La “spara”: un antico cercine di stoffa per trasportare carichi sulla testa

Archivio fotografico: Catalogo Generale dei Beni Culturali

Ho avuto spesso occasione di confidare che, anche per scrivere piccoli racconti come i miei, ho bisogno di un’ispirazione o di uno spunto occasionale; che, in questi giorni, mi è giunto dal fatto che per lavori di manutenzione sulla rete, c’è stata un’interruzione prolungata dell’erogazione dell’acqua: con i tanti, comprensibili disagi che ciò comporterà per molte migliaia di abitanti della zona costiera sull’Adriatico, a Pescara e provincia.

È innegabile, infatti, che ora non siamo né disposti né tanto meno, abituati a sopportare inconvenienti di questo genere dimenticando, purtroppo, i milioni di persone che tuttora nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile o che lo hanno perduto a causa delle guerre o di altre calamità; e confesso di sentirmi sentito anch’io in difficoltà sebbene la mia generazione non sia nuova a questo genere di esperienza. A Capracotta infatti, quando ero ragazzo, si verificava abbastanza spesso che i rubinetti di casa restassero a secco, per lo più in occasione di forti e prolungate bufere di neve; di rado per il congelamento delle tubature esterne alle case, collocate molto in profondità nel terreno, ma piuttosto per la frequente interruzione della corrente elettrica: che bloccava il funzionamento delle pompe di sollevamento dell’acqua dal torrente Verrino.

Spesso era ancora e comunque necessario attingere acqua dai fontanili pubblici e le donne lo facevano con le tradizionali conche di rame che trasportavano sulla testa, opportunamente protetta da un apposito cuscinetto di stoffa che fungeva da ammortizzatore; ed è proprio a questa antica consuetudine che ripensavo e che veniva utilizzata non solo per l’acqua, ma per tutta una serie di altri pesi, persino i più incredibili.

Si riteneva che, messo sulla testa, ogni carico diventasse più leggero perché ciò che è posto sul capo “pesa di meno” e fa risparmiare energia ma si trattava, in realtà, di una tradizione antichissima che trova riscontro persino nel libro della Genesi (40:16-17); e mi piace ricordare che in dialetto capracottese quell’antico oggetto di stoffa si chiamava “Spàra” di cui, lo confesso, mi sfuggiva anche l’origine linguistica. Mi sono perciò documentato verificando che il termine deriva dal greco σπεῖρα (speira) che vuol dire “forma arrotolata a spirale”: un cercine appunto che, interposto tra la testa e il carico, lo distribuiva in modo equilibrato sulla colonna vertebrale lasciando libere le mani. 

Di esso mi sono divertito a cercare i sinonimi utilizzati in passato nei tanti dialetti italiani scoprendo così, per esempio, che veniva chiamato “titibi” in sardo, “fitik” in friulano e “svitec” in triestino; e, continuando la mia ricerca, mi hanno colpito moltissimo le parole della Signora Teresa De Stefano, responsabile del gruppo “Insieme per la Basilicata”, che scriveva:

“La mattina, con la loro ‘spàra’ e la cesta in equilibrio sulla testa, le donne percorrevano lunghi chilometri per raggiungere la campagna; abili nel portare qualsiasi tipo carico, nemmeno sembrava che ne sostenessero il peso riuscendo persino a lavorare con i cinque ferri la lana per le calze, durante il tragitto”.

A dire il vero io non ricordo di donne che a Capracotta, procedendo così appesantite, fossero in grado di lavorare contemporaneamente a maglia, ma bisogna sottolineare che si muovevano su strade disagevoli, su viottoli sassosi di campagna e, molto spesso, nella neve alta; in ogni caso, nel suo libro intitolato “Il nostro tempo e la speranza” (1952), lo scrittore Corrado Alvaro così le descriveva:

   “sempre con un portamento dignitoso e il viso grondante di sudore che le mani impegnate a equilibrare il carico non potevano asciugare”.

E, di ricordo in ricordo, il mio pensiero è tornato ad alcune, dignitosissime donne di Capracotta che purtroppo, non disponendo di un animale da soma, si sobbarcavano allo sforzo indicibile di trasportare dai boschi, sulla testa, una pesante fascina di ceppame che cedevano in cambio di un modesto compenso; e infine, pur avendola citata in un altro racconto, mi piace elogiare di nuovo una coraggiosa donna di cui non ricordo il nome. Era in avanzato stato di gravidanza e, colta dalle doglie del parto mentre si trovava a lavare dei panni sul greto del fiume Verrino, diede alla luce da sola una splendida bambina: che non esitò a condurre subito in paese percorrendo l’accidentato sentiero che tutti conosciamo e trasportandola sulla testa dopo averla collocata in una cestina.

Mia madre poi, che allora era l’ostetrica di Capracotta ma che non aveva certo potuto aiutarla, raccontava di alcuni compaesani che, incontrandola all’ingresso del paese e notando che incedeva lentamente e con particolare circospezione, le domandarono:

“Che puorte?” (Che cosa porti?).

Al che lei, esausta ma felice, aveva risposto:

La citra” (cioè la bambina).

Ed io sono certo che anche e soprattutto per quel “trasporto eccezionale “si dimostrò più che mai prezioso quell’antico, semplicissimo cercine di stoffa chiamato “spàra”.

Aldo Trotta