Non finirò mai di meravigliarmi per la mole di ricordi che riaffiorano quando riesco a tornare e poi a restare un po’ più a lungo a Capracotta, il fiabesco paese in cui sono nato; ed è sempre straordinario rivivere, quasi riattualizzandole, molte delle esperienze vissute da ragazzo. Ciò che mi sorprende maggiormente, ora che sono così vecchio, è l’impressione di continuare ad arrampicarmi come una volta lungo i sentieri di montagna con le immagini che sembrano inseguirsi come in un caleidoscopio; ad essere sincero, in questi giorni mi ha molto facilitato un bellissimo libro appena ricevuto in dono, che si intitola: “Le Piante medicinali di Castore Durante ieri e oggi”: a cura di Paola Fortini e Piera Di Marzio.
Così, sfogliandolo a caso, ha attirato la mia attenzione una pagina dedicata alla cosiddetta “Uva Spina” di cui ho subito ricordato la denominazione dialettale a Capracotta, “Ravascine”: una strana parola da cui non è facile ricostruire l’etimologia; di questo termine, infatti, non si conosce con certezza l’origine, ma alcune ipotesi lo ritengono correlato alla forma o alla consistenza del frutto; potrebbe anche derivare dalla parola “ravascià”, che indicherebbe qualcosa di rugoso o irregolare, proprio come spesso si presenta questa bacca.
Appartenente alla famiglia delle “Rosacee”, l’Uva Spina è:
“un arbusto caducifoglio, riccamente ramificato e provvisto di robuste spine, alto 60-150 cm.; le foglie sono alterne e hanno cinque lobi acuti e margini seghettati, mentre i fiori sono gialli o giallo-verdastri, talora porporini e brevemente peduncolati. Il frutto è una bacca polisperma, di consistenza molle e di colore verde, giallo, oppure rosso-bruno, mentre i semi hanno un involucro gelatinoso”.
Presente in tutte le zone montuose del Molise, è ricca di principi attivi come flavonoidi, acido citrico, acido salicilico, vitamina C, pectine, mucillagini, tannini e sali minerali; è dotata, inoltre, di diverse proprietà medicinali come quelle diuretiche, lassative e mineralizzanti, mentre in cucina viene gustata come frutta o utilizzata per ricavarne bibite, sciroppi, marmellate e gelatine.
Va ricordato, inoltre, che l’habitat migliore per questa pianta si trova nelle zone boscose o con pascoli di montagna e in particolare, a Capracotta, tra i 1400 e i 1600 m/slm dove ora sorge il “Giardino della Flora appenninica”; che io ricordi, il maggior numero di piante si concentrava nel territorio circostante la storica “Fonte Brecciaia”, una meta frequente delle passeggiate estive di noi ragazzi, spesso suggerita proprio dal desiderio di raccogliere “ravascine”. L’unica difficoltà era rappresentata non tanto e non solo dagli arbusti spinosi della pianta, quanto e soprattutto dal fatto che non disponevamo di contenitori adatti; in ogni caso, ci si divideva in piccoli gruppi quasi in competizione tra loro, e risultava naturalmente vincitore quello che ne metteva insieme di più. E sorvolo sulla quantità di graffi alle mani o alle gambe che eravamo stoicamente disponibili a sopportare, senza neppure poterci medicare in qualche modo; vigeva inoltre la regola di tralasciare i frutti più acerbi che, del resto, era quasi impossibile disattendere per il loro sapore molto aspro: in netto contrasto con la dolcezza squisita di quelli maturi, davvero inconfondibili anche per il loro colore tendente al rossastro.
Anche a proposito dell’Uva Spina, è stata per me una grande sorpresa scoprire la quantità di leggende di cui è protagonista, ma sarebbe davvero lungo e forse noioso dedicarvisi; mi sembra simpatico, piuttosto, ricordare la singolare espressione augurale di un abitante delle isole ARAN, in Irlanda, rivolta al drammaturgo John Millington:
“Ti auguro di vivere finchè non potranno deporti
in una bara fatta con il legno dell’Uva Spina”
e si comprende che, per le caratteristiche stesse della pianta, non ci potrebbe essere migliore auspicio di questo.
Abbastanza numerosi sono pure i componimenti letterari dedicati a questo modesto frutto selvatico di cui, parimenti, sono venuto a conoscenza con molto stupore: per esempio il racconto di Anton Čechov pubblicato per la prima volta nell’agosto 1898 e intitolato appunto “L’uva spina”, (in russo Крыжовник, Kryžovnik).
Come è mia consuetudine, infine, mi piace riportare testualmente le parole di una poesia dall’omonimo titolo di cui, peraltro, non credo si conosca l’autore:
“Tra spine e foglie verdi e fitte,
un tesoro nascosto, l’uva spina.
Piccole gemme, un tempo acerbe e tristi,
ora mature, dolci e divine.
Un tocco aspro, un morso leggero,
e poi la dolcezza che si rivela.
Come un segreto, un piccolo mistero,
l’uva spina, un frutto che incatena la sera.
Le dita pungono, la bocca sorride,
di questa bacca, sapore intenso.
L’autunno arriva, il vento stride,
e l’uva spina, un dono intenso”.
Così, concludendo le mie riflessioni mi accorgo, ancora una volta, di essere tornato bambino; mi assale infatti il desiderio spasmodico di una scorpacciata di “ravascine” che dubito, purtroppo, di poter soddisfare: e me ne dispiace immensamente.
Aldo Trotta

