Il fondista Silvio Fauner con il sindaco Candido Paglione agli Assoulti 1997 a Capracotta
Come ho già avuto occasione di dire, mi sto augurando che in questo periodo sembrino meno lunghe e noiose le mie giornate: un disagio che, di solito, non si attenua neppure trascorrendo molto tempo davanti alla televisione; sono infatti iniziati i giochi della XXV.a Olimpiade invernale a Milano-Cortina e sono certo che sarà distensivo, per me, assistere alla telecronaca di molte delle gare previste; e il mio primo pensiero corre a Fulvio Valbusa, un grande campione di sci nordico nella specialità del fondo che a Capracotta, nei campionati nazionali del 1997, conquistò diverse medaglie tra cui quella d’oro nella gara dei 15 km. a inseguimento. Credo, infatti, che mi si addica moltissimo un’espressione, tratta dal suo libro intitolato “Randagio”:
“Il sapore della neve, quello, è l’unica cosa certa della mia vita”.
Così, sfogliando le notizie sui giochi 2026, ho ripercorso l’intera storia delle olimpiadi invernali e confesso che mi ha molto sorpreso apprendere che, quest’anno, esse vedano la partecipazione di circa 3.000 atleti provenienti da 90 paesi, in 16 diverse discipline sportive; ero decisamente troppo piccolo nel 1948 e non posso certo ricordare i giochi invernali di Saint Moritz che assegnarono la prima medaglia d’oro all’italiano Nino Bibbia; la sua, tra l’altro, era una particolare specialità nordica che prende il nome di “skeleton”, per diversi aspetti simile al moderno “slittino”.
Al contrario rammento benissimo le competizioni dei primi anni ’50 di cui, pur essendo molto piccolo, volevo tenermi informato; ed è superfluo sottolineare che l’avvento della televisione era ancora molto lontano e che pareva ancora un prodigio poterle ricevere dalla radio.
Così, quando avevo meno di 9 anni, mi divertii a ritagliare dal quotidiano “Il Messaggero” una foto con l’immagine in gara del mitico campione Zeno Colò (foto in basso) e tutto ciò lascia intuire quanto fosse già leggendario il suo nome; a proposito, mi è poi rimasto sempre impresso il grande privilegio di possedere, forse tra i primi bambini a Capracotta, un paio di eleganti pantaloni da sci in “tessuto di gabardine”.
Nulla di paragonabile, naturalmente alle modernissime tute di oggi, ma possedevano la caratteristica di essere più affusolati e avvolgenti e soprattutto di avere una staffa di elastico che, restando sotto il piede negli scarponi, li manteneva in tensione concedendo libertà di movimento e impedendo alla neve di penetrarvi; così, con tanta emozione, mi è parso di rivedere il sorriso divertito della nonna Guglielma che me li aveva fatti confezionare su misura. Infatti, mentre mi pavoneggiavo un po’, indossandoli davanti allo specchio, mi aveva sentito esclamare:
“Vedi, nonna, questi pantaloni sembrano proprio
come quelli quelli di “ Zeno Colò!”
Di questo atleta, nato tra le montagne dell’appennino tosco-emiliano e che di mestiere aveva fatto il boscaiolo, sapevo che aveva conseguito a Cervinia, nel 1947, il titolo di primatista mondiale sul chilometro lanciato raggiungendo i un record rimasto poi imbattuto per 17 anni; e che successivamente, nel 1950, era divenuto campione mondiale di slalom gigante e di discesa libera e che a Oslo, durante la sesta olimpiade invernale del 1952, aveva vinto la medaglia d’oro in discesa libera. Nel 1956, pur non disponendo di un televisore a casa ma ricorrendo alla disponibilità di una famiglia di amici che lo possedevano già, ebbi modo di vedere una sintesi della cerimonia di apertura dei giochi olimpici di Cortina: purtroppo con Zeno Colò solo nel ruolo di tedoforo dal momento che non potè partecipare come atleta. Nei giorni successivi, paradossalmente, fu la grande nevicata di quel periodo, rimasta memorabile anche a Capracotta, a impedirmi di seguire altre telecronache; e me ne dispiacque moltissimo, specie perché avevo curiosità di assistere a qualche gara di salto dal trampolino, la più famosa delle strutture costruite per quella Olimpiade.
Ricordo poi che molti anni più tardi, quando nel 2020 il campione avrebbe compiuto 100 anni, fu Alberto Tomba, suo degnissimo erede sprtivo, ad inaugurare una mostra fotografica a lui dedicata; quelli del 1956 furono anche i giochi olimpici che videro per la prima volta una donna a portare la bandiera italiana durante la cerimonia di apertura: si chiamava Fides Romanin: una vera leggenda dello sci nordico, nella disciplina del fondo.
Ma, tornando ai giochi olimpici di Oslo del 1952, si trattò certamente di un evento storico per il nostro sci perché, nella stessa olimpiade, a conquistare il bronzo nella discesa libera fu Giuliana Chenal Minuzzo (foto in basso); di questa grande sciatrice, vincitrice del bronzo nelle olimpiadi 1960 di Squaw Walley e poi di altre 14 medaglie, ho un piccolo ricordo personale: che risale a quando aveva già abbandonato da tempo le competizioni e di cui mi fa piacere raccontare.
In una delle pochissime, ormai lontane e brevi occasioni in cui ero a sciare con degli amici a Cervinia, fui attirato da un negozio di articoli sportivi con il suo nome sull’insegna; ed ebbi l’imprevista e gradita sorpresa di conoscerla e di rinraziarla ricevendo dalle sue mani un paio di guanti che mi occorrevano. Fu anzi così gentile, conversando amabilmente, da chiedermi del mio luogo di provenienza e dimostrò di apprezzare la storia sportiva di Capracotta, sia pure nel rammarico di non averla mai potuta visitare; appresi poi del suo rapporto di grande stima e di amicizia con il nostro caro e compianto concittadino, il bravissimo sciatore Marco Potena (foto in basso), molto conosciuto anche in Val D’Aosta.
Proseguendo ora in questi luminosi ricordi, non posso certo trascurare un’altra prestigiosa atleta italiana, Celina Seghi (foto in basso), coetanea e corregionale di Zeno Colò; la sua carriera sportiva fu parimenti di tutto rispetto perché, oltre che vincitrice di molti campionati italiani, nel 1941 a Cortina D’Ampezzo, conquistò l’oro nello slalom e l’argento nella combinata mentre, nel 1950, vinse una medaglia di bronzo ad Aspen; di lei si raccontava che una volta, in una singolare competizione cui parteciparono ragazzi di entrambi i sessi, avesse battuto perfino Zeno Colò. Per inciso, di Celina Seghi ho appreso solo ora che, contrariamente a quanto ritenevo, è scomparsa a Pistoia nel 2022, alla venerabile età di 102 anni.
Avviandomi ora alla conclusione, mi sento già partecipe dello spettacolo entusiasmante che stanno offrendo le gare olimpiche, di cui non si può certo dire che ora manchino le telecronache: rese ancor più straordinarie dall’uso di modernissime telecamere montate sui droni e quant’altro; così, mentre faccio voti di grande successo per gli atleti italiani già vincitori, peraltro, di diverse medaglie, in me si fa’strada il timore di un assalto di nostalgia per la montagna e la neve: cui, purtroppo, non sono certo di saper resistere come vorrei.
ntanto, faccio di tutto per lasciarmi conquistare dalle parole di questo breve componimento, scritto da Francesca Chiavegato in occasione della mostra intitolata “Tutte le sfumature dell’Azzurro”:
SPORTIVI:
si nasce o si diventa per piacere o per scelta.
Ogni loro caduta è un nuovo inizio,
ogni sconfitta è un nuovo insegnamento,
voi ci insegnate a vivere”
E sono certo che anche le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 abbiano tanto da insegnare: anche e soprattutto, me lo auguro di cuore, a un vecchio, inguaribile nostalgico come me.
Aldo Trotta





