In tema di memoria autobiografica: la mia formazione universitaria

 Nelle settimane scorse, senza una precisa ragione, mi sono appassionato all’argomento della “memoria autobiografica” e ho ricordato che essa ha il significato di:

   “riorganizzare mentalmente le proprie esperienze di vita personali alla luce dei cambiamenti che la vita ha comportato, nonché di consentire una diversa lettura del passato.

Questo è anche il motivo per cui sto apprezzando moltissimo i messaggi scambiati ora regolarmente con vecchi e cari amici, i miei compagni di università del periodo tra il 1962 e il 1968: in cui ero studente di Medicina e Chirurgia nella sede romana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; ho avuto infatti il privilegio di essere tra i primi laureati di quella facoltà, istituita grazie alla tenace volontà di Padre Agostino Gemelli e, cosa ancor più importante, la mia esperienza formativa è avvenuta essendo ospite del collegio universitario “Joanneum”: così denominato perché inaugurato, il 5 novembre 1961, dal santo Padre Papa Giovanni XXIII°.

In tutta sincerità, pur avendo inizialmente sperimentato quanto fosse bello incontrarci ogni tanto dopo la laurea, è stato poi inevitabile che pian piano ci perdessimo di vista; più che comprensibilmente del resto, per il lavoro svolto in sedi anche molto lontane tra loro senza contare che, con l’andare degli anni, è andato purtroppo crescendo il numero degli amici scomparsi; così ero abbastanza perplesso quando uno dei nostri compagni, il caro Giampaolo, ha avuto l’idea di rimetterci in contatto ricorrendo alle incredibili potenzialità di una moderna “chat”.

In realtà mi son dovuto ricredere perché la sua iniziativa è sembrata quasi cancellare i decenni trascorsi: proprio come se ci fossimo lasciati da qualche mese e ne ho avuto esplicita conferma allorquando, ricevendo una telefonata inattesa da parte di uno dei compagni mai più visto né sentito, il caro Nicola, ne ho riconosciuto immediatamente la voce; così non ho potuto fare a meno di riflettere alla storia personale di diversi coetanei verificando quanto il loro percorso familiare e poi professionale fosse stato, in fondo, non molto dissimile dal mio: sia pure in contesti ambientali e culturali diversi. C’è stata occasione, inoltre, di commentare le difficoltà incontrate e grazie a Dio superate, per conseguire il diploma di laurea, specie appartenendo a  famiglie di origine molto umile; io, per esempio, avevo sempre ritenuto troppo grande il sacrificio di aver dovuto cambiare residenza, con la mia famiglia, per poter proseguire gli studi dopo la Scuola Media inferiore: che per me era già stato un privilegio frequentare in un paese di alta montagna, a Capracotta, quando questo livello di istruzione non era neppure obbligatorio.

Mi piace innanzitutto ricordare la grande tensione emotiva con cui avevo vissuto la stessa iscrizione alla facoltà perché, essendo a numero chiuso, prevedeva dei complicati test di ingresso chiamati “prove psico-attitudinali”: il cui incubo peggiore, almeno per me, era rappresentato dal pochissimo tempo disponibile per ciascuna di esse; non basterebbe ora un intero volume per raccontare dei tanti episodi, più o meno importanti, che hanno caratterizzato gli anni della formazione universitaria: senza dimenticare la cosiddetta “contestazione giovanile” del periodo intorno al 1968, da cui siamo stati appena sfiorati senza particolari ripercussioni.

Risentendo gli antichi compagni è stato pure inevitabile ripensare all’impatto emotivo che i corsi accademici avevano comportato, cominciando dalla prima lezione di anatomia umana normale; all’inizio di essa infatti, senza alcun preavviso e con un pulsante elettrico, il professore aveva fatto scorrere su di un binario la grande cattedra scoprendo così, d’improvviso, un tavolo anatomico su cui era stato collocato un cadavere  prelevato dalle celle frigorifere. E mi sembra doveroso ricordare, con molta simpatia, uno dei compagni appena conosciuto e di cui non faccio il nome, che ne fu così impressionato da abbandonare la nostra facoltà: non senza riconoscere che proprio quello era stato per lui il test di ingresso più affidabile e veritiero; può ora far sorridere, ma già nel 1962 ogni gruppetto di quattro studenti disponeva di una cassetta contenente tutte le ossa di uno scheletro umano. Infine, tanto e solo come esempio, le esercitazioni di istologia avvenivano disponendo ciascuno di un microscopio ma, lungi dall’essere autocelebrative, le mie parole  sono  di sincero  elogio e di gratitudine per quella nostra neonata facoltà: in cui la specifica formazione professionale cercava faticosamente di integrarsi con quella, altrettanto importante, di carattere cristiano, umano e relazionale; unico motivo di rammarico, per me e per tanti colleghi, è stato certamente quello di prenderne atto consapevolmente solo negli anni successivi e non sono mancati momenti di rimpianto, anche da così vecchi, per quel felice periodo.

Tornando ora alla “memoria autobiografica” mi sono convinto, come ho già riconosciuto, che essa possa trasformarsi in una singolare, se pur modesta forma di psicoterapia: non solo individuale ma anche di gruppo e mi piacerebbe moltissimo che a dimostrarlo fossero i contenuti epistolari della nostra “chat”; non è certamente possibile ma, guarda caso, mi ha molto colpito che proprio in questi giorni un altro caro amico, Giovanni, abbia diffuso un componimento di Pablo Neruda intitolato “Gli anni che mi mancano”. È ora superfluo aggiungerlo ma, per evitare malintesi, ci tengo ad assicurare che nella mia fascia di età non sono così ingenuo da sognare una vita ancora lunga; mi rasserena comunque che molti considerino senza limiti di tempo il pensiero del poeta, mentre   fa sorridere l’affettuosa ironia del sottotitolo di Giovanni: “per attempati sereni!  Quest’ultimo è certamente un eufemismo perché mi risulta che, cominciando da me e pur non arrivando a soffrire di vera depressione senile, diversi del nostro gruppo non siano certo immuni da quella che mi piace definire “Sindrome del Viale del Tramonto”.

Così, per concludere, faccio voti che il pensiero di Neruda si riveli davvero prodigioso per tutti noi, in particolare quello delle espressioni finali nel suo componimento che dicono:

“…non mi preoccupa più se l’orologio corre o se la vita cambia i suoi piani: che corra, che cambi, che mi sorprenda!

Tutto quello che voglio è che gli anni che mi restano siano miei, davvero miei…vissuti con l’anima aperta, il cuore in pace e la certezza che tutto ciò che sono stato, con errori e successi, mi ha portato fin qui”;

ed eccomi qui: bevendo caffè, guardando dalla finestra la vita che passa ringraziando gli anni che non ho più…e abbracciando con amore quelli che mi mancano da vivere”.

Aldo Trotta