Festa di santa Lucia a Capracotta: La distribuzione dei granati a San Giovanni (2016)
Ho ricordato più volte che sono ancora tanti i pensieri e i ricordi quando riesco a tornare a Capracotta, il paese in cui sono nato; e alcuni giorni fa è stata festa di Santa Lucia, ora stabilmente collocata nel mese di agosto, a offrirmi l’occasione per riflettere al suo famoso “miracolo del grano”, avvenuto nel 1646; esso si correla storicamente all’arrivo, nel porto di Siracusa, di navi cariche di questo prezioso cereale: il che segnò la fine di una grave carestia che i cittadini attribuirono all’intercessione della patrona.
Così, riflettendo alla sacralità e alla simbologia del grano anche e soprattutto in un luogo di montagna come il nostro, ho avuto il piacere di osservare un gruppo di donne intente a selezionarne i chicchi da cuocere per preparare i cosiddetti “ranieàte”: un termine dialettale che indica la distribuzione gratuita di grano bollito come simbolico memoriale del miracolo di santa Lucia; ma non è mia intenzione aggiungere altro su questo accadimento né, tanto meno, tornare alla storia di questa martire paleocristiana cui, in paese, è dedicata una suggestiva Chiesetta.
Vorrei piuttosto approfondire l’argomento della coltivazione del grano, molto diffusa anche qui in montagna quando ero bambino, poi progressivamente ridotta fino a livelli davvero minimi e ora in apparente, significativa ripresa; ne è prova il fatto che percorrendo
le strade qui intorno, attirano l’attenzione i tanti campi di stoppie, cioè i terreni agricoli che conservano gli steli delle spighe rimasti dopo il raccolto. Con altrettanta evidenza si notano, nelle stesse aree, i segni lasciati dal passaggio delle moderne macchine mietitrebbiatrici responsabili della progressiva scomparsa non solo dei mietitori, ma anche delle precedenti, assai più antiche macchine; queste ultime, diffuse come è noto tra il XIX° e la metà del XX° secolo, non erano semoventi ma venivano trainate sul campo e collegate a un trattore che fungeva da motore esterno. Sarei ora presuntuoso se cercassi anche solo di riassumere il funzionamento dei mezzi meccanici più moderni; in estrema sintesi essi si compongono di una “testata raccoglitrice” che realizza il distacco dei fusti o delle loro parti utili, con il raccolto che viene indirizzato verso la parte interna ove si trova il cosiddetto “battitore”, un tamburo rotante munito di rilievi e parzialmente avvolto da un “controbattitore”. Il loro principio di attività risiede nella rotazione che causa lo strofinamento del raccolto tra battitore e controbattitore con conseguente distacco dei chicchi e separazione di questi ultimi dagli steli vegetali.
A un profano come me, senza alcuna esperienza di coltivazioni, parrebbe impossibile che il grano possa crescere in montagna, anche oltre i 1.300-1.400 m./s.l.m., ma non è certamente così; io stesso ricordo che, a cominciare dalla nostra, quasi ogni famiglia in paese possedeva un apposito cassone di legno munito di chiusura in cui il grano, raccolto e conservato a lungo, veniva periodicamente macinato nella quantità necessaria per il fabbisogno di pane. E io credo che nessuno della mia generazione abbia dimenticato la famosa filastrocca dedicata al temuto esaurimento, prima che finisse l’inverno, di ogni provvista di cereali; essa diceva:
«Iennàre, iennaróne, scopa cuatenàre e cascióne»
(«gennaio, gennaione, pulisci soffitta e cassone»)
in cui il termine “casciòne” indicava proprio quell’apposito armadio a perfetta tenuta: una vera, preziosa cassaforte casalinga.
In tutta sincerità non so bene quali specie di grano ci fossero a Capracotta tanti anni fa, ma la letteratura riporta che le specie più diffuse in Abruzzo-Molise erano le seguenti: quella di grano duro chiamata “Saragolla”, la “Saragolletta del Molise” e la “Frassinese”, tutte molto resistenti al freddo e alla neve ma quella forse più utilizzata era la “Solina” che, secondo un antico proverbio abruzzese,
“… era la mamma di tutti i grani”.
A tale proposito, sebbene possa apparire incredibile, questa varietà è stata coltivata con successo anche in alta Val di Susa, un territorio alpino al di sopra dei 1.600 m. di quota; e secondo il noto climatologo Luca Mercalli, autore di un libro intitolato “Salire in montagna”, non si è trattato di un esperimento, ma ormai di una vera e propria «fuga dalla pianura, sempre meno confortevole in estate per gli straordinari cambiamenti climatici” di cui tutti siamo, purtroppo, testimoni.
A questo punto, di nuovo con tanta nostalgia, riaffiorano altri ricordi di quando era bambino: in particolare dei tanti mietitori stagionali che, provenienti anche da altre regioni italiane, affiancavano in estate i nostri concittadini nel faticoso lavoro per il grano; del loro strumentario colpivano molto le classiche «falci messorie», a Capracotta denominate “falciglie”, cioè le piccole falci che si adoperavano tenendole in una mano mentre l’altra afferrava il mazzetto di spighe da tagliare. Ciò che incuriosiva maggiormente erano degli strani dispositivi utilizzati per scongiurare il frequente rischio di tagli e che in genere, durante le ore di riposo, i mietitori tenevano appesi alle cinture; si trattava di efficaci “protezioni salvadita” realizzate svuotando dei pezzi di canna comune e composte da due-tre elementi cilindrici: che venivano poi infilati come ditali per coprire la parte inferiore e il palmo delle dita più esposte, il mignolo, l’anulare e talora il medio.
Mi tornano in mente infine, con simpatia, le lunghe teorie di cavalli, di muli e soprattutto di asini che, mediante appositi cestoni di vimini, trasportavano i covoni di grano da accatastare nei pressi delle macchine trebbiatrici; e ricordo soprattutto che a noi bambini dispiaceva tanto, osservando il duro lavoro di questi animali, vederli nell’assoluta impossibilità di mangiare almeno un po’ del grano appena raccolto. Infatti, anche a Capracotta, venivano loro applicate delle museruole artigianali fatte di spago o di cuoio intrecciato per salvaguardare il raccolto; cosa che a noi pareva un malvagio “supplizio di Tantalo” ma che, in realtà, aveva anche lo scopo di salvaguardare quegli infaticabili quadrupedi da possibili danneggiamenti oculari dovuti alla punta acuminata delle spighe.
A conclusione del mio pensiero, sarei felice di aggiungere considerazioni più profonde sul grano, specie in merito alla sua universale simbologia di fertilità e persino sul significato teologico dei suoi chicchi: ma non credo proprio di esserne in grado; perciò, sia pure sovvertendo l’ordine cronologico dei miei ricordi, mi piace tornare al periodo precedente la mietitura ed in questo mi aiuta una poesia di Mauro Montalto intitolata “Il campo di grano”; che nei suoi primi versi dice così:
“Biondo, dorato dal sole di luglio,
il campo di grano si muove
come un’onda del mare
con un dolce movimento
segnato dal vento…”.
Aldo Trotta

