Ho ripetuto fino alla noia che a Capracotta, moltissimi anni fa, la mia stagione del cuore non era certo la Primavera e, tanto meno, l’Estate; a ripensarci, ho vissuto tanti decenni senza neppure la possibilità di recarmi in paese nei diversi periodi dell’anno: fatta eccezione per un soggiorno estivo, più o meno breve, che mi ha sempre dato la falsa impressione di tante persone presenti nonostante il progressivo calo numerico dei residenti. Solo negli ultimi due anni, dopo la scomparsa di mia moglie, ho avuto modo di raggiungerlo anche nei periodi meno affollati e più silenziosi: come è appunto accaduto nei giorni scorsi in un momento, tra l’altro, poco tranquillo dal punto di vista meteorologico per la pioggia battente. Che non mi ha comunque impedito di rivivere le diverse, sempre suggestive caratteristiche del mese di maggio, sia pure nelle loro inevitabili differenze rispetto al passato remoto. E’ stato come riportare all’indietro il nastro della mia vita in una dinamica psicologica quanto mai interessante ma, com’è comprensibile, anche con diversi imprevisti; la mia esperienza iniziale infatti, del tutto sovrapponibile a quella dei tempi che furono, è stata il chiassoso andirivieni di uno stuolo di rondini che, recuperati molti dei loro vecchi nidi sotto il culmine dei tetti, ne stavano costruendo altrettanti di nuovi.
Segno inequivocabile di una grande purezza dell’aria, certamente tutt’altro che inquinata, di cui quella specie di uccelli migratori forniva assoluta garanzia; e pensare che per molte stagioni, di questi splendidi volatili si era quasi perso il ricordo anche a Capracotta; ma è stata un’altra la mia sorpresa maggiore in questi giorni; ho preso atto con gioia che il nostro paese è diventato un “giardino profumato”, a prescindere dalla presenza attuale di un “Orto Botanico” di alta quota: quello che prende il nome di “Giardino della Flora Appenninica” sulla cui importanza ecologica e ambientale è superfluo che mi soffermi.
Riflettevo all’antica e radicata convinzione che in una località di alta montagna fosse impossibile immaginare un arredo urbano di tipo floreale; come tanti, inoltre, ero certo che fossero ben altri gli aspetti cui dedicare attenzione, specie ricordando che il paese era stato gravemente interessato dalla distruzione della guerra.
In altri termini era scontato che non si potessero sprecare tempo e risorse economiche per la floricoltura ritenuta, per di più, assolutamente incompatibile con il clima rigido dei nostri monti; così è stato bello che la mia curiosità venisse attirata in modo particolare da una piazzetta e dalle sue moderne aiuole in via di risistemazione.
Ed è significativo che tutto ciò sia accaduto prima che comparisse, il 14maggio u.s., l’articolo degli “Amici di Capracotta intitolato:
“Piazza Gianturco torna a fiorire con la lavanda di montagna”.
Vi si legge, tra l’altro:
“Protagonista del nuovo allestimento è la Lavanda di montagna (Lavandula angustifolia Mill), un ecotipo autoctono molisano riprodotto da seme nelle serre del Giardino della Flora Appenninica. La scelta di questa specie non è casuale: oltre al suo valore ornamentale e aromatico, rappresenta una forma concreta di promozione della flora locale e di conservazione attiva delle specie spontanee”.
Ho avuto perciò l’occasione di approfondire le mie scarse cognizioni di botanica riscoprendo che: la lavanda è un fiore elegante, semplice e puro, con fiori di colore viola intenso che spesso formano lunghe spighe di piccole infiorescenze; essa ha una bellezza semplice e senza tempo, mentre la forma dei suoi fiori e la disposizione lungo il fusto le conferiscono un aspetto armonioso. Al tempo stesso la combinazione del colore viola con il verde delle foglie crea un contrasto indimenticabile; è infine una pianta ampiamente apprezzata non solo per la sua bellezza, ma anche per il suo profumo distintivo e le sue proprietà calmanti.
Originaria del Mediterraneo, la lavanda fa parte della famiglia delle lamiaceae, con circa 30 specie che fioriscono all’inizio dell’estate; il nome comune Lavanda con il quale siamo abituati a chiamare queste piante deriva dal gerundio latino del verbo lavare per alludere al fatto che queste specie erano molto utilizzate nell’antichità, soprattutto nel Medioevo, per detergere il corpo”.
Se regalati, i fiori di lavanda assumono il significato simbolico di purezza e devozione, virtù e serenità; si credeva, infatti, che fosse in grado di proteggere e portare gioia e felicità e da questa credenza è nata la tradizione popolare che prevedeva l’impiego della lavanda nel corredo delle spose.
Ho ricordato così della tradizione, tipicamente capracottese, di esporli in bella vista nei giorni precedenti il matrimonio e posso assicurare che si restava quasi storditi per il profumo incredibile dei sacchetti di lavanda; ho scoperto infine che ci sarebbero tantissime altre cose da scrivere su questa pianta e sui suoi fiori ma, ancora una volta, non posso che riconoscere la mia assoluta ignoranza su questo genere di argomenti; di nuovo, perciò, mi sono lasciato trasportare dalla poesia ricordando le meravigliose parole di Daniela Manzini Kushnig nel suo brano intitolato “In Profumo di Lavanda”:
“Giorni sul filo stesi,
panni colorati appesi
all’aria dei ricordi,
da ieri a oggi e poi chissà
scampoli di tempo e vita
di quel che è stato
e mai più sarà
giorni di brina e sole
giorni rincorsi e persi
nella scatola dei bottoni
nell’astuccio del cucito
nel cassetto del passato
con cura son riposti,
fiori secchi
in profumo di lavanda”.
Aldo Trotta

