Quando credevo di aver esaurito l’argomento delle diverse attività artigianali che attualmente sono pressoché scomparse nei nostri paesi, mi sono reso conto di averne dimenticato almeno due che, in fondo, erano complementari l’una dell’altra; mi riferisco a quelle dei “ramai” e degli “stagnari” chiamate rispettivamente, nel dialetto di Capracotta, “callariarɘ” (calderai) e “stagninɘ” (stagnini). Essi, come spesso accadeva in passato, erano divenuti un vero e proprio appellativo, quasi un secondo cognome delle famiglie che svolgevano questo genere di lavoro: da noi, per esempio, i D’Alessio e i Buccigrossi che ho avuto il piacere di conoscere e di frequentare anch’io da ragazzo.
Me ne ha offerto lo spunto un documentario dedicato a una delle più antiche fonderie di campane, quella dei “Marinelli” di Agnone, fondata nel 1339 e tuttora operativa, che ho potuto visitare più volte; rammentavo così che la preziosa lega metallica utilizzata per costruirle è in genere composta di rame (per circa 75-80%) e stagno (per circa 20-25%) e non vi è alcun dubbio che esse rappresentino il manufatto più pregevole.
È’ altrettanto vero che sono stati moltissimi altri gli oggetti, anche di uso comune, costruiti grazie all’impiego del rame e dello stagno ed è sorprendente che le loro miniere fossero davvero lontane dal Molise: come in Toscana, in Val d’Aosta e in Sardegna; in ogni caso ad Agnone, oltre la fabbrica di campane, c’erano diverse altre fonderie una delle quali, della famiglia Cerimele, è rimasta in attività fino al 1970 utilizzando la forza motrice ricavata dalla corrente del fiume Verrino. E’anzi incredibile che anche i forni per la fusione del rame, in cui occorrono circa 1.100 gradi di temperatura, rimanessero accesi grazie all’aria insufflata da apposite condotte alimentate dall’acqua dei torrenti: proprio come un tempo avveniva nei mulini.
Solo un cenno, ora, alla storia più remota del “rame” che in Italia avrebbe avuto inizio circa 6.000 anni fa’ e il cui nome deriva dal latino “aeramen” o, ancor più anticamente, dalla parola “aes-aeris”; in alcune lingue europee, invece, il suo termine prendeva origine dal latino “cuprum” che, inizialmente faceva riferimento all’isola di Cipro in cui trovavano alcuni dei più antichi giacimenti; è doveroso, inoltre, ricordare che l’avvento di questo prezioso metallo, al tempo stesso resistente come la pietra e duttile come l’argilla, aveva favorito la nascita di grandi civiltà come quella etrusca e sarda.
Si comprende perciò, il grande valore delle suppellettili di rame, di cui è stato decisamente rivalutato l’impiego: specie, ma non solo, nella costruzione di pentole per la cucina e nonostante la massiccia presenza attuale, sul mercato, di materiali ultramoderni; a tale proposito, risulterebbe particolarmente in crescita la domanda di paioli di rame muniti di rimescolatori elettrici perché sono davvero insuperabili la sua conducibilità termica, l’omogeneità nella cottura, il risparmio energetico, la durata e la versatilità.
L’antica lavorazione del rame, pertanto, affonda le sue radici nella notte dei tempi e comprende, in estrema sintesi, le seguenti fasi: scelta delle lamine del metallo, poi riscaldate a 600 gradi e sagomate, martellatura che ha scopi non solo estetici e la stagnatura; quest’ultima consistente nel rivestire di stagno la superficie interna dei caldai e dei tegami per renderli esenti dai fenomeni di ossidazioni da calore: evitando così la formazione di solfato di rame che risulterebbe nocivo per la salute.
Ed è proprio in questa fase della lavorazione che, per così dire, le due attività artigianali finivano spesso per sovrapporsi: anche nella stessa persona purchè in grado, s’intende, di svolgere il duplice ruolo di ramaio e di stagnaro; a quest’ultimo restava comunque la prerogativa di costruire altri oggetti di uso comune, per esempio i secchi, gli imbuti, le caffettiere e molto altro; senza contare che, anticamente, gli stagnari rassomigliavano un po’ anche ai moderni idraulici perché costruivano o riparavano grondaie e tubature domestiche. A tale proposito, si trattava in genere di mestieri “itineranti” come ricordava, nel 1941, Francesco Iovine nel suo libro “Viaggio nel Molise”; egli, infatti, scriveva che:
“nella buona stagione i calderai girano tutti i paesi della regione
e, dove arrivano, impiantano la loro officina all’aperto”.
D’altro canto, in anni così remoti non si poteva fare diversamente; attualmente, infatti, per questo genere di attività è obbligatorio che si utilizzino ambienti ventilati, che ci si protegga con appositi respiratori per i fumi di saldatura e che si usino occhiali di protezione.
A questo punto mi rendo conto che ci sarebbe ancora tanto da scrivere su questi antichi mestieri, ma credo proprio che non riuscirei a proseguire; preferisco perciò, ancora una volta, immergermi nei ricordi di quando ero bambino e il mio pensiero va soprattutto a quando mia nonna Guglielma si dedicava alla lucidatura degli oggetti di rame che avevamo in casa: in modo particolare a una vera “batteria da cucina” con tanti pezzi che, a suo tempo, mia madre aveva ricevuto come regalo di nozze. (Foto sotto).
È un vero peccato che diversi di quei bellissimi ricordi, per fortuna non tutti, siano andati smarriti nel corso degli anni, ma sono certo che il più raffinato servizio di argenteria non avrebbe avuto migliori attenzioni.
Così, grazie al prodigio della memoria e come tanti anni fa’ a Capracotta, mi sembra di trovarmi in piazza, nel festoso viavai della fiera dell’Otto Settembre; e rivivo il momento in cui c’era da restare abbagliati per i riflessi del sole sui tanti manufatti di rame esposti in vendita: specie le tradizionali conche per l’acqua, le nostre “tine” che un tempo erano davvero preziose come l’oro. E di esse mi piace ricordare che sono persino diventate un vero emblema dell’Abruzzo e del Molise: immortalato persino, come è noto, nel famoso monumento dell’Aquila denominato “Fontana Luminosa”.
È ora innegabile che i personaggi appena ricordati siano sempre stati considerati appartenenti alla categoria degli artigiani; io sono invece convinto che, a pieno titolo, essi fossero dei veri maestri; e, a tale proposito, mi torna in mente un aforisma erroneamente attribuito a San Francesco, che mi pare contenga l’elogio migliore anche per i “ramai” e gli “stagnari”o, per meglio dire, i nostri “callariarɘ e “stagninɘ” :
“Un uomo che lavora con le sue mani è un operaio. Un uomo che lavora con le sue mani e il suo cervello è un artigiano; ma un uomo che lavora con le sue mani, il suo cervello e il suo cuore è un artista”.
Aldo Trotta

