Il vecchio mantello a ruota: un’emozione che si rinnova

Già lo scorso anno, nel periodo delle festività natalizie, avevo desiderio di indossare il vecchio mantello a ruota che apparteneva a mio padre Ottaviano; speravo infatti di partecipare a un raduno annuale, ormai tradizionale a Capracotta, in cui si celebra questo antico capo di vestiario: ma, purtroppo, non mi fu possibile allora.

Quest’anno invece, con mia grande soddisfazione, sono riuscito a sfilare in paese indossando quello che in dialetto viene chiamato “cuappotte a’ ròta”; quando era già buio perciò, mi son trovato in un folto gruppo di persone di tutte le età che lo portavano ma, sul momento, ho temuto di sentirmi a disagio perché erano comprensibilmente pochi i coetanei presenti. Al contrario e fortunatamente mi sono reso conto che la mia esitazione era del tutto ingiustificata, pur nella difficoltà di riconoscere molti dei partecipanti, e non solo i più giovani: specie perchè il mantello nasconde i lineamenti del viso con il bavero di pelliccia che risale quasi fino agli occhi; unico motivo di delusione il fatto che in paese non ci fosse neppure un po’ di neve ed è, purtroppo ciò che attualmente si verifica sempre più spesso.

È ora superfluo, avendolo già raccontato, che mi soffermi sulle caratteristiche fondamentali del nostro storico mantello che comunque, in estrema sintesi, sono le seguenti:

 “Realizzato in panno grosso e pesante, di colore scuro solitamente nero, ha un solo punto di allacciatura con una borchia sotto il mento e viene tenuto chiuso buttando un’estremità sopra la spalla opposta in modo da avvolgerlo intorno al corpo” (Wikipedia).

Ho piuttosto voluto approfondire le mie conoscenze su questo antico capo di vestiario che in diverse regioni italiane prende il nome di “tabarro”: una parola derivante dal francese “tabard”, che indicava un tipo di mantello risalente al XIII° secolo; la sua tradizione è infatti molto consolidata, per esempio, nel Veneto, in Romagna o, in modo particolare, in Toscana. Non è certo casuale che si svolga a Lucca, ogni anno, una delle più importanti rievocazioni storiche che prende il nome di “Tabarrata” né, tanto meno, che sia stato Giacomo Puccini a comporre un’opera lirica intitolata “Il Tabarro”.

Mi preme sottolineare la particolare abilità che il mantello richiede per utilizzarlo e cioè quella di saperlo tenere ben arrotolato, in modo da esaltarne le straordinarie capacità di protezione; ed è stato grande il mio disappunto, lo scorso 3 gennaio, accorgendomi che non sapevo più farlo così bene come in passato; così, ho forse dato a molti l’impressione di camminare come trasognato nel turbinìo di ricordi che affollavano la mia mente mentre, con una torcia accesa in mano, percorrevamo il Corso Sant’Antonio verso la piazza; poco dopo, bevendo un sorso di spumante e scambiandoci gli auguri di buon Anno accanto all’albero di Natale illuminato, abbiamo deposto le torce accese in un grosso braciere.

Così la luce e il calore di quest’ultimo mi hanno fatto tornare in mente un episodio accaduto a mia madre nel lontano inverno 1937, pochi giorni dopo il suo arrivo a Capracotta dalla provincia di Ferrara; era la prima domenica che si trovava a vivere in un paese semisepolto dalla neve e a fatica, con largo anticipo, aveva raggiunto la Chiesa Madre per partecipare alla santa Messa del mattino. Fu grande la sua sorpresa quando si accorse che erano presenti solo due gruppi di anziani uomini seduti intorno a grandi bracieri accesi; era consuetudine in quegli anni che, prima della celebrazione, due cori si alternassero al suono dell’organo per cantare in latino gli antichi salmi responsoriali, da tutti conosciuti come “Ufficio della Domenica”.  

Di quegli antichi personaggi colpiva il fatto che, in apparenza, fossero identici perché tutti indossavano il tradizionale mantello a ruota; e la mamma non comprese il gesto della mano con cui uno di loro le faceva cenno di avvicinarsi al braciere. Il suo era solo un amabile invito a scaldarsi, ma lei si spaventò a tal punto da ritornare sui suoi passi e correre dalla Sig.ra Antonietta che le aveva ceduto in affitto un alloggio a Capracotta; così, solo dopo le sue rassicurazioni tornò in Chiesa, nel frattempo più affollata, ancora in tempo utile per la santa Messa e…per chiedere scusa della sua immotivata reazione.

Sta di fatto che da quel momento in poi la mamma ebbe certezza che il mantello a ruota fosse l’oggetto più simbolico di Capracotta; ma, tornando al raduno di cui parlavo, è stata grande la mia emozione anche mentre rientravo a casa da solo, al termine della rievocazione. Durante la notte poi, forse nel dormiveglia, ho sognato che il vento impetuoso sollevasse i lembi non arrotolati del mio mantello, trasformandolo in quella che ora viene definita “tuta alare”: un avveniristico dispositivo che consente a molti appassionati di imitare, senza timore alcuno, le gesta di Icaro nel suo celebre volo di cui tutti conosciamo la storia mitologica.

Così io non stavo più sfilando lungo il corso di Capracotta, ma sorvolavo idealmente tutte le sue strade: in ognuna delle quali sembrava muoversi lentamente un interminabile corteo di “folletti neri”: i tanti concittadini di tante generazioni che, nei secoli, le avevano percorse indossando il prezioso “cuappotte a’ ròta”.

 Aldo Trotta