Il bosco di Vallesorda con i colori dell’autunno. Foto: Albergo Conte Max
Come ho confidato più volte è senza dubbio il silenzio, vero signore delle mie giornate, il più affidabile suggeritore di ogni mio pensiero o riflessione: talora con il concorso di piccolissimi spunti occasionali cui in passato non avrei dedicato la benché minima attenzione; in questi giorni infatti, mi sono fermato a lungo a guardare dal balcone il parco retrostante la casa in cui abito attualmente. Ed è stata una sorpresa osservare che il vento, nel clima sereno e ancora tiepido di questa zona costiera, faceva già cadere dagli alberi tante foglie morte sollevandole in piccoli vortici; così, mentre tenevo a bada la mia irriducibile malinconia, il pensiero è corso ai tanti componimenti e alle diverse citazioni poetiche che questo spettacolo naturale ha sempre ispirato. E, chissà perché, mi è venuta in mente per prima la poesia dialettale di Trilussa, (Carlo Alberto Salustri), intitolata “Autunno” che comincia così:
“Indove ve n’annate,
povere foje gialle,
come tante farfalle spensierate?
Venite da lontano o da vicino?
da un bosco o da un giardino?
E nun sentite la malinconia
der vento stesso che ve porta via?…”.
Subito dopo, ancora riflettendo a questo fenomeno naturale di cui è molto nota la simbologia, ho pensato a Giacomo Leopardi che, ad uno dei suoi “Canti” aveva dato l’appellativo di “Imitazione”; si era cimentato infatti nella traduzione o, come si direbbe oggi, nella “cover”, di un analogo componimento scritto in francese da Antoine-Vincent Arnault, intitolato “La Feuille” (La Foglia):
“Lungi dal proprio ramo,
povera foglia frale,
dove vai tu? Dal faggio
là dov’io nacqui, mi divise il vento.
Esso, tornando a volo
dal bosco alla campagna,
dalla valle mi porta alla montagna…”.
Nella mia mente, poi, hanno avuto il sopravvento i ricordi di quando ero più giovane e, in particolare, delle lunghe passeggiate che, a vario titolo facevo allora nei meravigliosi boschi di faggio a Capracotta; in autunno inoltrato, specie dopo alcuni giorni di pioggia, nel sottobosco si calpestava un altissimo tappeto di foglie che costringeva anche a prestare molta attenzione. Era insidiosa, infatti, la disomogeneità nello spessore di quel manto, determinata dalla maggiore o minore esposizione al vento di una certa area e dai mulinelli che aveva sollevato; non molto diversamente, in fondo, rispetto a quanto si verifica in inverno quando si formano altissimi cumuli di neve nelle zone esposte e, viceversa, il terreno resta semiscoperto in altre.
In me è rimasto indelebile il ricordo di una occasione remota in cui per disattenzione caddi rovinosamente, per fortuna senza conseguenze, mentre partecipavo a una piccola battuta di caccia alle beccacce: splendidi uccelli selvatici questi, che prediligono il sottobosco umido, con ricche lettiere di foglie cadute. Sempre restando alla finestra, la mia attenzione è stata attirata poi da un operatore ecologico che, utilizzando un moderno quanto rumoroso aspiratore elettrico, provvedeva a liberare i marciapiedi dalle foglie morte; e mi sono chiesto quanto fosse davvero utile il suo operato della cui necessità è comunque difficile, attualmente, fare a meno nelle aree urbane. Ricordando, così, che non è mai troppo tardi per imparare, ho cercato di documentarmi scoprendo in sintesi che:
- le foglie morte sono ricche di carbonio e, attraverso la decomposizione operata da batteri, funghi e invertebrati, rilasciano nutrienti essenziali come azoto, calcio e zolfo;
- il tappeto di foglie fornisce riparo e nutrimento per molti organismi, inclusi insetti, larve, farfalle, anfibi e piccoli mammiferi;
- il tappeto di foglie protegge il suolo dall’erosione e aiuta a mantenere l’umidità, specialmente durante i periodi secchi e freddi;
- le foglie rappresentano un serbatoio di carbonio organico che viene gradualmente rilasciato nel suolo attraverso la loro decomposizione;
- lasciare sul terreno le foglie morte contribuisce in modo significativo alla ricchezza e all’equilibrio della biodiversità del bosco (da Valentino Valentini, direttore Museo della Fauna Minore a San Severino Lucano).
Leggevo inoltre che: “il modo migliore di gestire l’ambiente è quello che imita fedelmente la natura ed è necessario assecondare questo processo naturale, utilizzando anche solo uno strato di foglie per coprire il terreno intorno alle piante perenni, tra gli arbusti e sotto le siepi; predisponendo, in altre parole, quella che in gergo tecnico si chiama pacciamatura”.
Il mio sguardo è stato attirato infine dai variopinti colori delle foglie tuttora presenti in gran numero sui rami degli alberi ed ho avuto la curiosità di approfondire da cosa essi sono, rispettivamente, determinati:
• il Giallo e l’Arancione sono dovuti ai carotenoidi, che persistono dopo la degradazione della clorofilla;
• il Rosso è prodotto dalle antocianine, sintetizzate come risposta allo stress ambientale o per proteggere i tessuti vegetali dai danni ossidativi;
• il Bruno e il Marrone sono il risultato dell’accumulo di tannini e della decomposizione cellulare.
E’ superfluo aggiungere che è la combinazione di questi pigmenti a determinare le infinite sfumature di tonalità, non disgiunta da fattori genetici delle piante, dalle condizioni climatiche e dalla disponibilità di nutrienti.
Così, senza neppure accorgermi del tempo che avevo trascorso ad osservare questo spettacolo naturale, è un po’ riaffiorata la mia malinconia; non potevo perciò dimenticare quella che, a giudizio di molti studiosi, è la più celebre similitudine che sia mai stata riscontrata tra la caducità del ciclo vitale delle foglie e quella degli uomini.
La descrive da par suo il poeta Omero nel VI° libro dell’Iliade (vv. 147-149) riportando il colloquio tra Diomede e Glauco:
“…Come è la stirpe delle foglie, cosi quella degli uomini.
Le foglie il vento le riversa per terra, e altre la selva
fiorendo ne genera, quando torna la primavera;
così le stirpi degli uomini, l’una cresce e l’altra declina…”.
Aldo Trotta

