Sabato sera, nella falegnameria di Antonino D’Andrea alla Garbatella, a Roma, “Mi chiamo Ruggine” ha trovato il suo respiro, la sua voce, la sua casa.
Tra legni, seghe, vernici e il profumo buono del lavoro artigiano, la letteratura è tornata materia. Viva, concreta. Per una sera, una bottega è diventata piazza, teatro, stanza comune. Un luogo popolare e accogliente dove le parole hanno trovato ascolto. Dove le storie sono tornate a mescolarsi alle mani, ai volti, alle vite.
Fuori, la gente. Tanta. Stipata oltre la porta, desiderosa di ascoltare, intervenire, esserci. Dentro, un dialogo serrato, affettuoso, onesto. Con Filippo La Porta, critico appassionato e amico vero, che ha guidato l’incontro con la sua solita sapienza e leggerezza. E con Antonino, padrone di casa generoso, che ha trasformato la sua falegnameria in un luogo di cultura condivisa.
Mi sono sentito cantastorie, apprendista, piccolo scrivano. Perché “Mi chiamo Ruggine” è anche questo: una piccola urgenza di popolo. Un romanzo che chiede di essere ascoltato nei luoghi che gli somigliano. Dove la fatica, la rabbia, il perdono, trovano voce.
Se la letteratura tornasse davvero tra la gente?
Grazie a tutte e tutti. Ci rivedremo. In un altro laboratorio, in un’altra piazza, in un altro cuore di quartiere.
Gianlivio Fasciano

