“Settembre, andiamo. È tempo d’emigrare. Ora in terra d’Abruzzo, i miei pastori lasciano gli stazzi e vanno verso il mare, scendono all’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti…”.
Melodiosi versi del canto composto sulla transumanza nel 1902, “I Pastori”, da Gabriele D’Annunzio, ai quali fa duro riscontro la ricorrente serie di stenti, dolori, sacrifici e privazioni connessi a tale attività, esercitata dai nostri pastori da tempo immemorabile, in seguito descritta. Bianche processioni di armenti, con dolce belar e armonioso scampanellio, che dai nostri luoghi, a settembre, si incamminavano verso i pascoli pugliesi per far ritorno poi, verso la prima metà di giugno, a Capracotta.
Argomento questo che, per l’amore verso il mio paese, supportato da una costante ricerca del suo passato sotto ogni ambito della vita della nostra antica comunità, mi ha portato ad interessarmene, intrattenendomi in particolare sulle morti dei nostri pastori in questi posti di lavoro e sulla relativa loro sepoltura nelle chiese della Puglia.
È stata la lettura di una pagina del “Libro delle Memorie”, sintesi di secoli di storia paesana, rinverdita dalle recenti ricerche del prof. Domenico Di Nucci e riportate nel suo lavoro “Capracotta – Registro-Libro delle Memorie – 900 anni di storia”, ad accendere in me il desiderio di scandagliare tale problematica.
Il documento riferito, segnato con il n° 121 del 31 gennaio 1742, è la copia di:
“Regio Assenso per l’elettione di due Medici coll’onorario di docati 100; di due Barbieri colla provvigione di docati 40; per la festa dei Santi Protettori colla spesa di docati annui dieci e per il jus sepeliendi nella Chiesa del Santissimo Crocefisso e Carmine di Canosa col pagare docati sei…”.
Tale attestato, dopo altre diverse notizie, dice:
“… E per ultimo, essendo antico solito pagare alla Chiesa del Santissimo Crocefisso di Canosa ed alla Chiesa del Carmine di detta Città di Canosa annui docati sei, metà a ciascheduna di esse, per il commode jus di far sepelire i Cittadini di essa Terra (di Capracotta) che calano nella Puglia in ciascheduno mese di settembre coll’armenti doganali, ed ivi dimorano a tutto il mese di maggio, standone colle masserie d’armenti ascritti al Real Patrimonio in luogo vicino a detta Città di Canosa, sopra di ché si è formata publica conclusione, copia della quale alla Maestà Vostra presenta ed affinché quanto si è stabilito e concluso habbia la stabile fermezza per l’avvenire, supplica e ricorre alla M.V. degnarsi concedere il reale assenso”.
Trattasi, quindi, dell’atto conclusivo con il quale, previo pagamento annuale ai preti delle due chiese di sei ducati, era assicurata la sepoltura in esse dei nostri pastori che in quella terra morivano.
Essi, partiti da Capracotta a settembre, attraversando i tratturi dell’epoca, arrivavano, dopo lungo e faticoso cammino, sulle distese prative pugliesi, permanendo in esse fino al mese di giugno, allorquando si faceva il sospirato ritorno a casa. Permanenza costellata da duri sacrifici, privazioni, stenti associati a gravoso lavoro, per cui, con il desiderio che il tempo passasse più velocemente per far ritorno alle proprie abitazioni, da parte di questi sventurati si pronunciava il detto: “E mò vé maje auanne!” (Chi sa quando verrà mai maggio quest’anno!).
Lavoro dipendente, senza alcuna tutela previdenziale-assicurativa, esplicato prevalentemente all’esterno, determinante possibili infortuni; esposizione a fattori climatici spesso avversi; condizioni igieniche non rispondenti alle norme più elementari; assenza di sorveglianza sanitaria; abbigliamento spesso insufficiente e non idoneo; alimentazione condizionata dalla frugalità dei pasti, spesso non rispondente alle necessità caloriche individuali; mancanza di dispositivi di protezione personale; movimentazione di carichi gravosi; esposizione a rischio di natura biologica con zoonosi per la presenza di animali domestici e selvatici: comunque tutte possibili cause scatenanti patologie a livello di diversi apparati. Situazioni aggravate da fattori ambientali, mancando luoghi di ricovero spesso degnamente abitabili, approntati alla men peggio lontani dai centri abitati; affezioni complicate dall’allora assistenza medica e farmacologica basata su medicamenti naturali, empirici, se non con procedure superstiziose.
Cause diverse, non tralasciando quelle extralavorative, con conseguenti gravi complicanze che facilmente potevano condurre a morte il nostro concittadino, che colà veniva seppellito senza far ritorno a casa nemmeno da morto. In tal senso l’altro detto, spesso ripetuto nel corso dei secoli: “Chi pè Sant’Andogne né rmenute, o sé muorte o s’è perdute o ’ngalera s’è né iùte” (Chi per la festa di Sant’Antonio non è ritornato, o è morto, o si è perduto, o in galera è andato a finire).
Morte che si concludeva, dopo le funzioni funebri, con il seppellimento nelle chiese, come di norma in quei tempi si usava; procedura che, a parte il caso specifico riferito a Canosa, verosimilmente si realizzava anche in altre chiese della Puglia per i nostri pastori deceduti.
Del resto, impensabile considerare il trasporto della salma dai paesi pugliesi a Capracotta per motivi vari: la lunga percorrenza, considerata la viabilità dell’epoca associata alla conservazione del cadavere e, non ultimo, l’impegno di spesa da parte della famiglia del defunto, in considerazione dello stato dominante di indigenza dei tempi di allora.
In merito alle chiese di Canosa, sul sito internet di tale Comune si è letto che quella del Santissimo Crocifisso è oggi inesistente, mentre è ancora presente quella del Carmine.
Si apprende che “tale chiesa fu costruita nel 1582 e gestita dai frati carmelitani di Napoli; in essa vi sono quattro altari, di cui uno dedicato a San Sebastiano. Ricostruita nell’Ottocento, nel 1944 fu promosso un primo restauro che portò allo scoprimento di alcune tombe sottostanti al pavimento; anticamente presenti le cappellette con i sepolcri dei Capracottesi e delle famiglie Cappelli, Morra e Lenoci; i resti mortali furono trasferiti al vicino cimitero comunale”.
Si è letto dal testo del prof. Domenico Di Nucci che l’ufficio funebre per i nostri compaesani si teneva nella cappella dedicata a San Sebastiano, forse in onore del nostro protettore cittadino e, in tale luogo, fu affissa una lapide in marmo che ricordava quanto stabilito circa i compensi sacri: lapide che fu divelta quando l’Università di Capracotta non versò più ai monaci la somma annua stabilita.
Sorprendente la rispondenza storica con quanto letto nel documento 121 prima citato e le notizie recentemente conosciute, ma ancor più inatteso leggere circa “i sepolcri capracottesi”, in relazione al fatto che colà non uno ma, molto verosimilmente, diversi nostri compaesani furono sepolti.
Sepolcri presso i quali, forse, qualche anima pia o qualcuno, sollecitato da parenti dei morti, ha recitato una requiem aeternam per le anime di quei poveri derelitti che colà riposavano.
Insomma, concludendo, per quanto saputo, viene da dire che se da vivi i capracottesi sono sparsi per tutto il mondo, parimenti è per i loro resti mortali.
Felice dell’Armi

