Il mese di maggio: tanti anni fa a Capracotta

Fino a pochi anni or sono stentavo a credere che, invecchiando, avrei finito per vivere solo di ricordi, ma ho sempre condiviso il parere di tanti studiosi, anche illustri psicogeriatri, che si battono affinché gli anziani mantengano, il più a lungo possibile, autonomia motoria, vivacità e spirito di iniziativa: con risultati certamente apprezzabili, sia sul piano fisico che mentale.

Da parte mia purtroppo, sia per il carattere abbastanza difficile, ma soprattutto per la condizione logistica ed ambientale in cui mi son trovato a vivere dopo aver cessato l’attività professionale, non perdo occasione, davvero patologicamente, per guardare solo all’indietro; d’altro canto, come molti sostengono, tutto ciò non è sempre del tutto negativo, ma, al contrario, può comportare alcuni vantaggi.

È noto infatti che la nostalgia, lo leggevo in questi giorni, non comporta affatto l’uso della memoria, dal momento che il passato che essa idealizza, resta fuori dal tempo, nella sua immutata perfezione; la memoria infatti, anche quando idealizza il passato, non condanna il presente, ma considera presente, passato e futuro come un “continuo”: ed è, in fondo, ciò che spero valga anche per me, specie così anziano come sono.

Disattendendo il consiglio evangelico di pregare nel silenzio assoluto della propria stanza, negli ultimi tempi ho trovato grande conforto seguendo il santo Rosario dal canale televisivo che ne trasmette la recita dalla grotta delle apparizioni del Santuario di Lourdes: che, lo ricordo con emozione, ho avuto la gioia di visitare tanti anni fa.

Così ho ripensato a quando da piccolo, insieme a diversi compagni di scuola, mi recavo ogni giorno del mese di maggio nel nostro piccolo Santuario della Vergine a Capracotta per la recita pomeridiana della preghiera mariana per eccellenza; la mia fascia di età non mi consentiva, almeno inizialmente, di percepire il beneficio spirituale di quella esperienza: che tuttavia si collocava in un momento di risveglio primaverile in cui per tutti cominciava ad allargarsi l’orizzonte con l’arrivo della stagione migliore; per di più si profilavano ormai prossime le vacanze estive dalla scuola ed era un po’ come se anche i bambini, come animaletti, uscissero finalmente dal letargo invernale.

Purtroppo, anche a maggio, il clima in paese non era sempre clemente, al punto che il colore dominante nei gruppetti di persone che raggiungevano la Chiesa era spesso il nero dei mantelli a ruota per gli uomini o dei grandi scialli scuri per le donne; oltre tutto allora, specie ai più piccoli, la strada da percorrere sembrava assai più lunga di quanto fosse realmente.

Io cercavo di arrivare un po’in anticipo perché il mio secondo, recondito fine era quello di salire per qualche minuto, facendo finta di guidarla, sulla grossa moto Gilera del nostro Arciprete, don Nicola Angelaccio che, proteggendosi accuratamente dal freddo, precedeva sempre tutti: era molto paziente e disponibile, non solo con me che ero un vero appassionato di motori, ma ci esortava tutti al massimo di autocontrollo e di compostezza durante la celebrazione religiosa.

Da più grandicello ricordo che mio cugino Ezio mi aveva affidato la custodia di un suo bellissimo ciclomotore, lasciato appunto a Capracotta: era un “Aquilotto Bianchi” con tanto di serbatoio come una vera moto, ma con un semplicissimo rullo che aderiva alla ruota posteriore; accadde così incredibilmente, forse il 22 maggio (?) di non so quale anno che, all’uscita dalla Chiesa, trovammo oltre 10 centimetri di neve e fu abbastanza deprimente tornare a casa conducendo a mano il motorino.

In ogni caso quei “mesi di maggio alla…Madonnina”, come tutti li chiamavano, restano per me importantissimi anche e soprattutto dal punto di vista spirituale: senza che me ne avvedessi infatti, hanno certamente contribuito a consolidare il mio, pur modesto percorso di Fede nelle sue elementari “radici”;  del resto il mio legame con quel Santuario, come ho pure ricordato, risale a quando ero poco più che un neonato, come penso sia avvenuto per tanti capracottesi e in modo particolare per quelli della mia generazione.

E quando, sempre più di rado purtroppo, mi riesce di tornare in quella Chiesa, ho l’impressione di respirare l’odore dell’incenso di quei lontani pomeriggi, come se avessi ancora in mano il prezioso turibolo che lo conteneva: facevamo a gara, infatti, a chi lo facesse oscillare meglio per tenere accesa la brace e farne uscire le volute più dense durante la Benedizione Eucaristica.

Tante volte poi, magari fermandomi solo un attimo con l’auto, non ho resistito all’impulso di suonare lo storico campanello tuttora presente sul bordo sinistro di quell’altare ultracentenario: pur costretto, spesso, a spiegarne i motivi; raccontavo infatti che solo al custode del Santuario, Vincenzo Di Nucci, mutilato in guerra di un arto inferiore e portatore di una grossolana protesi di legno, spettava il diritto-dovere di suonare quel campanello: era tradizione infatti che lo si facesse per tre volte prima che, nella sequenza delle litanie in latino, si recitasse l’invocazione rivolta specificamente alla nostra Protettrice:

“Virgo lauretana…Ora pro nobis”

Non mi rendevo conto del perché Vincenzo pretendesse in assoluto di compiere, sempre e solo lui, quel semplicissimo gesto: ho capito più tardi che racchiudeva simbolicamente tutta la devozione popolare alla Madonna da cui ha tratto origine la festa dell’Otto Settembre; ed era nuovamente il suono di un campanello ad anticipare il rumoroso arrivo di quel vecchio, forse un po’ burbero custode ogni sabato quando, portando con sé l’immagine della Vergine per tutto il paese, raccoglieva le offerte per i ceri della Cappella.

Ho già avuto modo di parlare affettuosamente, in altri racconti, di alcuni tra i diversi personaggi che hanno animato la mia infanzia a Capracotta, ma voglio ripetere, più dettagliatamente, ciò che mi lega in modo speciale al caro Vincenzo; ho sempre considerato straordinario, infatti, che sulla sua lapide del Cimitero, accanto al nome di Battesimo, comparisse quello che ho definito il più bel soprannome tra i tanti, anche molto fantasiosi, che il nostro paese abbia mai escogitato:

VINCENZO DI NUCCI, detto…. ‘LA MADONNA;

Sarebbe stato davvero difficile scrivere un epitaffio più appropriato ed eloquente e perciò, ogni volta che mi è stato possibile visitare la sua tomba, ne ho sempre riletto le parole, ripetendo l’invocazione a lui tanto cara; peccato davvero che abbia sempre dimenticato di portare con me un campanello, altrimenti neppure il raccoglimento di quel luogo mi avrebbe impedito di suonarlo per tre volte: e, ne sono certo, non mi sarebbe mancata la commossa partecipazione di tutti i cari defunti.

Confesso infine di aver utopisticamente vagheggiato, fin da piccolo, di diventare custode di quel Santuario con il privilegio, come Vincenzo s’intende, di abitare nella stessa casetta e, in fondo, anche di seguire l’altra mia vocazione ideale: quella di vivere un po’ come un eremita; mi dispiace purtroppo riconoscere che solo se questi sogni si fossero avverati, il loro incredibile effetto-vaccino mi avrebbe garantito l’immunità permanente dalla malattia più dolorosa dei capracottesi: indiscutibilmente la nostalgia.

Aldo Trotta