Sempre attento a qualcosa che stimoli il mio pensiero, in questo periodo mi ha particolarmente colpito una singolare espressione del professor Roberto Vecchioni, mio illustre coetaneo, grande scrittore, e cantautore che aveva vinto, tra l’altro, il festival di Sanremo nel 2011 con il brano intitolato “Chiamami ancora amore”; diceva:
“Voglio andarmene con tutte le parole dentro
perché sono sempre state il mio bagaglio”;
e di questa frase mi ha soprattutto impressionato il commento seguente:
“L’immagine del ‘bagaglio’ richiama qualcosa che si porta con sé lungo il cammino; non un peso inutile, ma ciò che resta dopo il passare del tempo. Le parole custodiscono esperienze, amori, dolori, errori, entusiasmi; sono ciò che permette all’uomo di dare un nome alle emozioni e quindi di comprenderle”.
Tutto ciò sottolinea il valore profondo del linguaggio, mentre suggerisce una visione della vita che è propria di chi ha trovato nelle parole un rifugio, una bussola o una forma di salvezza; ora, a ben ripensarci, ho istintivamente cercato anch’io di farne lo stesso uso scrivendo piccoli racconti, in prevalenza autobiografici, ma per molto tempo ho creduto si trattasse di un semplice passatempo, tanto più dopo aver concluso la mia attività lavorativa; in realtà, senza che me ne accorgessi, andava crescendo in me l’interesse per le componenti psicologiche cui in precedenza, sin da quando ero studente, non mi ero mai appassionato. Sono inoltre certo che abbia contribuito l’irrisolto conflitto interiore contro la nostalgia: ma non avrei mai pensato che il racconto potesse rappresentare una sorta di “psicoterapia autogestita”, sostanzialmente basata sulla cosiddetta “memoria autobiografica” di cui vale la pena ricordare la definizione:
“quella funzione umana che permette di organizzare le informazioni derivanti dalle esperienze di vita personali, in relazioni a schemi e strutture di significato, consentendo l’integrazione di pensieri, rappresentazioni, affetti, bisogni, desideri dell’individuo (Rubin, 2003).
Non si tratta, naturalmente, di una vera terapia medica né, tanto meno, psicoanalitica, ma di un esercizio mnemonico che può aiutare a fare chiarezza interiore e a rielaborare accadimenti remoti da un diverso punto di vista; esso consente infatti di:
“rileggere il passato con gli strumenti acquisiti grazie a nuove consapevolezze acquisite; non è sempre un viaggio piacevole o privo di complessità, anzi. Talora si tratta di venire a patti con avvenimenti che ci hanno fatto soffrire, ripensare a persone o eventi che ci hanno segnati negativamente. Ma è anche un modo per prendere atto che gli anni non sono trascorsi invano ma hanno operato in noi dei cambiamenti alla luce dei quali possiamo dare una lettura diversa del passato; grazie alla scrittura autobiografica possiamo ritrovare interesse per il nostro vissuto e forse anche per la nostra vita attuale, che da tale vissuto trae origine”.
Ripensavo così che anch’io mi sono istintivamente avvalso di fotografie, lettere, cartoline o altri documenti come spunti mnemonici per le mie pagine autobiografiche: scoprendo così che talora non mi riferivo a ricordi precisi, ma a narrazioni rielaborate; mi rendevo conto, cioè, che nel racconto autobiografico si ritrovano spesso delle componenti involontarie di finzione, che tuttavia non vanno a scapito della sincerità.
In definitiva, nonostante il comprensibile scetticismo iniziale, ho avuto modo di sperimentare che anche per me la scrittura autobiografica ha avuto un valore terapeutico: persino regalandomi momenti di tranquillità interiore che non è esagerato considerare una cura; in ogni caso è innegabile che tutto ciò sia servito a farmi un po’ ritrovare il filo conduttore della vita e a guardare sotto una luce diversa il passato, attenuando il rammarico per tutto ciò che non mi è stato possibile conseguire e, in fondo, mitigando la nostalgia.
Tornando quindi al valore intrinseco delle parole, ho avuto il piacere di leggere in questo periodo una splendida antologia di Roberto Vecchioni intitolata “Scrivere il cielo – Poesie al contrario”; e, può forse apparire molto soggettivo, ma ho avuto la netta impressione che uno dei suoi componimenti, intitolato “Esodo – (Io sono là)”, contenga l’elogio migliore del linguaggio e soprattutto del loro, spesso incredibile potere; e mi piace infine riportarne un brano che sarebbe irriverente commentare:
“…io sono là
dov’ è sempre stato l’uomo,
viaggiatore vincente
del suo dolore,
nel teatro dove non recita
ma vive le sue parole,
io sono là
e niente mi confonderà,
niente mi perderà,
perché io sono là,
non qua,
sono nelle parole che
non hanno confini,
non hanno età,
nelle parole che non
risolvono il giorno,
ma l’eternità…”.
Aldo Trotta

