L’incanto degli antichi messaggi d’amore scritti sulle cartoline

È ormai superfluo premettere che ogni mia riflessione, anche la più modesta, presuppone uno spunto emozionale, mentre continuo decisamente a prediligere la scrittura tradizionale: che, purtroppo, va quasi scomparendo grazie anche alla maggiore celerità dei moderni mezzi di comunicazione; è sintomatico, comunque, che alcuni anni or sono io abbia scritto parole di grande ammirazione per una vecchia cartolina postale spedita da mio nonno paterno circa 100 anni or sono.

È per queste ragioni che mi ha colpito l’inserto dell’amico Francesco Di Rienzo pubblicato sul sito “Amici di Capracotta” a proposito di una cartolina illustrata partita da Capracotta il 2 agosto 1902; e molto si potrebbe ancora dire di quel classico cartoncino, della storica tipografia “Donnini” di Perugia che lo aveva stampato o dei personaggi che casualmente vi sono ritratti. Ma non si aggiungerebbe granché di originale perché nel secolo scorso, a Capracotta, è stato già scritto molto sulla consolidata tradizione di inoltrare messaggi in modo tradizionale.

Il motivo del mio particolare interesse attuale è una bellissima frase d’amore scritta su cartolina da un anonimo antenato che si firmava solo con una “S” puntata; ma sono sincero confessando che, personalmente, avrei preferito conoscere il nome del mittente piuttosto che quello della destinataria, una misteriosa Signorina di Viterbo che si chiamava Rosaria Bevilacqua. A pensarci bene, in effetti, sarebbe solo una semplice curiosità e tanto più, io credo, spingendoci a immaginare che dietro quella “S” si nascondesse un romantico personaggio chiamato “Sebastiano”. Tutti sappiamo, infatti, quanto fosse diffuso questo nome a Capracotta il cui Santo protettore è proprio San Sebastiano, ma la vera preziosità di quella cartolina sta nelle parole affettuose che vi sono riportate in bella grafia:

Io non vivo che per te! Un bacio affettuoso».  S.

Ora, tornando anch’io un po’ romantico, sarei felice di credere che si trattasse di un amore fortunato e reciprocamente corrisposto, ma è possibile che fosse in gioco una storia sentimentale abbastanza segreta e tale da giustificare l’anonimato; oppure, più verosimilmente, che fossero in gioco due giovanissimi ancora in imbarazzo a scambiarsi un semplice messaggio. Ripensavo, così, ai miei primi, impacciati tentativi di comunicare il mio affetto per Anna, che poi sarebbe diventata mia moglie e soprattutto al fatto che per molto tempo le avevo anch’io indirizzato  brevi messaggi a mezzo di cartoline illustrate: parimenti anonime all’inizio o siglate come fossero in codice; e, poco prima della sua dolorosa scomparsa, unitamente a tutto il nostro epistolario ufficiale, ne ho trovate diverse ben conservate di quando ero ancora un giovanissimo studente liceale. Ricordo bene che, almeno sulle prime di esse, mi ero divertito a scrivere in greco antico un brevissimo messaggio di affetto nella certezza che Anna, pur non conoscendo questa lingua arcaica, ne avrebbe immediatamente il mittente ed il significato:

Φιλέω σε, Aννα (phileō se, Anna) (Ti voglio bene, Anna);

ed è proprio questo il messaggio che mi ha ricondotto a quell’antico biglietto del 1902, facendomi tornare in mente la canzone di Pino Donaggio e di Vito Pallavicini intitolata, 63 anni più tardi, “Io che non vivo (senza te)”; del suo testo mi piace riportare solo alcuni versi, a conferma del fatto che si trattava di un famosissimo brano, reso poi ancor più celebre nell’interpretazione di Elvis Presley:

 “Io che non vivo
più di un’ora senza te
come posso stare una vita
senza te?
Sei mia, sei mia,
mai niente, lo sai,
separarci un giorno potrà”.

Non vi è dubbio quindi che queste parole, in aggiunta alla melodia, raggiungessero corde emotive universali rendendolo uno dei più grandi capolavori della musica leggera italiana del Novecento; in ogni caso ho voluto cogliere questa occasione per avvicinarmi, almeno un po’, a quello che tutti ora definiscono il gergo dei giovani contemporanei: gli stessi che certamente da tempo non utilizzano più le cartoline postali, ma che imperversano negli onnipresenti e modernissimi “social”.

Ho scoperto così tutta una serie di singolari neologismi, molti dei quali derivati dall’inglese, che non potevano non suscitare in me tanta perplessità; si tratterebbe di un modo nuovo e diverso di comunicare, accessibile solo agli ‘addetti ai lavori’ per cui, tanto per citare alcune espressioni, si può arrivare a dire: “ci becchiamo” (ci incontriamo), andiamo “a drinkare” (a bere un aperitivo) se la mamma non “svalvola” (si arrabbia) e tanto altro dello stesso, incredibile tenore.

Ma davvero dirompente è stato l’effetto che in me hanno suscitato vocaboli ancora più assurdi, già forse entrati a far parte del linguaggio affettivo e sentimentale; non credevo infatti ai miei occhi leggendo che molti giovani arrivano persino a dire “Ti followo” (cioè “ti seguo”) oppure, udite udite, “ti lovvo” (cioè “ti voglio bene”).

E tutto ciò potrebbe presto far temere, speriamo non accada, che diventi persino incomprensibile la stessa canzone “Io che non vivo senza te”; concludendo infine queste mie considerazioni, pur consapevole di apparire estremamente anacronistico, sono sicuro al tempo stesso di condividere il pensiero dell’amico Francesco che,  a proposito di quell’antico, splendido messaggio del 1902, ha scritto:

 “Nelle poche sue righe c’è tutta la delicatezza della corrispondenza amorosa di un’epoca lontana: l’attesa della posta, l’emozione di ricevere una cartolina, il bisogno di trasformare un panorama in un ponte affettivo verso la persona amata; ed è forse proprio questo il fascino più grande delle vecchie cartoline: non raccontano solo luoghi, ma custodiscono emozioni”.

 Aldo Trotta