«Capracotta d’un tempo»: il canto di Ugo D’Onofrio per la sua terra

Panorama di Capracotta

In «Capracotta d’un tempo», Ugo D’Onofrio rievoca con nostalgia i paesaggi dell’infanzia e della propria terra, intrecciando la serenità dei ricordi al dolore della guerra, dell’esilio e della distruzione. Attraverso versi liberi e un linguaggio semplice ma evocativo, la natura diventa custode della memoria. Nel finale, l’invocazione al «Cielo del mio paese» esprime il profondo legame del poeta con le proprie radici, unendo nostalgia, sofferenza e amore per la terra d’origine.

Bianche montagne senza tempo
illuminate dal sole
caldo dell’estate;
orizzonti appena percepiti
attraverso la calura
che lo sguardo stupito scompone;
un corpo che l’erba
calpesta nel ricordo
della primissima infanzia;
al di sotto la vallata del Sangro
ancora con rumore di bombe
e tuono di cannoni;
valanghe di neve
create dallo sforzo orgoglioso
di bambini intenti alla méta;
creature innocenti che corrono
sulla coltre immacolata,
le braccia distese per la “foto”;
anni di gioia prima dell’esilio,
sofferenze d’assurda distruzione
fino a parvenza di pace ritrovata.
Cielo del mio paese,
sereno e trasparente,
sublimami nell’azzurro,
fa che io diventi
una goccia del tuo pianto!

Ugo D’Onofrio

Agnone, lì 11 agosto 2026