Del tutto eccezionalmente, dopo tanti anni, ho trascorso due mesi estivi a Capracotta e ho colto l’occasione per rivedere alcuni dei miei “luoghi del cuore”: nell’unico rammarico di non potermi muovere agilmente come in passato e quindi di aver dovuto spesso utilizzare l’automobile. Sono comunque riuscito a raggiungere un versante particolarmente suggestivo della faggeta di Monte Capraro: quello che si affaccia sulla pianura di “Monteforte”e ho ricordato che, in quella foresta, mi aveva sempre incuriosito la denominazione di una zona particolare: ero certo infatti che si chiamasse “Costa della Cerreta” ben sapendo che, in montagna, il primo termine indica un pendìo scosceso e il secondo un boschetto di “querce”, altrimenti dette “cerri”. In realtà mi portavo dietro un grossolano errore di comprensione perché il suo esatto appellativo era “Costa dell’Acereta: una piccola “macchia di aceri”, appunto, che ho voluto rivisitare durante il soggiorno in paese.
Ho fatto poi il tentativo di migliorare, almeno un po’, le mie conoscenze di botanica scoprendo finalmente che l’acero non solo è presente nel Giardino della Flora Appenninica a Capracotta, ma ne è pure divenuto, il logo ufficiale (foto a lato, ndr); una foglia di acero è pure rappresentata nella bandiera nazionale del Canada e questo è segno dell’importanza della pianta per un paese ricco di meravigliose foreste.
La famiglia botanica è quella delle “Sapindaceae”, con oltre 200 specie appartenenti al genere “Acer”, che in latino significa “appuntito” per l’estremità acuminata delle foglie. Esse appaiono lobate, spesso a forma di palma, e cambiano colore in autunno con tonalità vivaci di rosso, arancione o giallo-oro; il suo legno è chiaro, molto duro e apprezzato per i mobili e l’artigianato, in particolare per la costruzione di strumenti musicali, mentre i frutti sono le caratteristiche “samare alate” che disperdono i semi sfruttando il vento. Viene così favorita la loro propagazione a distanza e quindi la loro diffusione; si racconta tra l’altro, sebbene non ci siano prove sicure, che il famoso ingegnere americano di origini ucraine, Igor Sikorsky, abbia tratto ispirazione dai semi d’acero, le samare appunto, per la progettazione degli elicotteri.
Proverò ora a riassumere le numerose proprietà degli aceri iniziando dalla corteccia che è ricca di tannini e di fitosteroli e viene usata per i suoi effetti astringenti e rinfrescanti; può risultare anche utile, per impiego topico, come coadiuvante negli eritemi della pelle ed è ricchissima di vitamine del complesso B e di sali minerali. Inoltre, limitatamente all’Acero rosso, le sue foglie possono contribuire a ridurre l’infiammazione delle vie respiratorie, ma la pianta è soprattutto famosa per il suo “sciroppo”, contenente oltre 20 varietà di polifenoli antiossidanti; esso si ricava principalmente dalla linfa dell’Acero da zucchero (Acero canadese o Acer saccharum) ma anche, in misura minore, dall’acero nero e da quello rosso. Gli attuali, moderni sistemi di produzione dello sciroppo utilizzano una rete di tubi per raccogliere la linfa da molti alberi e convogliarla a una centrale di raccolta, dove viene prima concentrata tramite osmosi inversa per ridurre l’acqua e poi fatta evaporare tramite riscaldamento; anche su questa pianta, naturalmente, sono fiorite diverse leggende di cui la più singolare racconta che la prima produttrice dello sciroppo d’acero sarebbe stata la moglie di un capo tribù indiano:
“Una mattina di fine inverno il marito di questa donna uscì per andare a caccia prendendo la sua ascia, il tradizionale ‘tomahawk’, che aveva conficcato nell’albero la sera prima. Il clima caldo di quella giornata iniziò a far scorrere la linfa lungo il tronco che andò poi a riempire un contenitore posto ai piedi dell’albero. La donna, pensando che fosse acqua, vi cucinò della carne per la cena e la cottura trasformò la linfa in sciroppo insaporendo così la pietanza”.
Ancora una volta, quindi, posso dire che è stato piacevole e istruttivo al tempo stesso il mio sforzo di apprendimento che stavolta ho voluto dedicare all’acero, ma non avrei mai immaginato di scoprire un altro suo importante legame con il Molise; con piacere, perciò, ne riporto la motivazione che riguarda un albero di enormi dimensioni, un “acero montano” (“Acer Pseudoplatanus”), che si ritiene abbia 400-500 anni di età:
“Questo raro esemplare si trova nel comune di Pizzone (IS), nella valle Ura e la sua storia si intreccia con la leggenda. L’albero, che già nel 1988 aveva una circonferenza di 6,6 metri, presenta un’apertura al centro del tronco in cui riesce ad entrare persino un adulto di grossa taglia. La favola che si tramanda in paese vuole che sull’acero regni una specie di sortilegio che nei secoli lo ha protetto dalle intemperie e dalle tante valanghe che, nel tempo, hanno distrutto molti degli alberi circostanti, senza mai danneggiarlo. Si parla addirittura di un tesoro nascosto sotto la pianta dai briganti e di un patto che questi avrebbero stretto addirittura con il Diavolo per proteggere il loro bottino... (da “Il Colibrì – Sociale e Società”).
Negli anni questa favola continua ad essere alimentata suscitando la curiosità degli abitanti e di tutti coloro che si recano nel “Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise” per ammirare questo gigante vegetale; che sembra proprio la ragione principale per cui l’acero è stato scelto anche come simbolo della nostra regione; a proposito, anzi, di quest’ultima, è stato istintivo che mi tornasse in mente ciò che avevo scritto lo scorso anno sul tema della “Biofilia” e delle “Terapie forestali” a Capracotta.
Sono sempre più convinto, infatti, che le foreste rappresentino un vero “ambiente terapeutico”, capace persino di accreditarsi come potenziale supporto sanitario oltre che come elemento insostituibile per la stabilità della vita sulla terra.
Aldo Trotta


