stesso Pierino (?) che, soggiornando brevemente in paese, ebbe grande difficoltà a convincere tutti che aveva appena finito di parlare al telefono con Sua Santità. Che dire, poi, della meravigliosa lettera con cui ebbe la bontà di rispondere personalmente alla nostra concittadina Concetta De Simone che aveva avuto l’ardire di scrivere in privato al Pontefice?
Aggiungo ancora, non senza una punta di compiacimento, che sono lieto di aver ricordato Papa Francesco anche a Natale scorso, quando ha dato l’avvio ufficiale all’ Anno Giubilare della Speranza; mi ero permesso, anzi, di utilizzare l’immagine dei bassorilievi di Capracotta che lo rappresentano idealmente vicino al santo Papa Celestino V°: un legame, come giustamente è stato sottolineato, che resta “scolpito nella roccia e nel cuore”. Ed è superfluo ricordare che Francesco è stato l’unico Papa dopo di lui, 700 anni più tardi, ad aver aperto nel 2022 la porta santa della Perdonanza nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, all’Aquila.
Avviandomi ora alla conclusione di questo mio affettuoso, commosso ricordo di Papa Francesco, mi preme aggiungere che, forse con un minimo di maggiore sobrietà, sono già state diverse le trasmissioni televisive, i cosiddetti “talk-show” che si sono avventurati nelle più disparate previsioni su quale dei “Cardinali di santa romana Chiesa” salirà sul soglio pontificio di San Pietro; ancora una volta facendo finta di ignorare che, allo scopo, non devono e non possono essere utilizzate le categorie che abbiamo la consuetudine di impiegare. Mi ha poi favorevolmente impressionato che un importante personaggio politico italiano, sollecitato a fare un pronostico come se il prossimo Conclave fosse una comune competizione elettorale, abbia risposto: “Cari Signori, ma voi credete o no che sia ancora e sempre lo Spirito Santo a illuminarne la scelta? Perché tutto dipende da questa fondamentale premessa”.
Così, ancora una volta associandomi al pensiero di Roberto Vecchioni, mi piace condividere la sua illuminata premonizione:
“Quando dalla loggia di San Pietro sarà pronunciata la storica frase: ‘Nuntio vobis gaudium magnum – Habemus Papam’ sono certo che il nuovo Pontefice dirà queste parole: ‘Io continuo sulla strada tracciata da Francesco’ “.
Intanto, raccogliendomi umilmente in Preghiera e forse interpretando il desiderio di tutti i concittadini di Capracotta, vicini e lontani, mi permetto di ripetere:
“Caro Papa Francesco, ora riposa
nella Pace del Signore”.
VIVA IL PAPA!
Aldo Trotta

