Le abitazioni della Terra Vecchia distrutte durante la Seconda Guerra Mondiale
In questo brano, tratto dal volume autobiografico “Oltre l’alba delle nebbie”, Ugo D’Onofrio rievoca i giorni più drammatici dell’occupazione tedesca a Capracotta nell’autunno dell’anno 1943. Con lo sguardo del piccolo Luca, suo alter ego di tre anni, l’autore racconta l’attesa e la paura che precedettero la distruzione della casa di famiglia nel Rione Grilli, fatta saltare con le mine.
Il borgo era silenzioso quella notte; nessuna voce, nessun rumore, nemmeno quello delle tende del nemico, rompevano un’atmosfera incantata che racchiudeva quel mondo in una soffice bolla di pace mai prima goduta: soltanto il vecchio orologio scandiva la mezza e disperdeva nell’aria quel suono disattento che aveva osato violare tanta quiete!
Dall’inizio del viale, che poi costeggiava la villa comunale e si avviava, contorto, in quel dirupo maledetto che aveva consacrato l’eroica e giovane esisistenza di Marcuccio, era ancora bello ammirare, lontane, le montagne coperte da un nero dominante ed incontrastato, con le cime frastagliate che infrangevano il cielo colorato e vestito con le luci disperse del firmamento costellato.
Verso la vallata, spuntavano, distanziati l’un l’altro da fossati e da piccole colline, paesi dalle forme stravaganti, illuminati da luci fioche e intermittenti che li rendevano come piccoli presepi!
Risalendo il costone, alberi rinsecchiti e grossi cespugli disadorni atterrivano quel buio come orribili fantasmi destinati a restare imprigionati per sempre nella roccia: puniti per non essere riusciti a stringere, in un abbraccio di salvezza, il corpo di un bimbo innocente che, disanime, si era adagiato sul fondo del burrone, nel disperato dolore dei suoi cari i cui cuori sarebbero diventati unici ed eterni custodi di un’infanzia perduta per sempre: inspiegabile rito tragicamente concluso senza un perchè!
Soltanto un colpo si udì provenire dal fondo della valle, attenuato come in morbido cuscino di bambagia, la cui eco risaliva il dirupo ma non appariva affatto espressione di morte!
Gli alberi della piccola strada, che portava alla casa di Luca, si agitavano morbidi al fragile soffio di un vento tranquillo che staccava le ultime foglie rinsecchite dal tempo e le faceva cadere sulla terra, ricoperta da un soffice giallo, che gemeva violata dal passo del pedone: semi stupendi, a forma di farfalla, si univano alla caduta delle foglie roteando in un silente e placido moto continuo e vorticoso, come se si trattasse di minuscole girandole!
Era bella la casa di Luca quella notte: le quattro facciate rivestite fino al primo piano da pietra viva messa su da un abile artigiano; più in alto, l’abitazione ammantata d’un intonaco ruvido, tangibile segno della bravura del maestro-muratore, risaltava nell’indovinato contrasto con il verde brillante delle persiane chiuse per la notte; gli angoli di facciata, arricchiti da involuti capitelli, tiravano dritti come fili di rasoio; la grondaia, di conci convessi verso il basso e tra di loro affiancati con rara maestria, era, pur’essa, rivestita da intonaco grigliato e, nell’insieme, riportava ad immagini di archi famosi; sul tetto, quattro canne fumarie quadrate, distanziate con perfetta armonia, emettevano, dalle bocche di rosso mattone, gli ultimi fumi, dai focolari delle cucine sottostanti, che si perdevano al vento attraverso un gallo di stagno che roteava ad ogni piccola folata di vento; il portone d’ingresso, d’un bel verde uguale alle persiane, si combinava con l’esterno in completa sintonia. Ma dalla villa comunale non proveniva più il profumo delle rose ormai appassite e di tutti gli altri fiori, dai diversi colori, morti con l’arrivo dell’inverno; soltanto un lampione solitario, bene infisso sul muro principale, restituiva luce alle pareti, al piazzale ed a quella panchina di pietra ora vuota ma che, nei mesi d’estate, diventava comodo rifugio alle coppie di amanti che scambiavano il primo bacio, la prima carezza, all’unisono battito del cuore che poi li avrebbe uniti per la vita e per sempre!
Quella notte, anche l’interno sembrava più bello: il silenzio regnava dovunque e dovunque sembrava diffondersi odore di pace: nelle cucine le cui porte restavano aperte in segno di antica e consolidata convivenza; sui gradini che conducevano ai piani superiori; lungo la ringhiera, ricamata con ferro artigiano, sormontata da robusto passamano e che si ergeva sentinella a baluardo della sicurezza dei bambini; sugli ingressi verniciati con il colore della pietra e riquadrati con lo stesso verde brillante dell’esterno.
Dentro le camere, anime stanche per la laboriosa giornata, riposavano in calde lenzuola di lana e spesse coperte, alla deriva di una nave fantasma che portava loro verso un sonno pregno di salutare ristoro:ma per quanto ancora quella serenità?
Albeggiava ormai ed era trascorsa l’ora del sonno profondo, recessivo rispetto ad altro più leggero che altalenava tra realtà e fantasia.
Era un dormiveglia che celava la vita del momento e le relegava in un limbo strano ed incerto:era proprio per questo che i genitori di Luca, ancora sommersi in quell’incertezza, non si erano accorti che qualcuno picchiava al portone principale e pensavano che quei colpi non appartenessero all’incipiente mattino; ma quando quel rumore non tardava a svanire ed opprimeva con sempre maggior fastidio le menti, si resero conto che effettivamente qualcuno stesse picchiando e l’insistenza e la consistenza di quei tocchi, più pressanti ed irruenti, li indusse a vestirsi con fretta per scendere le scale.
Erano ancora intenti ad impegnare gli ultimi gradini, allorquando una voce, con tono categorico ed in lingua italiana, invitò ad aprire subito l’uscio che, diversamente, sarebbe stato abbattuto; fu soltanto allora che si guardarono attoniti e cominciarono a capire:muti e con gli occhi abbassati, aprirono con trepidazione ed angoscia ad uno spettacolo al quale non avrebbero voluto mai assistere!
Sei militari tedeschi, armati di tutto punto con i mitragliatori spianati, si pararono preceduti da un sottufficiale che indossava un cappello con la svastica e portava in mano una pistola; questi si rivolse con un cortese “buongiorno”che, però, sapeva più di un ordine che di una cortesia; subito dopo il sottufficiale chiese se in quella casa fossero presenti altre persone ed,alla risposta affermativa, replicò …”avvisate donne uomini e bambini che, entro cinque minuti precisi, tutti dovranno abbandonare la casa; prendete quello che è necessario:oggetti preziosi, coperte e cibo, ma se qualcuno verrà trovato ancora all’interno oltre il tempo, sarà passato immediatamente per le armi”.
Ugo D’Onofrio
Fonte: U. D’Onofrio, Oltre l’alba delle nebbie, Fondazione Mario Luzi, 2024

