Nei confronti dei propri cari scomparsi, a Capracotta esiste da sempre un autentico culto della memoria, fatto di rispetto, rimpianto, commozione e tradizione.
Un tempo, i nostri antenati venivano sepolti nei sotterranei dell’antica Chiesa Madre, dove trovarono requie anche le salme dei 1.126 compaesani deceduti a causa della peste del 1656, tra agosto e settembre. Fu un’opera di grande carità cristiana, attribuita soprattutto all’allora arciprete Pietro Paolo Carfagna, che si adoperò per offrire una degna sepoltura alle vittime dell’epidemia.
Durante i lavori di restauro della Chiesa Madre, le salme furono momentaneamente traslate nella cappella adiacente, ma, una volta conclusi i lavori, il 28 aprile 1749 (come tramandato dal Libro delle Memorie), i defunti ripresero a essere sepolti nei sotterranei della parrocchia.
Con il “Decennio Francese”, tuttavia, le norme cambiarono: l’editto di Saint-Cloud del 12 giugno 1804 stabilì che i cimiteri dovessero sorgere fuori dalle mura cittadine, per motivi igienico-sanitari e di ordine pubblico.
A Capracotta si dovette attendere fino al 2 luglio 1879, quando fu benedetto e inaugurato il nuovo cimitero nella località di Vagli, lo stesso che ancora oggi accoglie le spoglie dei nostri cari.
L’anno successivo, dopo il permesso del Vescovo di Trivento, vennero trasferiti i resti conservati nella Chiesa Madre in un ossario predisposto nel nuovo camposanto, completando così un percorso secolare di fede e di pietoso compimento verso le generazioni passate.
Paolo Trotta

