Lo scarparo. C’era una volta il calzolaio a Capracotta

Nella prima metà del secolo scorso la popolazione di Capracotta era di poco inferiore ai 5000 abitanti. Numerose erano  le botteghe artigiane: falegnami, sarti, fabbri, cardatori, macellai, panettieri, barbieri, calzolai…. Di questi ultimi in particolare ne sono stati contati contemporaneamente presenti circa 20. Pastorizia ed industria boschiva costituivano inoltre importanti capisaldi per l’economia del paese.

I calzolai confluivano, assieme ad altri artigiani, nella Società Artigiana di Mutuo Soccorso, specie di Corporazione, costituita nel 1877. Nascevano nello stesso periodo altre due Società, quella degli Operai, e quella dei Pastori. Le rispettive sedi, oggi saltuariamente aperte, sono ancora ubicate in prossimità della piazza del  Comune lungo la salita del Colle.

Tra le più antiche associazioni di mestieri in Italia ricordiamo la Corporazione dei Calzolai fiorentini, costituita verso la fine dell’anno 1200,  retta da 6 Consoli e da vari consiglieri. Le norme statutarie che regolamentavano l’attività degli iscritti erano molto severe; massimo rispetto era dovuto ai consoli e alla residenza della corporazione, per cui nessuno vi poteva accedere scalzo o in maniche di camicia o col grembiule addosso e col berretto in testa. Durante le riunioni era inoltre richiesto un contegno decoroso, che imponeva il silenzio e l’astensione da rumori molesti o dal pronunciare ingiurie. Il periodo di apprendistato di un calzolaio durava 3 anni; il rapporto tra maestri e discepoli era regolato da un apposito contratto stipulato dal Notaio dell’Arte. Ogni nuova matricola poteva aprire una bottega in proprio, a patto che questa si trovasse a non meno di 600 metri da quella del maestro. Le norme statutarie contenevano anche le disposizioni relative all’esercizio dell’attività, con particolare attenzione  verso le materie prime che dovevano essere impiegate durante la produzione.

Ancora oggi una delle più note e belle vie di Firenze è Via dei Calzaiuoli.

Lo Statuto della Società  Artigiana di Mutuo Soccorso di Capracotta, fondata nel 1887, recita testualmente: “La Società avrà sempre per sua nobile meta il lavoro, la virtù ed il mutuo soccorso materiale, morale ed intellettuale…Soci effettivi quelli che esercitano un’arte o un mestiere e partecipano a tutti i soccorsi e benefici della società. Soci onorari quegli altri che concorreranno a sovvenirle per mero spirito di patriottismo e filantropia, rinunziando a qualunque soccorso. I soci effettivi saranno tutti di Capracotta; gli onorari di qualunque altra parte della Nazione… Sarà elettore ed eleggibile solamente il socio effettivo… La Società dovrà avere un Presidente, due Vice Presidenti, otto consiglieri, due Sindaci, quattro censori, un segretario, un Cassiere, un Porta bandiera, ed un Viceportabandiera… Ogni socio ha la facoltà di parlare all’assemblea, ma deve prima chiedere la parola al Presidente, al quale sta di concederla o no… il quale toglierà senz’altro la parola a quel socio, che, con inopportune ed inutili discussioni, potesse compromettere l’ordine e la dignità dell’assemblea… Il socio che si trova in paese nei giorni di assemblea generale e non intervenga senza un giustificato e legittimo motivo, sarà punito con dieci lire di multa, da versarsi alla cassa sociale….in caso contrario s’intenderà espulso dal Sodalizio… Consiglio di Moralità: scopo del Consiglio consiste nel vigilare sulla condotta di tutti i soci, non esclusi quelli che sono in carica… E’ stretto dovere del Consiglio di moralità di tenere sempre vivo fra i soci l’amore, la fratellanza e la concordia”.  Cose di altri tempi!

Le botteghe dei nostri scarpari erano sistemate di solito in locali a piano terra; non erano però rare sistemazioni più precarie con il deschetto (la banchetta, Foto 1) umilmente sistemato nel locale che oggi definiremmo presuntuosamente “soggiorno” e nel quale oltretutto si cucinava e si consumavano i frugali pasti. Sul deschetto, intorno al quale potevano trovare posto anche 2-3 calzolai,  erano sistemati più o meno tutti i ferri necessari al mestiere (Foto 1a).

Ciascun “mastro” di  bottega aveva di solito qualche apprendista, spesso un figlio cui tramandare il mestiere; dovevano trascorrere ancora diversi anni prima che i figli degli artigiani potessero normalmente aspirare allo studio.

Gli apprendisti non percepivano alcun compenso fino a quando non erano in grado di mettersi in proprio. Cito di seguito le botteghe più note nel corso della prima metà del 1900 : Carnevale Oreste, Dell’Armi Donato, De Renzis Enrico (Ricucc), De Simone Antonio, Donato e Salvatore (Tore), Di Lorenzo Francesco (Ciccariegl), Di Lullo Domenico, Di Nardo Vincenzo (Dun Checc) e Francesco (Cicciott), Di Rienzo Giovanni (Minervin), Di Tanna Loreto (Carofan), Pasqualino (Carofan) e Sebastiano (Parruzzet), Di Tella Felice, Franceschelli Quirino, Di Tella Felice, D’Onofrio Roberto (Bett), Giuliano Eugenio (La Munnarella) Filoteo e Gregorio, Labbate Francesco, Liberatore Giacomo, Mosca Quintiliano,Michelino e Luigi, Pollice Michele (d’ Sciore),  Santilli Giuseppe (la Cavuta), Stabile Tito, Venditti Giovanni, Michelino e Salvatore, Venditti Eugenio (Uscegn), Venditti Giovanni (Cellitt), Venditti Sebastiano (Cianott).

 Le ultime botteghe, che a memoria dei viventi avevano apprendisti, erano quelle di Giuliano Eugenio, Di Lorenzo Francesco, Di Nardo Francesco, mentre quelle ancora aperte verso la fine del secolo scorso erano quelle di Del Castello Mario (Iacchitt), Paglione Ottorino (Mustacc), Sozio Alfredo.

Oltre ai succitati artigiani, che hanno svolto la loro attività nel paese, vanno ricordati tanti altri che, dopo aver imparato il mestiere in loco, sono andati a lavorare fuori, soprattutto a Roma, presso altre botteghe od in proprio, facendosi sempre apprezzare per le loro capacità:

Corrado ed Eliseo Di Nucci (innamorati di Capracotta fino al fanatismo, che hanno poi aperto un negozio di calzature in via Alessandria, punto di riferimento dei capracottesi a Roma per qualche decennio) e con essi Marco e Felice Venditti;  Antenucci Amico (Amicacc) e Giulio, Battista Michele (Marabella), Del Castello Gregorio (Pellico), De Renzis Lazzaro (Lazzarr), De Simone Vincenzino (Pataniegl), Di Lullo Antonino (Furchitt), Di Rienzo Carmine (Totta), Di Tella Giovanni (Culiang’l), Di Lullo Giuseppe (Peppniegl), Di Lullo Vittorio (Muscon), Di Ianni Antonio (Totonn), Di Nardo Romolo, Mosca Raffaele (Palucc), Paglione Giulio, Paglione Rino (Papiegl), Venditti Pasqualino (Seppuccia). Qualcuno di essi nel corso degli anni ha poi cambiato indirizzo, cogliendo l’opportunità del posto fisso.

Quasi tutti i summenzionati calzolai ci hanno orami lasciati da tempo ed è andato purtroppo con loro irrimediabilmente perduto un patrimonio di professionalità artigianale oltre che umano.

Pare incredibile, ma attualmente, a Capracotta, per riparare un paio di scarpe, bisogna recarsi ad Agnone!

Nella foto del 1915 (Foto 2) la classica banchetta con intorno alcuni dei sopracitati calzolai dell’epoca.

Fig. 2 (1915). Calzolai. Da sinistra: Francesco Di Nardo (Cicciotto), Enrico De Renzis (Ricuccio), Ernesto Perella (Apprendista di Castel Del Giudice)
Fig. 2 (1915). Calzolai. Da sinistra: Francesco Di Nardo (Cicciotto), Enrico De Renzis (Ricuccio), Ernesto Perella (apprendista di Castel Del Giudice)

La bottega era spesso luogo di incontro dove si chiacchierava del più e del meno, si commentavano gli accadimenti locali e talvolta ci si avventurava anche in  quelli nazionali; rappresentava di fatto il modesto ma vivace “caffè letterario degli artigiani”al quale partecipavano anche altri personaggi del paese, passanti occasionali o frequentatori abituali. I “caffè” più frequentati: Cicciotto Di Nardo (Dun Checc) ed Eugenio Giuliano (la Munnarella)  rispettivamente ad est e ad ovest del paese.

Non si sarebbe potuto svolgere in una bottega di falegnameria né in una di fabbro ferraio, sia per il rumore che per i continui movimenti richiesti da quelle attività e la mancanza quindi di uno spazio ridotto intorno al quale fermarsi a chiacchierare; e nemmeno in una bottega di sartoria sistemata di solito all’interno dell’abitazione ed al piano superiore.

Ogni calzolaio era in grado non solo di riparare ma anche di confezionare un paio di scarpe. Non esisteva in loco un grossista per la fornitura delle materie prime; bisognava per questo recarsi ad Agnone od a Villa S. Maria, distanti rispettivamente 20 e 30 Km. Si ricorda ancora oggi uno dei calzolai andato fino ad Agnone a piedi per comprare il cuoio necessario a risuolare un solo paio di scarpe! Non aveva soldi sufficienti per l’acquisto di altro materiale da tenere in serbo  in attesa di future ordinazioni; sacrifici del genere non erano poi tanto rari all’epoca.

Elenchiamo di seguito i materiali e le varie fasi di lavorazione di un paio di scarpe:

La Forma in legno riproducente la forma del piede, modellata secondo le misure ( prese con una normale striscia di carta) e le eventuali callosità (le cipolle!) presenti sul piede del cliente. (Foto 3).

Il Fondo o sottopiede: strato di cuoio applicato sulla base della forma, sul quale veniva cucita la tomaia con il guardolo (Foto 3).

La Tomaia: in base alle misure del piede e della forma si preparava un modello in carta (la sagoma) che serviva poi per tagliare la pelle e comporre la parte superiore della scarpa (la tomaia); quest’ultima veniva poi montata sulla forma con dei chiodini (Foto 4  e 5 ).

Il Guardolo: striscia di cuoio che cucita insieme alla tomaia ed al sottopiede delineava il perimetro della sagoma della scarpa (Foto  6).

La Suola: cuoio spesso e battuto che costituiva la base della scarpa e che veniva incollata al fondo e cucita al guardolo (Foto 7 e 8). La cucitura veniva fatta a mano, con lo spago ricoperto di pece che lo rendeva più resistente all’acqua e più duraturo…

Il Tacco:  costituito di vari strati di cuoio che uno dopo l’altro venivano fissati alla parte posteriore della suola e modellato per ottenere la sagoma desiderata.

La Sformatura: dopo 7-8 giorni la scarpa veniva estratta dalla forma di legno.

La Lucidatura: pulizia e lucidatura manuale della tomaia e del fondo erano le operazioni finali.

 Vi erano due sole tipologie di scarpe:

Scarpe basse-estive, con tomaia bassa fino all’altezza della caviglia. In punta e sul tacco venivano spesso applicate delle semilune in metallo (i ferretti, Foto 9) per evitare il consumo della suola!

Scarpe alte invernali e da lavoro, con tomaia alta, sopra la caviglia. Ad evitare il consumo della suola venivano applicate lungo il bordo le bullette metalliche (le centrelle, a testa liscia o zigrinata Foto 10) in una o due file; si usava talvolta rinforzare ulteriormente la chiodatura con  le poste (Foto 11), specie di rostri che sporgevano anche fuori della suola.

 

Era molto importante in verità la durata di un paio di scarpe, soprattutto nelle famiglie numerose. Le riparazioni infatti (rifacimento dei tacchi, risuolatura,ecc.) servivano a prolungare la vita delle  scarpe che spesso dovevano passare al fratello più piccolo man mano che il più grande cresceva, prima di essere consumate e gettate via.

 Erano ben poche le famiglie agiate che potevano permettersi il lusso di chiamare “a giornata” il calzolaio il quale si trasferiva armi e bagagli a casa del committente per confezionare scarpe nuove ai  componenti  il  nucleo familiare ed eseguire eventuali riparazioni. Era questa una buona occasione di guadagno ma anche di festa dal momento che lo scarparo e gli eventuali lavoranti avevano diritto, per consuetudine, di pranzare presso quella famiglia fino alla consegna delle calzature richieste.

Capitava a volte anche di doversi recare, al seguito di una “compagnia di carbonai”, nei boschi a confezionare e riparare scarpe a quei lavoratori che, accampati spesso in capanne di legno e fango, vi restavano talvolta per mesi per completare il taglio del bosco e la  conseguente cottura dei carboni.

A partire dagli anni 1950-60, per le scarpe alte si è usata diffusamente la suola di gomma vulcanizzata (VIBRAM) , prodotto italiano,  molto più pratica, leggera, resistente  (Foto 12). Nel 1954 gli alpinisti italiani della Spedizione Italiana al K2 indossavano scarponi con suola Vibram. Attualmente si impiegano per la suola  mescole sintetiche, per qualunque tipo di scarpa.

Importante era all’epoca la manifattura delle scarpe pesanti, sia per il clima e le frequenti abbondanti nevicate (diceva il napoletano che veniva a vendere la frutta a Capracotta, “qui fanno 11 mesi di freddo ed uno di fresco”), che per l’utilizzo in attività che procuravano un particolare consumo delle suole (boscaioli, contadini, pastori, ecc. ).

Non esistevano all’epoca stazioni sciistiche attrezzate dove potersi recare e fruire dei mezzi di risalita; si sciava di fatto nei centri abitati situati in montagna, che garantivano sia l’accoglienza alberghiera che la neve. Anche per questo una piccola parte della produzione artigianale era destinata ai “signori” provenienti da Napoli e Roma per godere l’ebbrezza dello sci. Contribuivano a questo embrione di sviluppo turistico invernale anche i falegnami, in particolare la bottega dei fratelli D’Andrea, con la costruzione dei primi rudimentali sci (Foto 13). Va inoltre sottolineato che a Capracotta fin  dal 1914 esisteva lo “Sci Club” (uno dei più antichi d’Italia) ed almeno tre alberghi, non certo pochi per l’epoca.

E’ cosa risaputa che i nostri calzolai, come peraltro tutti gli altri artigiani dell’epoca, oltre ad essere bravi andavano giustamente fieri del loro mestiere: rinomato per la precisione e le finiture eleganti delle scarpe basse era Francesco Di Lorenzo (Ciccariegl), mentre Francesco Di Nardo (Cicciotto di Don Checco) alla Fiera Nazionale dell’Artigianato di Bologna del 1931 veniva premiato con la medaglia di bronzo e l’anno successivo con quella d’argento per la “Lavorazione scarpe da montagna” (Foto 14 ). Riusciva anche ad ottenere a seguito di ciò una commessa di scarpe per l’Esercito Italiano, costituendo una Cooperativa di calzolai che ebbe però vita breve per lo spirito individualista degli artigiani capracottesi. Esperienze simili sono state infatti tentate anche successivamente in altri settori ma sempre con lo stesso esito.

Tornando alla fierezza dei nostri calzolai, si racconta ancora l’episodio di un notabile del paese, che non era riuscito a prendere la laurea, il quale in compagnia del politico di riferimento dell’alto Molise (Onorevole Sammartino),  incontrando per strada un calzolaio noto per orgoglio e prontezza di spirito, per darsi un’aria di superiorità ebbe a salutarlo dicendo “uè scarpà ”; fulminante la risposta: “i so scarpar e sacc fa le scarp,  tu ‘n sià fa nient ( io sono scarparo e so fare le scarpe, tu non sai fare niente)!”. Cose di altri tempi quando i nostri artigiani, fieri montanari, apprezzati per il loro  lavoro e consci delle loro capacità, non si sentivano certo inferiori a chi aveva avuto la possibilità di studiare; hanno però avuto la forza e l’intelligenza di spingere con i loro sacrifici i figli a salire con orgoglio la scala sociale  che per troppo tempo era stata loro preclusa.

Mi ha sempre commosso il racconto fattomi da un anziano calzolaio il cui padre era stato convinto dal maestro di scuola elementare ad iscriverlo alla media (a pagamento perché parificata) in quanto  particolarmente bravo anche se povero in canna. Non c’erano soldi abbastanza in casa per cui dopo 2-3 mesi dall’inizio dell’anno scolastico la retta non veniva ancora pagata; l’allora scolaro modello continuava comunque a distinguersi ed a rispondere alle domande anche quando gli altri non erano in grado di farlo, fino ad irritare a tal punto uno degli altri alunni che rivolto all’insegnante ebbe a dire “lui non può rispondere perché non ha pagato!” La retta non venne mai pagata ed il bravo scolaro fu costretto a fare il calzolaio, con dentro un tarlo che per ripicca e per orgoglio, con la tenacia e la fiera testardaggine di montanaro, lo ha spinto a sostenere e superare l’esame di licenza media all’età di 55 anni!

Questi esempi, messaggi in bottiglia lasciati in eredità dai nostri padri, dovrebbero essere di incoraggiamento e sprone ai nostri giovani, sempre più sfiduciati dalle presenti avversità, e spingerli a guardare al futuro con più speranza.

Vincenzino Di Nardo