Com’era prevedibile, nei due mesi estivi appena trascorsi a Capracotta sono riaffiorati tantissimi ricordi che mi hanno riportato agli anni dell’infanzia e della prima giovinezza: talora evocati da particolari in apparenza irrilevanti cui, forse per la prima volta, ho dedicato la dovuta attenzione. È capitato ad esempio che, percorrendo una viuzza denominata “Via Arco” a pochi metri dalla mia casa, mi abbia incuriosito una serie di piastrelle di ceramica collocate sui muri a memoria degli antichi soprannomi capracottesi: ciascuna con un’immagine simbolica, spesso correlata alle attività lavorative tradizionali.
È stato perciò istintivo il mio tentativo di risalire, dal nomignolo, alle rispettive famiglie e, in diversi casi, anche a rammentare i tratti fisionomici di persone scomparse che avevo conosciuto tanti anni fa; c’è stata poi l’occasione di ammirare, proprio nel suo ambiente naturale, la fedele ricostruzione di un’antica capanna di carbonai, così mirabilmente descritta dall’amico Lucio Carnevale. Ne ho voluto rileggere il testo, insieme ad alcuni racconti dedicati allo stesso argomento, in particolare a quelli intitolati rispettivamente “L’industria boschiva” di Giuseppe Gentile, e “Il mestiere del carbonaio” di Vincenzo Di Lorenzo; di quest’ultimo mi ha davvero impressionato un lunghissimo, certamente incompleto elenco di persone che avevano svolto questo genere di attività; e non mi ha sorpreso più di tanto che la maggior parte dei loro nomi coincidesse con quelli riportati sulle piastrelle appena citate: a riprova inconfutabile, secondo me, dell’importanza socio-economica che per secoli ha avuto il patrimonio boschivo a Capracotta.
A tale proposito è suggestivo ricordare un antico, espertissimo boscaiolo di nome Donato cui, non a caso, era stato attribuito il nomignolo di “Catuòzzɘ”: termine che, secondo la radice etimologica greca, significa “ben cotto”; ed io sono in grado di confermare che, nel passato remoto, erano numerose le piccole radure dei boschi destinate, appunto, alle carbonaie.
Ora non ho certo la pretesa di soffermarmi sulla vita di questi lavoratori né, tanto meno, sull’organizzazione del loro mestiere; oltre tutto ci sono già diversi, pregevoli contributi su questo argomento tra i quali, molto suggestiva, la storia dei boscaioli di Tornimparte, un paese vicino all’Aquila il cui territorio è molto simile a quello di Capracotta.
Vorrei piuttosto fare il tentativo di approfondire, per quanto possibile, la metodologia pratica che per secoli aveva consentito la produzione del carbone vegetale: da sempre preferito, che io sappia, alla legna anche perché faceva raggiungere in più breve tempo la temperatura ideale e con il considerevole vantaggio di produrre meno fumo; da profano, inoltre, ho avuto il desiderio di conoscere un po’ le regole fondamentali di questo antichissimo lavoro. Mi dispiace, infatti, di essermi accontentato per tanti anni delle classiche immagini oleografiche di una carbonaia ed è per questa ragione che mi è parso doveroso ricominciare dal suo schema di funzionamento; attingendo, naturalmente, alla letteratura:
“La carbonaia si costruiva preparando uno spiazzo livellato, piantando al centro dei pali per creare un camino e poi accatastando la legna attorno a esso, partendo dai tronchi più grossi fino a quelli più piccoli; dopo aver riempito tutti gli spazi vuoti con legnetti, la catasta veniva ricoperta con strati di foglie umide e poi con terra, creando una copertura impermeabile.
Si cominciava sistemando intorno ai pali dapprima la legna più grossa (in quanto richiedeva più cottura), poi quella più sottile, in modo da lasciare il foro centrale libero per sistemare poi le braci. La legna veniva ben stipata, per evitare interstizi aerati che potevano compromettere la riuscita della cottura. Tale sistemazione richiedeva 2 giorni di lavoro, svolto con una metodica affinata sempre più dall’esperienza e dalla tradizione secolare. Seguivano altri due giorni di lavoro per la copertura. Nella parte in basso si collocavano in genere, a mo’ di cintura, dei rami di abete. La parte più in alto, invece, veniva ricoperta da uno spesso strato di foglie secche ripulite dai rametti che, a sua volta, veniva ricoperto di terriccio allo scopo di isolare la legna dall’aria.
Nella fase di cottura servivano due pali, uno più sottile per aprire dei fori di respiro laterali, ed uno più grosso, usato quando si imboccava la carbonaia. Acceso un fuoco per preparare le braci, si poteva aprire la bocca della carbonaia, che veniva imboccata con dei piccoli pezzi di legna e poi avveniva l’accensione immettendo nella bocca numerose braci.
Dopo qualche ora dall’accensione, quando il fumo usciva copioso, si alimentava il fuoco con nuova legna che doveva essere ben pressata con il palo più grande. Si chiudeva quindi la bocca ed il fumo a questo punto doveva uscire dai fori in basso.
Per 4-5 giorni la carbonaia veniva alimentata in questo modo giorno e notte, finché una consistente fiammata alla sommità annunciava l’avvio definitivo del processo di carbonizzazione. La cottura iniziava nella parte in alto della carbonaia e per questo i carbonai aprivano dei fori con il bastone sottile, fori che venivano poi chiusi e aperti via via più in basso per spostare la zona di cottura.
Dopo una decina di giorni la carbonaia assumeva un aspetto diverso: il terriccio di copertura diventava nero e le dimensioni si riducevano notevolmente; anche i fumi che uscivano dai fori assumevano un colore diverso. In quest’ultima fase l’alimentazione della carbonaia avveniva ai lati dove si creavano degli affossamenti e non più dalla bocca, perché oramai inesistente. Nel corso della carbonizzazione la legna diminuiva il suo volume del 40% e il suo peso dell’80%. Proprio per questo il carbonaio, negli ultimi giorni, doveva prestare molta attenzione affinché non si creassero dei vuoti d’aria all’interno che avrebbero potuto provocare l’incenerimento della carbonaia. Per evitare tutto ciò doveva batterla con il grosso bastone. In base al colore del fumo in uscita dai fori laterali, il carbonaio poteva controllare l’andamento della combustione: e solo quando il fumo diventava turchino e trasparente, il carbone era pronto.
A cottura ultimata si iniziava la fase della ‘scarbonizzazione’ che richiedeva 1-2 giorni di lavoro. Per prima cosa si doveva raffreddare il carbone con numerose palate di terra. Quindi si procedeva all’estrazione spegnendo con l’acqua eventuali braci rimaste accese. La qualità del carbone ottenuto variava a seconda della bravura ed esperienza del carbonaio, ma anche dal legname usato. Il carbone di ottima qualità doveva cantare bene, cioè fare un bel rumore e infine, quando era ben raffreddato, veniva insaccato e trasportato per essere venduto”.

Tornando ora alle mie riflessioni, ho avuto conferma della mia più completa ignoranza su questo affascinante argomento e mi dispiace tantissimo che ora se ne parli come di “archeologia artigianale”; pagherei chissà cosa per tornare indietro nel tempo e per assistere di persona, nello splendido scenario dei boschi di faggio, al complesso ciclo di lavoro che ho cercato di riassumere.
Mi conforta il pensiero che il patrimonio di conoscenze e di professionalità dei nostri carbonai non sia andato del tutto perduto; è importante, infatti, ricordare il principio su cui si basava il funzionamento delle antiche carbonaie, quello cioè della cosiddetta “pirolisi” che si ottiene mediante l’applicazione di calore in assenza di ossigeno.
E per quanto possa apparire sorprendente, grazie alle attuali e più moderne tecnologie, sono sempre più numerosi e importanti i campi di applicazione della pirolisi: ad esempio per il trattamento termico dei rifiuti, per il riciclo chimico delle materie plastiche e per molto altro.
A conclusione, infine, di questi pensieri, mi torna in mente una felice espressione del professor Roberto Vecchioni che diceva:
“La parola (e l’arte in genere) è l’unica vera invenzione umana; tutte le altre sono scoperte, dalla ruota al bosone. C’erano quindi già tutte, bisognava solo impossessarsene”.
Perciò anche la carbonaia o, per meglio dire, il nostro “catuòzzɘ”, è sempre esistita; ma che bravo quello sconosciuto antenato, degnissimo erede di Prometeo, che per primo ha avuto l’idea di una così efficace applicazione del fuoco.
Aldo Trotta

