La recente, grande festività della Madonna di Loreto mi ha offerto l’occasione di seguirne a Capracotta i febbrili preparativi: in particolare quelli per le due tradizionali processioni la cui peculiare caratteristica, da tempo immemorabile, è un suggestivo corteo di cavalli elegantemente bardati; e non sono certo rimasto deluso perché nonostante sia ora davvero minima la presenza in paese di questi animali, ne sono sfilati più di 50.
Ma non voglio parlare nuovamente di questo evento che tanto interesse, com’era prevedibile, ha destato; desidero piuttosto rivolgere un sincero pensiero di elogio ad altri simpatici animali che, sebbene fossero preceduti dai più maestosi cavalli, hanno suscitato grandissima simpatia: e mi riferisco, naturalmente, agli asinelli.
A tale proposito non mi vergogno di dire che ho passato molto tempo a osservare, vicino alla mia vecchia casa, alcuni amici impegnati ad agghindarne due per quella ricorrenza; dopo averli infatti scrupolosamente strigliati lucidando i loro zoccoli, li stavano rivestendo con drappi ricamati e variopinte corone di fiori. Mi hanno emozionato alcuni bambini che fremevano dalla voglia di salire in groppa a quei mansueti animali: proprio come facevo io da piccolo ricordando, in modo particolare, le straordinarie passeggiate che organizzava il carissimo zio Antonio: era infatti incredibile la sua gioia quando, riunendo pazientemente in gruppo nipoti e pronipoti, ci accompagnava in montagna e tra i boschi con tutto il necessario per un lungo, piacevolissimo picnic; a turno poi, di due bambini per volta, ci faceva cavalcare il suo asinello dopo averci insegnato a utilizzarne il basto: non perché volesse privarci di una più comoda sella ma per potervi assicurare, legandolo in sicurezza, il carico di vettovaglie con le le bevande e quant’altro occorreva. Ripensavo, così, alla parola “basto” che deriva dal latino “bastum” e ancor prima dal greco antico βαστάζω (bastázō), nel significato di “io porto” un peso”; diverso è invece il nostro termine dialettale, che è “varda”, derivante dall’arabo “barda‘a” (sella).
Mi è pure tornato in mente che all’inizio ero molto esitante prima di cavalcare per il timore di scivolare in avanti o all’indietro quando si percorrevano sentieri molto scoscesi; solo da più grandicello ho capito che ciò non poteva accadere perché, come scriveva l’amico Lucio Carnevale in un articolo, era la stessa bardatura tradizionale a impedirlo: “con il sottopancia e cioè con un pettorale detto “cénta” (cintura) che evitava al basto di scivolare indietro in salita e con la “vraga” (bretella) che, al contrario, non lo faceva scivolare in avanti durante la discesa”.
È ora superfluo che prosegua tessendo l’elogio dei tanti artigiani “bastai” del nostro paese la cui notorietà si estendeva ben oltre i confini dell’Abruzzi e del Molise, rendendo molto famoso questo genere di attività: sembrano quasi incredibili le parole di uno di loro, il valentissimo Tommaso Sammarone, che sottolineando l’indispensabilità dei loro manufatti, raccontava:
“tanti anni fa a Capracotta, nel quartiere di S. Giovanni, ogni due portoni abitava un costruttore di basti”.
A tale proposito io stesso ricordo l’enorme quantità di materiali che tenevano accatastati e in modo particolare le cosiddette “corve”, dal latino “curvus”, di cui facevano letteralmente incetta: erano delle semilune in legno di faggio a diversa dimensione e già grossolanamente profilate per l’assemblaggio dei basti.
Ritornando ora alle passeggiate in montagna che raccontavo, mi commuove ancora l’estrema affettuosità e docilità di quell’asinello, unitamente alla sua straordinaria intelligenza; perciò sono fermamente convinto del fatto che ripetere “sei un asino” in senso dispregiativo sia davvero un’assurdità di cui ci si dovrebbe vergognare: tanto più ricordando come l’economia spicciola di molte umili famiglie capracottesi abbia sempre trovato in questi amici a quattro zampe un aiuto insostituibile; ma, di nuovo ripensando ai cari asinelli bardati per la festa, mi piace condividere un’altra bellissima esperienza di questo periodo: la visita a una mostra del bravissimo pittore Francesco Rizzi (detto “Francino), pressoché interamente dedicata a questi simpatici animali. Mi è capitato, infatti, di leggere una breve recensione su questo evento in cui l’amico Francesco Di Rienzo ha scritto tra l’altro:
“…nei dipinti di Francino gli asinelli hanno orecchie monumentali, dentoni in bella mostra, sguardi improbabili e una mimica che sembra quasi umana….
… e, a guardarli bene, viene quasi voglia di chiedersi: siamo noi che osserviamo loro o piuttosto loro che si stanno divertendo a osservare noi?”.
Avviandomi così alla conclusione, sono convinto che non sia esagerato e tanto meno anacronistico il mio elogio per questi simpatici animali che ho avuto la fortuna di conoscere e di amare fin da piccolo: e molto ci sarebbe ancora da dire su di loro nell’unico, grandissimo timore che possano presto essere dimenticati; in ogni caso non mi sorprende né mi scandalizza che lo scrittore francese Francis Jammes sia arrivato a scrivere una poesia intitolata “Preghiera per andare in Paradiso con gli asini”, di cui mi piace riportare alcuni versi:
“Quando dovrò venire a Te, Signore,
fa che un bel giorno sia, che la campagna in fiore
risplenda. Il mio sentiero vorrei, come quaggiù,
scegliermi per andare, come mi piacerà,
in Paradiso, dove di giorno brillano le stelle…
…Signore, con questi asini a te venga, quel giorno.
e fa che siano gli angeli a guidarci alla pace…
fa che curvo sulle tue acque divine, in quella
dimora degli eletti, agli asini io somigli…”.
Aldo Trotta

