Lo straordinario microcosmo dei cristalli e dei fiocchi di neve

Paesaggio innevato di Capracotta. Foto: Carmine Ciolfi (2023) 

Ancora una volta, come ormai si verifica abbastanza spesso, ho avuto prova del fatto che basta uno spunto occasionale per evocare in me un ricordo o per suggerirmi una riflessione; ed è quanto è accaduto in questi giorni assistendo alle telecronache dei giochi olimpici invernali di Milano-Cortina che si sono appena conclusi; e non vi è dubbio che il comune denominatore di tutte le competizioni, sia pure nella loro articolata e sempre maggiore varietà, fosse la NEVE.

Perciò mi ha molto incuriosito il titolo della rubrica settimanale pubblicata sul “Corriere della Sera” del 23-2 u.s. a firma del professor Alessandro D’Avenia: “Collezionisti di neve”; tutti sanno, infatti, del mio grande amore per questo incantevole elemento naturale ed è proprio questa la ragione per cui mi ha particolarmente colpito una frase iniziale dell’articolo che citavo, parimenti ispirato alle recenti Olimpiadi:

 “…tante persone mirabilmente riunite in quella

microscopica cattedrale che è un fiocco di neve”.

Del suo straordinario microcosmo si parla nell’inserto che citavo, per cui mi sono reso conto del fatto che, pur considerandomi abbastanza esperto della neve, le mie conoscenze erano invece molto limitate; ignoravo, tra l’altro, che uno dei primi a occuparsene scientificamente fosse stato Johannes Kepler (1571-1630): una luminosa figura di astronomo, matematico e filosofo cristiano, sostenitore del sistema copernicano, cui si devono tre famose leggi che governano il movimento dei pianeti e che portano il suo nome.

È incredibile che fosse riuscito a intuire la perfetta geometria esagonale di un cristallo di neve pur non essendo ancora nota la struttura molecolare dell’acqua, da cui essa dipende; ed è noto, tra l’altro, che nel 1611 aveva scritto il saggio intitolato “De Nive Sexangula”,(Sulla Neve a sei angoli), dopo aver osservato con stupore un fiocco di neve caduto sul suo mantello, mentre si trovava a Praga.  

Ma c’è un’altra storia che parimenti non conoscevo e che considero ancor più stupefacente, quella di un ragazzo americano di soli 15 anni che si chiamava Wilson Bentley; questi si appassionò talmente allo studio dei cristalli di neve da riuscire, mediante un’apparecchiatura composta da un microscopio e da una macchina fotografica  da lui stesso ideata, a ottenerne migliaia di immagini: ed arrivò persino a sostenere che per ognuno di essi non ve ne fosse un altro uguale. E pensare che ogni anno sulla terra, secondo valutazioni attendibili e nonostante il riscaldamento globale, cadrebbe un sestilione di fiocchi di neve, equivalente a un trilione di trilioni: una cifra davvero incredibile.

A 66 anni Wilson Bentley scrisse un libro intitolato “Snow Crystals(I cristalli della neve) con l’intera raccolta delle sue immagini e divenne molto famoso al punto che, nel 1998, D.C. Blanchard  gli dedicò  una biografia intitolata “The Snowflake Man; era stato naturalmente lui ad attribuirgli l’appellativo di “Uomo dei fiocchi di neve” e ad elogiarlo per il fatto che li aveva definiti “minuscoli miracoli di bellezza”.

A questo punto, ancor più mortificato della mia ignoranza, ho cercato di approfondire l’argomento; scoprendo così che è stato un altro scienziato, il giapponese Ukichiro Nakaya, a dimostrare che la struttura di un fiocco di neve non è poi così stabile e che varia in base ai cambiamenti di temperatura e di umidità.

In estrema sintesi, infatti, “maggiore è l’umidità e più le formazioni cristalline presentano molte ramificazioni laterali, simili alle fronde di una felce; viceversa, se il livello di umidità è basso, ecco cadere dei semplici blocchetti. Temperature alte sono sinonimo di elementi piatti, a sei lati e, man mano che il termometro scende, se ne formano invece di aghiformi, colonnari, e simili a stelle. Ma le conformazioni possibili sono molte. Ci son fiocchi allungati, altri schiacciati, cilindrici e triangolari”.

Le ricerche di Nakaya hanno comunque confermato che la struttura elementare del cristallo di neve è sempre esagonale, essendo appunto determinata dal legame molecolare tra idrogeno e ossigeno dell’acqua; e mi piace aggiungere che il nome di questo studioso è stato assegnato a un gruppo di isolotti rocciosi, sul mare di Ross, nel ghiaccio dell’Antartide (Nakaya Islands”.

Avviandomi ora alla conclusione non potevo non rendermi conto che, come per altri argomenti, anche il dottrinale scientifico sulla neve è di estrema complessità: motivo per cui, sia pure a malincuore, mi sono per così dire arreso; ancora una volta pertanto, forse a maggior ragione, ho preferito rifugiarmi nei distensivi ricordi della mia infanzia e della mia adolescenza, vissute a Capracotta. E’anzi sintomatico che solo pochi giorni fa’, prendendo a prestito le parole dello sciatore Fulvio Valbusa, io avessi scritto:

“Il sapore della neve, quello, è l’unica cosa certa della mia vita”.

Perciò, com’è ormai una mia consuetudine,  ricorro a una breve poesia cui, nonostante tutto, affido la speranza di ritrovare un po’ di quell’antico “sapore della neve”: che forse ora, purtroppo, corro il grave rischio di dimenticare; è contenuta nella raccolta Poesie di ghiaccio” di Vivian Lamarque (1946), si intitola Nessuna coperta” e queste sono le sue emozionanti parole: 

 “Nessuna coperta,
nessuna al mondo

sa ricoprirmi
come fa lei:

la neve è la mamma
che (di nuovo) vorrei”

 Aldo Trotta