L’infinita, travagliata storia degli ospedali

Da vecchio medico ospedaliero preferirei ignorare la mole di notizie, in genere negative, che ogni giorno vengono diffuse sulla sanità e soprattutto sugli ospedali; mi accorgo, invece, di non riuscirci, anzi di provare spesso molto dispiacere, specie quando si parla della regione in cui sono nato, il Molise. E’ il caso di questi giorni in cui mi ha colpito l’annuncio di una probabile, imminente chiusura dell’ospedale “San Francesco Caracciolo” di Agnone e di ben trenta postazioni di Guardia medica territoriale; mi hanno poi davvero impressionato le parole dell’amico Sindaco di Capracotta, che si spinge a dire: “Siamo all’atto finale di una tragedia!”

Ora mi auguro di cuore che ci sia la concreta volontà di scongiurare questo rischio e magari di invertire decisamente la rotta; in ogni caso, né potrebbe essere diversamente, io non sono in grado di affrontare un argomento così complesso, pur avendo senpre lavorato in ospedale. A tale proposito mi emoziona ricordare che da giovanissimo, nei primi anni ’80, avrei potuto essere nominato primario medico proprio nel nosocomio che citavo; fui costretto invece a rinunciare a quell’incarico perché, se mi fossi allontanato dalla città dell’Aquila e dall’ospedale San Salvatore, avrei provocato grande disagio a mia moglie e alle mie due figlie allora bambine.

Sta di fatto che il mese scorso, essendomi recato ad Agnone per salutare un amico degente, mi ha colpito l’impoverimento estremo, in dotazioni e in personale, di quel nosocomio: che pure, fino al recente passato, aveva rappresentato un importante punto di riferimento non solo per l’alto Molise, ma anche per diversi comuni della vicina provincia di Chieti; riflettevo pure, con molto rammarico, che da tempo esiste ad Agnone un edificio destinato a diventare un nuovo e più moderno ospedale: che non è stato mai completato e che anzi si trova nel più completo abbandono, come è avvenuto per tante altre strutture analoghe, specie nel Centro-Sud Italia.

Lungi da me, naturalmente, sottovalutare le grandi difficoltà organizzative e gestionali della sanità, specie nello sforzo di salvaguardare e di migliorare tutto ciò che nel 1978 era stato concepito come Servizio Sanitario Nazionale; ho tuttavia maturato la convinzione che il problema maggiore non sia la scarsità di risorse economiche: che peraltro,  nella maggior parte dei casi, dipendono dagli enormi e spesso incontrollati sprechi di denaro. Tutto ciò senza neppure sfiorare il problema dei rapporti tra medicina pubblica e privata, ma è stato inevitabile che ripensassi alla lunga, spesso travagliata storia della sanità in Italia: pur escludendo i periodi storici più remoti che pure avrebbero tanto da insegnarci.

Ho cominciato così dall’antica Roma e da Catone con il suo volume “De medicina domestica”, che descriveva le più elementari “cure domiciliari”per arrivareai primi, veri ambulatori dislocati come botteghe sulle strade principali. Solo nel 292 a.C. durante un’epidemia di peste, iniziarono a essere utilizzati anche i templi: per esempio quello di Esculapio presso l’isola Tiberina, che poi è diventato l’ospedale “Fatebenefratelli”, ed è importante sottolineare che il termine “ospedale” deriva dalla parola latina “Hospes” (Ospite), da cui i nomi di “Ospizio”, “Ostello” e altri.

Si era andata poi consolidando, con il Cristianesimo, la pratica dell’assistenza caritatevole agli infermi e ai poveri, ma solo dai primi secoli dell’anno mille gli Ordini e le Congregazioni religiose cominciarono a creare e a gestire degli appositi ambienti di ricovero; comparvero infatti i cosiddetti “HOSPES” ed è suggestivo che questo termine sia stato ripreso di recente nella parola “HOSPICE” per indicare, ad esempio, strutture assistenziali destinate ai malati terminali.

Due di queste antiche istituzioni si chiamavano rispettivamente:

  • “Ptochio”, riservato ai poveri (dal greco πτωχος -ptokòs – povero)
  • “Xenodochio”, riservato ai viandanti, ai pellegrini o agli stranieri

Quest’ultimo, dal greco ξένος (xénos) che significa forestiero e δέχομαι (déchomai) che vuol dire accogliere, era una struttura molto diffusa fin dal Medioevo e spesso annessa ai monasteri o alle chiese. Ce n’era uno molto antico anche a Capracotta, che è stato oggetto di studio e di ricerca da parte dell’amico architetto Franco Valente e tuttora ricordato da una lapide in latino nell’attuale via Arco (foto in alto, ndr); di esso non è certamente possibile conoscere le caratteristiche  né, tanto meno, indicare le specifiche funzioni ma fa molto riflettere che nel 1781 Giuseppe Maria Galanti, nella sua “Descrizione del Molise”, attestasse la storica presenza, in quella sede, di un distinto edificio, destinato forse a “Lazzaretto”.

Anche Lorenzo Giustiniani, nel suo Dizionario ragionato del regno di Napoli”, del 1797, aveva scritto testualmente: …”vi è un Ospedale a Capracotta”, confermando pure l’esistenza di una chiesa dedicata a sant’Antonio Abate, sempre nei pressi dell’attuale via Arco e della lapide citata.     

Tutto  ciò trova infine conferma nel libro di Luigi Campanelli “Il territorio di Capracotta”, scritto nel 1931, che riportavala seguente trascrizione dell’epigrafe latina in ricordo di quell’antico xenodochio: da cui si evince che era stato ricostruito, verosimilmente dopo la demolizine di un altro  molto, molto più antico:

“XENODOCHIUM HOC VETVSTA
TE MAJORVMQUE INCVRIA PENITVS
DEMOLITVM ANNO ITERO 1720
ET 1721 A FVNDAMENTIS RAEDI
FICATVM FVIT EX LEGATO R.D. PHI
LIPPO BARDARO ET NONNVLLORVM
PIETATE”

Ora è molto probabile che in questo contesto storico si sia sviluppato anche l’antico rione di Capracotta dedicato a San Rocco (senza un’altra Chiesa) di cui, nel tempo, è andata perduta ogni traccia. Per tradizione popolare tuttavia, di cui io stesso sono testimone, veniva chiamata “Rufa di San Rocco” la gradinata che costeggia la mia vecchia casa,  ora denominata “via Trigno”; a tale proposito, non potrò mai dimenticare che nel primo dopoguerra, durante i lavori per la costruzione di una nuova casa lì accanto, erano affiorati i resti scheletrici di diverse persone (poi cristianamente reinumati nel Cimitero).

Si ritenne che appartenessero a persone decedute nell’antico lazzaretto, forse lo stesso già  denominato “ospedale”, (?) ma certamente moltissimi anni prima della grave epidemia di peste che ci fu a Capracotta nel 1656; è anzi opportuno ricordare che San Rocco era stato proclamato santo dal Concilio di Costanza nel 1414, per la sua opera taumaturgica durante alcune precedenti e altrettanto devastanti epidemie.

Tornando ora alle incredibili notizie di cronaca attuale sugli ospedali, considero inconcepibile che si possano dimenticare le innumerevoli, travagliate tappe attraverso cui è passata la storia dell’assistenza sanitaria e della Medicina anche a Capracotta e nel nostro Molise; ed è tanto più imperdonabile, a mio giudizio, che non si riesca a fare tesoro delle tante traversie, spesso vere e proprie tragedie, di cui sono state protagoniste le nostre antiche popolazioni: specie quando non c’era ancora nulla di scientifico nella medicina e tutto era affidato non tanto alla solidarietà collettiva, quanto e soprattutto alla carità cristiana e allo spirito di abnegazione dei nostri valorosi antenati: le cui risorse economiche non credo proprio fossero migliori di quelle attuali.

Ora so bene che la mia rischia di apparire come…la voce di uno che grida nel deserto ma non posso fare a meno di concludere con un accorato appello ai responsabili dell’organizzazione sanitaria e ospedaliera; non me ne vogliano, anzi, se utilizzo quell’antico aforisma che dice:

“Chi ha orecchi per intendere, intenda!”.

Aldo Trotta