Luca Giordano, Allegoria della Pace e della Guerra, 1680, Olio su tela, 226×303 cm
Continua a sorprendermi la quantità di pensieri e di riflessioni che affollano la mia mente quando, come in questo periodo, riesco a soggiornare un po’ più a lungo nella mia vecchia casa paterna di Capracotta; in cui sono nato 82 anni or sono, rischiando poi di non sopravvivere a motivo della guerra in corso e della grave distruzione subìta dal nostro paese.
D’altro canto non è facile comprendere le ragioni per cui, anche in questi giorni, io ami trascorrere molto tempo in casa, sebbene la bella stagione estiva suggerisca tutt’altro: nell’istintivo desiderio, io credo, di riattualizzare tanti lontani accadimenti vissuti tra le sue mura: e non solo, naturalmente, quelli più felici.
Qualche giorno fa ripensavo che nel lontano novembre 1943 i residenti in paese erano stati costretti a rifugiarsi nelle Chiese o, come aveva preferito la mia famiglia, nella nostra Cappella del Cimitero; il comando tedesco infatti, che stava perdendo il controllo del territorio altomolisano, aveva deciso di lasciare “terra bruciata” alle truppe alleate in avvicinamento.
Infatti sarebbero state incendiate o fatte saltare in aria con l’esplosivo tutte le case prima che avesse inizio lo “sfollamento” vero e proprio della popolazione: ad eccezione di soli 92 civili ritenuti indispensabili, tra cui mia madre (e famiglia) per la sua professione di ostetrica; accadde così che, scorgendo da lontano l’incendio della nostra casa e sfidando il “coprifuoco” notturno, la mamma vi fece ritorno riuscendo a spegnerlo grazie alle tubature dell’acqua ancora efficienti.
Era andato distrutto solo l’angolo sinistro dell’edificio, in particolare del sottotetto, mentre si salvarono gli altri ambienti e fu così che, nelle ore successive, mia madre si trovò ad assistere una signora in avanzato travaglio di parto, che aveva fatto distendere alla meglio nel nostro ingresso.
Con le mani alzate poi, indossando il camice bianco e ponendosi coraggiosamente al centro della strada, costrinse un automezzo militare a fermarsi; e l’ufficiale che lo comandava, dopo essersi assicurato che non si trattava di un espediente, fece dipingere una rudimentale Croce Rossa sul portone di casa, garantendo la sicurezza del restante edificio: che ben presto divenne un piccolo “ospedale da campo”, illuminato da una sola lampada a petrolio, cui ben presto si rivolsero altre persone più o meno bisognose di cure.
A questo punto è stato per me inevitabile paragonare il ricordo di questo scenario alle cronache di guerra attuali; e non possono che farci rabbrividire per la loro inaudita crudeltà i tanti episodi di distruzione e di morte che coinvolgono oggi, senza alcun riguardo, anche i civili e soprattutto i bambini: perfino quelli degenti in un ospedale semidistrutto.
Ora non si possono certo considerare meno disumane le operazioni belliche del passato, che pensavamo ormai di poter dimenticare, rispetto a quelle attuali ma è innegabile che purtroppo, lungi dall’essersi mitigata la ferocia umana, siamo di fronte a una tremenda, inimmaginabile “escalation” di violenza.
Così mi è tornato in mente un mio racconto recente che avevo intitolato: “L’UTOPIA DI UN BALUARDO SPECIALE CONTRO LA GUERRA: GLI OSPEDALI” in cui risuonano quanto mai attuali le appassionate esortazioni del fondatore di “Emergency”, il compianto dottor Gino Strada:
“Eliminare l’ipotesi della guerra dagli strumenti che regolano la convivenza umana è la scelta più razionale, realistica e sicura per tutti i cittadini, ma non possiamo aspettarci che lo facciano i Parlamenti del mondo, che hanno sempre e comunque votato a favore della guerra; dovremo impegnarci noi in prima persona per buttare la guerra fuori dalla storia”.
Appare poi singolare che, nello stesso mio racconto, io abbia forse raggiunto il massimo dell’utopia: ipotizzando come requisito imprescindibile per qualsiasi incarico politico un periodo di internato, da semplice osservatore, in un ospedale; mi ero illuso, infatti, di credere che, dopo un’esperienza del genere, si sarebbe drasticamente ridotto il numero delle persone favorevoli alla lotta armata: in altri termini dei tanti moderni e, forse, ancor più spietati“guerrafondai”.
È capitato infine in questi giorni, del tutto casualmente, che un caro amico e collega mi abbia fatto conoscere una lettera di Sua Eminenza il cardinale Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli; di essa non riporto certo integralmente il testo che pure, se ne fossi capace, sarei felice di commentare, ma ho comunque ritenuto opportuno trascrivere alcune frasi che fanno davvero riflettere:
“ … voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti, abbandonate dossier e grafici: attraversate, anche solo per un’ora, i corridoi spenti di un ospedale bombardato…
…il Vangelo, per chi crede e per chi non crede, è uno specchio impietoso: riflette ciò che è umano, denuncia ciò che è disumano…
…se un profitto cresce sul dolore di chi non ha voce, è disumano…
…quando i cieli si riempiono di missili, guardate i bambini che contano i buchi nel soffitto invece che le stelle…
…guardate i chirurghi che operano al buio in un ospedale sventrato…
…togliete pure il nome di Dio se vi spaventa; chiamatelo coscienza, onestà, vergogna. Ma ascoltatelo: la guerra è l’unico affare in cui investiamo la nostra umanità per ricavarne cenere
…finchè una bomba varrà più di un abbraccio, saremo smarriti
…finchè le armi detteranno l’agenda, la pace semprerà una follia
…sedete accanto alle madri che frugano tra le macerie per salvare un peluche: scoprirete che la strategia suprema è impedire a un bambino di perdere la sua infanzia.
…la pace germoglia in salotto – un divano che si allunga; in cucina – una pentola che raddoppia; in strada – una mano che si tende….
…gesti umili, ostinati: “tu vali” sussurrato a chi il mondo scarta…
…il seme di senape è minimo, ma diventa albero…
…così il Vangelo: duro come pietra, tenero come il primo vagito; chiede una scelta netta: costruttori di vita o complici del male!”.
Non vi è dubbio, io credo, che ognuna di queste espressioni meriterebbe una riflessione approfondita e persino un apposito convegno di studio, ma è sconfortante rendersi conto che, purtroppo, appare sempre più inarrivabile il traguardo della Pace nel mondo; così non possiamo che ripartire dalla Speranza, dall’impegno individuale di ciascuno di noi e dalle esortazioni del santo Padre, Papa Francesco, che diceva:
“Dobbiamo disarmare le parole, per
disarmare le menti e disarmare la Terra”.
Aldo Trotta

