Di nuovo in tema di “nostalgia e letteratura”

Schizzo della Chiesa Madre di Capracotta dell’artista Carmelo Costa

Sebbene faccia di tutto per non ricadere nella spirale della nostalgia, è bastato riflettere che sta concludendosi il periodo trascorso a Capracotta perché in me riaffiorasse tanta malinconia; avevo considerato, del resto, quasi profetiche le parole del prof. Vito Teti che affermava:

 “la nostalgia non è appannaggio degli anziani ma comincia da bambino, forse già appena nasci, quando abbandoni il seno materno”.

E non voglio tornare sulla speciosa questione tra “nostalgia di tempo o di luogo”perché sarei certamente ripetitivo e forse anche noioso; confermo piuttosto che mi soddisfa il beneficio psicologico derivante dai ricordi del passato: che mi hanno consentito, associando il tentativo di riassumerli in piccoli racconti, di riattualizzarne l’esperienza vissuta.

Resta comunque innegabile che faccio ancora un po’ fatica a considerarli un antidoto sempre efficace nei confronti della nostalgia; in ogni caso mi ero colpevolmente lasciato sfuggire il pensiero di Alessandro Baricco di cui ho scoperto, solo in questo periodo, i preziosi contributi; una volta gli hanno chiesto:

“Ma lei ci crede ancora nella letteratura?”. E Baricco aveva risposto: “Ci credo come si crede in un sogno che si fa sempre alla stessa ora”. Non serve forse a nulla, ma se smetti di farlo, ti senti  più solo”.

E, a tale proposito aggiungo che mi ha fatto particolarmente  riflettere la sua, seguente affermazione:

   “Scrivere e suonare, per me, sono la stessa cosa. Non è una metafora — è proprio la stessa cosa. Cambia lo strumento, ma il gesto è identico: provi a toccare qualcosa che non si vede. In musica, quel qualcosa è il silenzio. In letteratura, è il pensiero non detto. Cerchi di suonarlo, quel pensiero. Di renderlo udibile. Di trasformarlo in voce”.

Mi sono parsi, inoltre, molto istruttivi alcuni commenti alle sue opere, mirabilmente riassunti in queste espressioni:

   “Dunque, a cosa serve scrivere? Per tanti, riviversi sulla carta, schermandosi dietro all’alter-ego di un io-narrante, è un ottimo modo per scandagliare liberamente il rapporto tra l’io e il tempo e provare a curare le ferite del passato… 

… a volte la scrittura è l’unico mezzo per compiere un’auto-analisi che spinge alla rinascita. E non stupisce che il viaggio nei ricordi sia una delle più longeve forme di auto-terapia, fin da tempi più antichi”.

In sintesi, secondo il pensiero di Alessandro Baricco:

 “la nostalgia è un segno positivo della vita, e la letteratura uno strumento per gestire e valorizzare i ricordi, trasformandoli in un tesoro che arricchisce il presente”;

tornando ora al mio attuale soggiorno capracottese, non posso che ricavarne un bilancio molto positivo perché, tra l’altro, è stata rasserenante l’occasione in cui ho avuto possibilità di presentare un libro con la seconda collana di miei piccoli racconti: in prevalenza, ma non solo, a sfondo autobiografico, ma tutti nello spirito che dicevo poc’anzi; è stato, inoltre, molto consolante che io abbia potuto incontrare diversi amici d’infanzia dei quali ho percepito non solo l’affetto immutato, ma anche la grande affinità spirituale con i miei sentimenti: sebbene siano trascorsi tanti decenni.

È superfluo, comunque, sottolineare che il mio non è puerile auto-compiacimento, ma solo una prova di quanto siano tuttora preziose, anche per me, le parole; proprio secondo la dottrina di Alessando Baricco, di cui mi piace riportare testualmente un’altra espressione:  

   “C’è una cosa che ho imparato scrivendo: le parole non sono nostre. Le parole  sono creature, si muovono, si nascondono. Alcune escono da te come una sinfonia. Altre restano lì, impigliate nei denti, come una verità che non hai il coraggio di dire”.

A questo punto sarebbe assurdo che, da semplice dilettante, cercassi di paragonare la mia modestissima prosa a quella di uno scrittore famoso come Baricco; ripensavo, tuttavia, al titolo del mio secondo volume, “Sulle panchine del tempo…nei colori della nostalgia”, in cui sono arrivato ad augurarmi che le sue pagine restituiscano l’immagine di un vecchio capracottese che racconta di umilissime cose stando seduto sulle panchine di Capracotta. Non potevo certo rendermi conto che, del tutto inconsapevolmente, stavo quasi esprimendo gli stessi concetti di Alessandro Baricco che diceva:

  “A volte penso che un giorno smetterò. Che farò silenzio. Ma poi sento un ritmo, una frase, un nome, e tutto ricomincia. Non si smette mai davvero, quando si scrive per rimanere umani. E non per essere ricordati…

  … perché in fondo, il mio sogno è semplice: che qualcuno, tra dieci anni o cinquanta, trovi una mia storia su una panchina, inizi a leggerla per caso, e pensi:

   non so chi fosse questo Baricco, ma sembra che mi conoscesse.”.

Ora sono pienamente consapevole che io mi rivolgevo a una platea assai modesta di potenziali lettori, ma non posso negare di sentirmi lusingato all’idea che un giorno qualcuno di loro, augurabilmente tra i più giovani, trovando per caso su di una panchina  il mio libro, dicesse:

“Non so chi fosse Aldo Trotta, ma sembra proprio che mi conoscesse”.

Sono certo infatti che questa esclamazione, lungi dal rappresentare un elogio per la mia, ormai dimenticata persona, suonerebbe come conferma appassionata dell’amore che ogni generazione ha dimostrato e dimostra per il nostro paese e per le sue radici montanare.

Aldo Trotta