L’attuale sede della scuola di Capracotta in via Roma
Ancora una volta rivolgendo il mio pensiero al passato, riflettevo al lungo e faticoso percorso della scuola e dell’istruzione a Capracotta: di cui non è esagerato definire ammirevoli le tappe in una piccola comunità di montagna storicamente composta, in prevalenza, di pastori e carbonai; a suggerirmi questo argomento è stata una suggestiva fotografia utilizzata, tra l’altro, come biglietto augurale dalla nostra associazione “Amici di Capracotta” e scattata nel febbraio 1901 da Giovanni Paglione: che non mi stancherò mai di elogiare per i suoi meriti di grandissimo benefattore; e mi preme sottolineare che la mia attenzione è stata maggiormente attirata dal paesaggio di quella foto piuttosto che dai personaggi che ritrae: tra i quali spicca, neanche a dirlo un’anziana donna che, proveniente dalla torre dell’Orologio, avanza nella neve alta con una conca di rame sulla testa, la nostra “tina” piena d’acqua.
La strada è l’importante via “Santa Maria delle Grazie”che io percorrevo ogni giorno come gli altri bambini per raggiungere l’antico edificio scolastico, non danneggiato irreparabilmente dalla guerra del 1943: lo stesso che ora, debitamente ristrutturato, è divenuto da tempo la sede di una residenza per anziani; e non so spiegarmene il motivo, ma l’immagine che citavo mi ha fatto tornare in mente gli anni successivi a quelli della scuola elementare, l’unico grado di istruzione allora obbligatorio.
Non esisteva, infatti, una “Scuola Media” a Capracotta ed è questo il motivo per cui l’amministrazione comunale, dimostrando grande lungimiranza, ne aveva istituito una privata affidandola ad alcuni valorosi insegnanti che la resero operativa utilizzando qualche aula dell’unico edificio disponibile; fu inevitabile, peraltro, il ricorso al doppio turno con le lezioni che si svolgevano di pomeriggio essendo obbligatorio, ogni anno, che gli studenti superassero da privatisti, presso un istituto statale, un esame di ammissione alla classe successiva.
Ciò che maggiormente sorprende è il fatto che, a fronte di un contributo economico davvero minimo da parte delle famiglie degli alunni, il municipio si faceva carico della maggior parte dei costi di gestione e tutto ciò è ancor più ammirevole immaginando le gravi ristrettezze di bilancio in un piccolo comune di montagna pressoché distrutto dalla guerra; per diversi importanti motivi tuttavia, specie per la mancanza di un apposito impianto centralizzato, in alcuni periodi non fu garantito il riscaldamento delle aule.
Così ognuno di noi si faceva carico di portare con sé, insieme alla cartella, un borsone pieno di legna da ardere in una stufa di terracotta; col senno di poi, sarebbe stato più utile uno zaino da mettere sulle spalle, ma non ne disponevamo e fa molta tenerezza ricordare che diverse delle nostre sacche erano state confezionate in casa con dei vecchi teli di iuta; al termine delle lezioni uscivamo spesso con gli occhi un po’arrossati per l’inevitabile fumo, ma sempre con grande entusiasmo.
Senza poi farmene vanto mi piace aggiungere che allorquando la mia famiglia, come la maggior parte delle altre, ebbe modo di farmi proseguire gli studi a Campobasso non avvertii alcun disagio né mi sentii particolarmente svantaggiato rispetto ai coetanei di città; fu solo un po’ difficile il periodo iniziale per l’ambiente comprensibilmente assai diverso da quello, molto familiare, di Capracotta.
Tornando ora alla foto che citavo, è stato inevitabile ripensare non tanto e non solo al complicato percorso scolastico della mia generazione, quanto e soprattutto al disagio affrontato, in anni ancor più remoti, da molti concittadini: di cui è facile immaginare gli enormi sacrifici, a cominciare dalla penuria di insegnanti qualificati e, soprattutto, dal grave isolamento invernale del nostro paese.
Per quanto ora possa apparire incredibile, l’esperienza di quella“scuola media privata” degli anni ’50, traeva origine da un’analoga, ben più antica iniziativa: quella del cosiddetto “Ginnasio di Capracotta”, di cui esistono numerose testimonianze; risulta infatti che lo abbiano frequentato diversi alunni che hanno poi esercitato professioni prestigiose nei più svariati campi di attività: in Italia e all’estero, certamente non deludendo le aspettative di quegli antichi, illuminati amministratori comunali.
Tutto ciò senza nulla togliere ai molti altri concittadini che, pur nell’impossibilità di conseguire un titolo di studio prestigioso, hanno comunque contribuito a onorare le proprie umili radici montanare; in ogni caso, e non è superfluo ricordarlo ai giovani di oggi, mi sembra tuttora molto attuale il pensiero di Nelson Mandela che diceva: “L’istruzione è il grande motore dello sviluppo personale. È attraverso l’istruzione che la figlia di un contadino può diventare medico, che il figlio di un minatore può diventare dirigente della miniera, che il figlio di un bracciante può diventare presidente di una grande nazione”.
Sono certamente parole di grande saggezza pratica cui mi piace aggiungere quelle, non meno coinvolgenti e suggestive, di Albert Einstein: “Lo studio e la ricerca della verità e della bellezza rappresentano una sfera di attività in cui è permesso rimanere bambini per tutta la vita”.
Aldo Trotta

