Sciatori a Capracotta all’inizio del Novecento. Archivio fotografico: Cav. Giovanni Paglione
Dopo tanto tempo, ho incontrato un caro amico non capracottese che si è meravigliato di vedere trasformata la mia casa paterna, quella in cui sono nato, in un piccolo museo pieno di cimeli e di ricordi; e non è stato facile convincerlo che realmente, fino ad alcuni anni fa, mi ero illuso di poterci tornare a vivere stabilmente. Così, in maniera scherzosa, si è divertito a chiedermi quale fosse l’angolo cui sono maggiormente legato; ed io non ho esitato a indicargli le scale che conducono alla piccola mansarda del piano superiore: che in passato era una semplice, disadorna legnaia.
Il motivo è che, lungo la parete, fanno bella mostra di sé alcune paia di sci appartenuti alla mia famiglia nel periodo che va dagli anni ’40 fino agli anni ’70-80 del secolo scorso; di essi, naturalmente, sono miei quelli meno antichi che in linea di massima ho adoperato dai 16 anni fino a oltre i 70: ma, purtroppo, molto meno di quanto avrei desiderato.
Sarebbe ora difficile riassumere l’intero dialogo di quel giorno e mi limito perciò a raccontare che l’attenzione del mio amico, assolutamente inesperto di sport invernali, è stata subito attirata da un paio di sci da “ fondo” di marca “Muller”, colorati di rosso; essi, quasi certamente risalenti agli anni anni ’50 (?), erano appartenuti a uno zio acquisito che, fin da quando ero bambino, mi aveva spiegato le ragioni del loro grandissimo pregio: non tanto e non solo perché provenienti dalla Svizzera, quanto e soprattutto perché costruiti con il leggendario legno di Hickory”.
A questo punto una breve digressione per far cenno alla millenaria storia degli sci il cui impiego iniziale fu certamente successivo a quello delle racchette; già Senofonte, nel 400 a.C., raccontava:
“Ho imparato sui monti dell ‘Armenia a legare dei sacchi intorno alle zampe dei cavalli per impedire che affondassero nella neve”.
Gli sci, infatti, sono andati affermandosi molto gradualmente, nell’arco di tantissimi anni e in modo particolare da quando al semplice movimento del camminare si aggiunse il piacere dello scivolare; e non è certamente casuale che nel nostro dialetto “sciare” si dicesse “scɘcruà”, cioè “scivolare”. Numerosi documenti attestano che l’uso degli sci fu importato in Norvegia dai “Lapponi”, una popolazione indigena della Scandinavia che utilizzava, fin dal X° secolo, un solo e lungo bastoncino per la spinta e l’equilibrio sulla neve.


A tale proposito non finiranno mai di sorprendere le spettacolari fotografie di Giovanni Paglione che raffigurano antichi sciatori di Capracotta all’inizio del secolo scorso: anch’essi con un solo lungo bastone, proprio come i Lapponi e, guarda caso, pochi anni prima che fosse inaugurato il nostro Sci Club, nel 1914.
Rimarrano indelebili nella mia memoria tante splendide giornate vissute sulla neve, quando intere frotte di bambini piccolissimi volteggiavano sui loro sci in miniatura: capaci di compiere incredibili acrobazie, davvero paragonabili a quelle che ora sono possibili con i moderni snow-board; l’assillo maggiore di tutti, come è noto, era rappresentato dalla frequente rottura delle cinghiette di cuoio per l’aggancio degli scarponi ma, in ogni caso, guai se in paese non avessimo avuto dei grandi benefattori, i falegnami.
Questi valorosi artigiani, incapaci di negare un cortissimo paio di sci a qualsiasi bambino, erano perfettamente in grado di costruire pregevoli attrezzi per lo sci nordico, già abbastanza diffuso e, in misura minore, per quello alpino; e mi risulta che, frequentemente, facessero già uso anche del legno di frassino, molto meno reperibile nella nostra zona e certamente più costoso.
Personalmente ricordo con grande emozione i miei primi sci davvero degni di questo nome e soprattutto la felice occasione in cui ebbi la possibilità di visitare la loro più importante fabbrica italiana, la “Persenico” di Chiavenna (SO): che raggiunsi percorrendo i meravigliosi tornanti che, attraverso il passo alpino del Maloja, arrivano a Saint Moritz, in Svizzera; ancor prima degli anni ‘50 il sogno di tutti era divenuto poi quello degli sci di “Hickory”, un legname di altissima qualità proveniente dal Nord America edi cui pochissimi disponevano allora a Capracotta; uno di loro, che io ammiravo moltissimo per la sua bravura come discesista, era il caro e compianto cugino Carmine che malauguratamente, nonostante la robustezza e la flessibilità dei suoi sci, ebbe la sfortuna di danneggiarne gravemente uno urtando una pietra. Non potè certamente acquistarne un altro paio e perciò fu provvidenziale che un abilissimo falegname di Capracotta (di cui mi dispiace non rammentare il nome), realizzando una specie di trapianto in legno di hickory, riuscì a ripararlo: e con tale maestria, quasi come un chirurgo plastico, da rendere pressochè invisibili i segni del suo intervento.
Tornando ora ai nostri giorni, è a tutti noto che la struttura di uno sci moderno è composta di almeno 6-7 strati diversi che, purtroppo, non riuscirei a descrivere; ognuno di essi contribuisce a una specifica caratteristica ma negli ultimi decenni c’è stata una ricerca esaperata di materiali sempre più scorrevoli e veloci fino al punto da rendere talora pericolosi gli attuali attrezzi da competizione.
A questo punto mi accorgo, non senza un po’ di malinconia, che sono arrivato al capolinea di un altro, piccolo viaggio ideale nella storia del passato: in cui a Capracotta, pur nella modestia di ciò che possedevamo, la neve ha sempre avuto un ruolo di primissimo piano; ora so bene che non si può riandare indietro nel tempo, ma pagherei chissà cosa se prodigiosamente, almeno per un giorno, io riuscissi a tornassi bambino avendo ai piedi quei vecchi sci cui sono orgoglioso di aver reso omaggio.
Aldo Trotta

