Altri piccoli cimeli della guerra: nella vecchia casa di Capracotta

Pensavo che non sarebbe più stato possibile raccontare di altri, piccoli cimeli che la mia vecchia casa di Capracotta, quella in cui sono nato 83 anni fa, ha custodito per tanto tempo: per di più essendone andati smarriti diversi nel corso dei decenni; mi pareva, infatti, di averli già ricordati tutti ma ancora una volta, ritrovandomi tra queste mura, ho nuovamente provato tanta emozione. E’ sempre una sorpresa, comunque, che il magico silenzio di queste stanze, soprattutto di notte, mi proietti nel passato remoto: come riattualizzandolo e, in qualche modo, facendomene rivivere l’incanto.  

In questi giorni l’esigenza di tenere un po’ in ordine gli ambienti, ha fatto sì che mi trovassi tra le mani una vecchia lampada “a petrolio” ora collocata sulla mensola del caminetto; e, naturalmente, me ne è tornata in mente la storia che mi avevano raccontato da bambino; perché dopo la distruzione bellica del nostro paese, nel tardo autunno 1943, mia madre l’aveva rinvenuta intatta in mezzo alla neve e tra le macerie, non molto lontano dalla nostra casa. C’era stato poi lo sfollamento della maggior parte dei civili e non ebbe alcun esito la ricerca dei proprietari, cui certamente avrebbe voluto restituirla; così anche questa lampada, tuttora

funzionante con i più moderni combustibili, rappresenta un prezioso cimelio di quel tragico periodo e della guerra che pure ci eravamo illusi di aver cancellato per sempre; si tratta di un pregevole manufatto di porcellana, verosimilmente quella famosa di “Capodimonte”, proveniente dalla settecentesca fabbrica di Napoli che era stata fondata dal re Carlo di Borbone e da sua moglie Maria Amalia di Sassonia.

Questa lampada si compone di un bulbo contenente il carburante, uno stoppino nastriforme che fuoriesce all’esterno e un “copri-lampada” aperto, di vetro, che permette il passaggio dell’ossigeno; durante la combustione il petrolio (o, meglio, il cherosene) risaliva lungo le fibre dello stoppino per capillarità garantendo così il rifornimento costante della fiamma; tutto ciò consentiva di produrre una chiarissima luce bianca rivelatasi molto utile, come io stesso ricordo, anche in tempi più recenti: specie quando le frequenti tormente di vento e di neve provocavano l’interruzione dell’energia elettrica a Capracotta.  

Non era tuttavia irrilevante il suo consumo, peraltro dipendente da fattori come la tipologia dello stoppino e l’altezza della fiamma ma, in genere, occorrevano 20-30 millilitri di cherosene all’ora e questo combustibile, difficile da reperire, era soprattutto abbastanza costoso; ripensavo così, all’unica alternativa per quei tempi e di cui io stesso ho avuto esperienza diventando più grandicello: la cosiddetta “lampada a carburo o ad acetilene”. Mi sono rammentato infatti che mia nonna Guglielma ne aveva procurate due, entrambe provenienti da una fabbrica chiamata “Stella” e molto nota in Emilia-Romagna, la regione di cui era originaria.

Esse utilizzavano come combustibile l’acetilene, un gas più leggero dell’aria (formula chimica C2H2), prodotto dalla reazione generata dal contatto dell’acqua con il carburo di calcio (formula chimica CaC2): una sostanza quest’ultima solida e cristallina, capace di reagire con l’acqua dando luogo alla produzione di acetilene secondo la formula (CaC2 + H2O = CaO + C2H2): che era stata scoperta nel 1862 dal tedesco Friedrich Wöhler.

Questa lampada è composta da due contenitori sovrapposti, vagamente rassomiglianti a una caffettiera: in quello inferiore è contenuto il carburo di calcio, in quello superiore l’acqua che, attraverso un foro regolato da una vite, cade sul carburo innescando la reazione che genera l’acetilene, la cui materia prima è la calce viva (ossido di calcio, CaO2).

 

 

Di questa storica quanto economica lampada io ricordo bene lo sgradevole odore agliaceo che emanava ma che non era provocato, come si potrebbe pensare, dal gas ma dalla presenza di impurità nel carburo di calcio; la sua resa peraltro, specie dal punto di vista della luce prodotta, era considerata molto buona, tanto da averne favorito moltissimo l’impiego anche per gli scopi più diversi come le attività minerarie, la speleologia ecc.

Peccato aver smarrito queste due nostre lampade ad acetilene che, lo ricordo bene, erano rimaste per tantissimi anni nella soffitta della vecchia casa ma, sempre con tanta emozione, sono subito  passato da un ricordo all’altro: evocato stavolta da due bossoli di artiglieria in ottone che, grazie alla cara nonna, sono arrivati fino al momento attuale.

Quello di minori dimensioni, rastremato verso l’alto, reca sul fondo la sigla AML 71 di cui non sono riuscito a trovare il significato; l’altro invece, di forma cilindrica, porta la sigla 75 MM-A501 ed è verosimile che fosse stato sparato dall’artiglieria tedesca allora collocata sulla famosa “linea Gustav”: una fortificazione difensiva sul fiume Sangro che nell’autunno 1943 aveva bloccato l’avanzata degli Alleati verso l’Adriatico.

 A conclusione ora di questi altri suggestivi ricordi e sebbene avessi allora pochi mesi di età, ho ripensato agli scenari della seconda guerra mondiale paragonandoli a quelli degli attuali conflitti, combattuti a suon di missili balistici, di bombardamenti aerei e quant’altro: tremendamente peggiori, purtroppo, rispetto al passato e ancor più irrispettosi della dignità e della vita umana.

 Mi piace così riassumere il pensiero del santo Padre Leone XIV° che in questi giorni, durante l’incontro di preghiera definito “Cantico di Pace”, ha affermato:

   «in un mondo ossessionato dal possesso, perdere un po’ del proprio io per l’altro rappresenta la via per contrastare le logiche dei conflitti e delle divisioni”;

non vi è dubbio che sia davvero difficile intravederne almeno un barlume ma è augurabile che nonostante tutto, lungi dall’affievolirsi, ritrovi nuovo vigore la Speranza cristiana.

Aldo Trotta