Crochi e bucaneve: i nostri fiori invernali

Un croco nella villa comunale di Capracotta

Come ho già confidato più volte, da inguaribile montanaro non mi sono mai rassegnato all’inderogabile necessità di trasferire la residenza sulla costa adriatica: specie dopo aver vissuto e lavorato più di 40 anni all’Aquila, città che nonostante la modesta altitudine sul livello del mare (circa 721 m.), ha sempre fatto registrare temperature tra le più basse dell’intera penisola; il suo clima, infatti, mi era sempre parso molto simile a quello di Capracotta, il mio paese di nascita che si trova a più di 1400 m./s.l.m.

Già da tempo, peraltro, avevo preso atto con dispiacere delle sempre più scarse precipitazioni nevose invernali e, soprattutto, del considerevole incremento delle temperature medie: cosa che ho vissuto con molto disagio, sia pure non prestando la dovuta attenzione ai diversi campanelli di allarme meteorologico: fino a qualche anno fa’ e cioè da quando è diventata ancor più evidente la differenza rispetto ai decenni passati.

 Così, prendendone atto a malincuore e preoccupandomi del riscaldamento globale anche in alta montagna, in un mio breve racconto sono arrivato a pormi  questa angosciosa domanda:

Ci lascerà davvero orfani la neve?

Tornando al momento attuale, già all’inizio del mese scorso mi aveva sorpreso la precocissima comparsa di un tappeto di fiorellini bianchi sul prato retrostante la mia casa; si è poi verificato che mia figlia maggiore, in occasione di un brevissimo soggiorno a Capracotta, mi abbia inviato una fotografia scattata nella Villa comunale il 18 febbraio e quasi non credevo ai miei occhi. L’immagine ritraeva uno splendido fiore di “croco” spuntato ancora in pieno periodo invernale, ormai quasi tutto trascorso con pochissima neve; continuando comunque a sperare che il mio stupore fosse immotivato e che, in larga misura, dipendesse dalla mia ignoranza in tema di botanica, ho cercato di migliorare le mie conoscenze sui fiori invernali: in particolare sui crochi e sui bucaneve.

A proposito di quest’ ultimo ho avuto il piacere di rileggere un articolo del caro e compianto amico Domenico Di Nucci che nel 2014, su “Amici di Capracotta”,  scriveva:

  “Il bucaneve è una piantina che appartiene alla famiglia delle Amaryllidaceae: il suo nome, Galanthus, deriva dal greco “γάλα” (gala – latte) e “ἄνθος” (anthos – fiore)  cioè fiore bianco mentre nivalis richiama la neve; esso ne mette in evidenza la sua caratteristica peculiare perché spesso spunta da una  coltre di neve; è  uno dei fiori che anticipa la primavera ed è sconosciuto  a chi non frequenta i boschi nel tardo periodo invernale, mentre di solito  tappezza ampie radure perché i piccoli bulbi sono infestanti ed è  uno spettacolo affascinante osservare una miriade di lampioncini bianchi sorretti da due strette foglioline verdi ondeggiare delicatamente ad ogni alito di vento”. 

Il bucaneve, conosciuto da tempo immemorabile con l’appellativo di “Stella del mattino”, in Europa è venuto anche a rappresentare un simbolo di purificazione per la Festa della Candelora (2 febbraio); essendo poi tante le sue leggende, ne rammento solo una in cui si racconta che, alla creazione del mondo, il Signore chiese alla neve di farsi colorata ma nessun fiore voleva condividere il proprio colore con  lei, temendo molto il gelo. Solo il bucaneve accettò con molto coraggio di condividere il suo bianco immacolato, diventando così il primo fiore che annuncia la primavera; nella mitologia greca, inoltre, Crocus era anche il nome del giovane che si innamorò della ninfa Smiliace: la favorita, del dio Ermes che purtroppo, per gelosia, lo trasformò nel fiore.

A proposito dei crochi, ho cercato di attingere dalla letteratura e mi sono rivolto in primis a una pubblicazione della regione Molise; in particolare, al contributo del naturalista Pasquale Buonpane che scriveva:

Umili piantine in grado di anticipare la primavera di qualche mese, arrivando in alcuni casi a fiorire già in dicembre: sono i Crocus, noti come zafferani selvatici e spesso confusi con la pianta che produce la preziosa spezia. In realtà il vero zafferano si ricava dal Crocus sativus, specie coltivata fin dall’antichità, originaria dell’Oriente sebbene sia oggi naturalizzata in diverse regioni. Il nome del genere Crocus (famiglia delle Iridaceae) deriva dal greco “κρόκος” (“Krokos”=filamento) e si riferisce agli stimmi lunghi e sfrangiati. La flora del nostro paese annovera circa una ventina di specie di cui le più importanti sono il Crocus imperati”, il “Crocus biflorus” e il “Crocus neapolitanus”.

Questo fiore, conosciuto da moltissimi secoli,  è citato da Omero nell’Iliade (XIV, 346-349), nei versi in cui descrive il talamo nuziale di Giove e Giunone che, secondo il poeta, ne era tappezzato:

   “Così disse il figlio di Crono e afferrò tra le braccia la sposa: e sotto di loro la terra divina produsse tenera erba e loto rugiadoso e …croco.  

Alla luce di tutto ciò, sia pure a fatica, mi è parso più convincente un fenomeno che mai avrei immaginato e cioè che, in parallelo con il repentino cambiamento delle stagioni, stiamo nel contempo  assistendo a un adattamento biologico altrettanto rapido di piante e di fiori come i crochi e i bucaneve: la cui fioritura ci sembra forse ancor più anticipata rispetto a quanto ci saremmo attesi.

A questo punto è superfluo che mi ripeta, ma faccio ugualmente voti affinchè si riesca almeno a contenere la perniciosa tendenza verso il riscaldamento globale e il cambiamento climatico; è innegabile tuttavia che alcuni comincino già, in qualche modo, a considerare sovrapponibili le due stagioni dell’inverno e della primavera; per esempio la scrittrice Maria Luisa Spaziani che nella sua recente poesia intitolata “Primavera d’inverno” scriveva:

Primavera d’inverno: è quella vera,
senza pennacchi verdi, senza fiori.
È ancora puro spirito, è presagio,
misteriosa promessa.
Quando l’aprile esploderà, chiassosa
scenografia di tinte e profumi,
quella ricorderai, che nell’estrema
neve per te rideva”.

Tutto ciò vuol forse dire che i crochi e i bucaneve non sono più, come abbiamo sempre creduto, i nostri classici fiori invernali ma che rappresentano già le avanguardie di una strana, finora inimmaginabile Primavera d’inverno”.

Aldo Trotta