Per molti anni ho cercato di evitare i giorni canonici dell’uno-due novembre per far visita ai cari defunti che riposano nella nostra Cappella del Cimitero, a Capracotta; ho sempre avuto timore, infatti, che questa ricorrenza, con il suo inevitabile assembramento di persone diventasse fonte di confusione e di rumore: quindi che anch’io potessi contribuire a turbare la quiete di quel camposanto. Negli ultimi tempi invece, essendo scomparsi anche mia madre e mio fratello, è un po’ svanita questa mia perplessità ma ho notato, al tempo stesso, che si è progressivamente ridotto il numero delle persone che riconosco, incontrandole sulla strada verso il Cimitero; ed è motivo di dispiacere per me, sebbene sia assolutamente naturale che si avvicendino le generazioni.
Non so bene cosa accada in altri piccoli centri del Molise che pure, da tanti decenni, stanno vivendo il dramma dell’emigrazione e dello spopolamento; sta di fatto che è tuttora consuetudine della maggior parte delle famiglie capracottesi, anche a costo di grandi sacrifici, ricondurre i propri defunti nel nostro Cimitero e spesso anche da molto lontano. Mai come questa volta mi ha colpito, durante la santa Messa, la lettura dei nomi di tutte le persone scomparse nell’anno, unitamente al luogo del loro decesso; e ho potuto verificare che, a fronte del gran numero di coloro che ci hanno lasciato, sono tuttora pochissimi quelli che non vengono sepolti in paese, anche tra i deceduti all’estero.
Tutto ciò mi ha fatto ricordare che tempo fa, in inverno, a me che osservavo come a Capracotta ci fossero sempre meno finestre illuminate e quindi meno case abitate, hanno fatto eco le parole di un caro amico d’infanzia che, giustamente, mi diceva:
“quasi non ci accorgiamo che stanno aumentando, e di tanto, le luci che restano sempre accese, quelle del Cimitero purtroppo!”.
Perciò, smentendo clamorosamente me stesso, quest’anno posso dire di essermi quasi rallegrato per il fatto di trovarmi in un luogo che pareva un giardino fiorito, illuminato da molte luci e popolato da tante persone: che, come ricordava Monsignor Angelo Spina vescovo di Ancona, fanno visita ai loro cari defunti perché “ricordare” significa “riportare al cuore”; ed è quanto, nel mio piccolo, ho cercato di fare dedicando il mio pensiero e la mia umilissima Preghiera ai defunti…più dimenticati e soprattutto a quelli che nella loro vita, cristianamente e in silenzio, hanno fatto sacrifici immensi e sopportato infiniti disagi.
Così, è stato spontaneo che nei giorni scorsi riflettessi alle letture evangeliche e in particolare alle parole di San Giovanni Evangelista tratte dal libro dell’Apocalisse; che, non sembri irriverente, ho sempre considerato idealmente rivolte anche ai miei genitori ed ai miei antenati, ma soprattutto alle innumerevoli generazioni di antichi capracottesi, specie ai tanti emigranti del passato.
Del resto, al di là del loro misterioso e complesso significato teologico che non sono certo in grado di approfondire, nel giorno dei morti è stata grandisima in me la suggestione evocata dalle parole di San Giovanni:
“…ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare…
Ma chi sono queste persone? E da dove vengono?
Signore mio, tu lo sai. Sono quelli che
vengono dalla grande tribolazione…” (Ap 7,2-4.9).
Ritornando ora al mio pensiero iniziale, mi preme confidare che naturalmente, al Cimitero, ho trascorso anche momenti di grande raccoglimento e di dialogo intimo con tutti i miei cari; sono riuscito infatti a isolarmi dalla folla dei visitatori, cercando soprattutto di cancellare dalla mia visione il grande numero di automobili in sosta lungo il viale esterno.
Così, ho rivissuto intimamente l’atmosfera di religioso silenzio che, fino a non molti decenni fa’ e per tutto l’anno, regnava sovrana nel Cimitero di Capracotta; tornando poi a casa, ho ricordato di aver letto una commovente poesia dello scrittore abruzzese Remo Rapino, intitolata “Come una foglia d’autunno” e tratta dal volume “Il libro dei paesi morti – Poesie dell’abbandono”, del 2024.
Essa, di cui mi piace riportare il testo, mi è parsa riassumere al meglio tutta l’emozione che ho vissuto nel giorno dei Morti, a Capracotta:
“Quelli, i paesani che passano lenti
davanti al cancello del camposanto,
li riconosci subito, ché guardano
in modo diverso oltre la ruggine
del cancello. Tra l’erba e le pietre
dormono i loro morti per sempre.
Quelli, i paesani che passano lenti,
si lasciano dietro una timorosa scia
di preghiere, una voce che si sperde
nel vento come la foglia d’autunno
che vola, si posa su più quieti paesi
dove le pietre sono bagnate di luce”.
Aldo Trotta

