A tre mesi dalla scomparsa di Daniele, la nostra comunità e le donne del laboratorio “non smettere mai di imparare” hanno voluto ricordarlo mettendo a dimora un albero, proprio per far vivere l’esempio che egli ha saputo donarci. Il sindaco, Candido Paglione, ha sottolineato che si tratta di un gesto semplice ma carico di significato per custodire l’esempio di una persona che, con la sua gentilezza, disponibilità e profonda umanità, ha lasciato un segno importante nella vita del nostro paese nell’auspicio che il ricordo di Daniele continui a fiorire nel cuore di Capracotta e dei capracottesi. Pubblichiamo, di seguito, un ricordo di don Alberto su Daniele distribuito ai presenti stasera per l’occasione.
Ero a Roma, seduto al Tavolo nazionale della “Mondialità, Pace e Conversione Ecologica” della Caritas Italiana, immerso nel fermento del lancio di “Good Food 4 All”, una nuova iniziativa dei cittadini europei per chiedere all’Europa il riconoscimento concreto del diritto al cibo. Si parlava di giustizia, di dignità, di responsabilità condivise. Perché nessuno è davvero libero finché non possiamo mangiare tutti e tutte con dignità. Perché la vita va curata e custodita in ogni suo aspetto, a cominciare dal pane quotidiano, dal nutrimento che tiene insieme corpo e speranza.
Mentre ascoltavo interventi e proposte, il telefono ha vibrato. Sullo schermo compariva il nome di Pierino Di Tella, da Capracotta. Conoscendolo, sapevo che non si trattava di una chiamata qualunque: Pierino è uno di quelli che non concede tregua al pensiero, che tiene il cervello sempre in movimento, capace di aprire sentieri inattesi anche nelle giornate più dense. Così, spinto dalla curiosità, ho risposto subito.
La sua voce era insieme decisa e velata di emozione. Mi ha chiesto di scrivere un pensiero per Daniele, da appendere all’albero che stanno preparando per la prossima festa di Pasqua. Un albero della memoria, mi ha spiegato, un intreccio di ricordi e parole per custodire chi continua a vivere nei nostri affetti. La richiesta mi ha colto di sorpresa, lasciandomi per un istante senza parole. Ma non era tutto: Pierino mi chiedeva di intrecciare quel ricordo con una delle storie della Sacra Scrittura, quella del profeta Daniele davanti al re Nabucodonosor.
Confesso che in un primo momento mi sono sentito smarrito. Che legame poteva esserci tra un giovane uomo come il nostro Daniele, così vicino e concreto nei nostri giorni, e una vicenda antica, carica di simboli e visioni? Eppure, proprio quello scarto inatteso ha acceso in me una curiosità nuova. Forse, ho pensato, le storie antiche continuano a parlarci proprio perché custodiscono domande che non invecchiano: il coraggio di restare fedeli a sé stessi, la forza della speranza quando tutto sembra crollare, la fiducia in un disegno più grande delle paure dei potenti e prepotenti di turno.
Così ho accettato. Con un misto di timore e gratitudine. Con la speranza di riuscire a trovare parole capaci di rendere vivo il ricordo di Daniele che non è più fisicamente accanto a noi, ma resta presente nei nostri cuori e nei nostri sogni. Perché ci sono presenze che non si misurano nel tempo, ma nella traccia luminosa che continuano a lasciare dentro di noi.
La vicenda narrata nell’Antico Testamento si colloca intorno al 605 a.C., alcuni secoli prima della nascita di Cristo, ed è ambientata nella fastosa e potente città di Babilonia, durante il regno di Nabucodonosor. Egli fu un sovrano temuto per la forza dei suoi eserciti e celebre per le sue conquiste, ma anche profondamente orgoglioso, come spesso accade a chi detiene il potere, ieri come oggi.
Tra le sue imprese vi fu la conquista violenta di Gerusalemme, città del popolo ebraico, una terra che nella sua storia ha conosciuto invasioni, distruzioni e deportazioni. E ancora oggi, quella che chiamiamo Terra Santa continua a essere segnata da conflitti, sofferenze e lutti che colpiscono innocenti: bambini, anziani, donne. La storia sembra ripetersi, ricordandoci quanto fragile sia la pace quando prevalgono la forza e l’ambizione.
Dopo aver espugnato Gerusalemme, Nabucodonosor fece deportare a Babilonia alcuni giovani ebrei di nobile origine, intelligenti e promettenti, per istruirli e renderli funzionari – schiavi alla corte reale. Tra questi vi era Daniele, che ben presto si distinse non solo per la sua sapienza e capacità di discernimento, ma soprattutto per la sua incrollabile fedeltà a Dio. In un ambiente straniero e spesso ostile, Daniele seppe rimanere saldo nella sua identità e nella sua fede.
Una notte il re fece un sogno che lo turbò profondamente. Era un sogno inquietante, carico di significato, ma incomprensibile. Turbato e angosciato, convocò tutti i sapienti, gli astrologi e gli indovini del regno, pretendendo non solo l’interpretazione, ma addirittura che gli rivelassero il sogno stesso. Promise ricompense straordinarie a chi fosse riuscito nell’impresa, ma minacciò la morte per tutti in caso di fallimento.
In questa scena si manifesta con forza il paradosso del potere: da un lato la superbia e la pretesa di controllo assoluto, dall’altro la profonda fragilità interiore. Nabucodonosor può dominare popoli e città con la violenza delle armi, ma non riesce a dominare l’enigma che lo abita, né a placare la paura che si insinua nel suo cuore. Il sogno diventa così simbolo del limite umano: anche il più potente tra gli uomini resta vulnerabile di fronte al mistero, al futuro e alla propria coscienza.
In questo scenario entra in scena Daniele, figura luminosa e controcorrente. È un giovane deportato, apparentemente privo di potere, eppure interiormente libero. È l’uomo dell’ascolto e della fiducia, capace di rimanere saldo anche nella prova. Pur essendo al servizio del re, non è schiavo nel cuore. Non affida la sua speranza alla magia, né all’astuzia politica, né ai compromessi del potere. Sa che la vera sapienza non nasce dall’inganno o dalla forza, ma dalla relazione viva con Dio. È nell’umiltà della creatura che si riconosce limitata che fiorisce la libertà autentica.
Di fronte alla minaccia di morte che incombe su tutti i sapienti di Babilonia, Daniele non cede al panico. Chiede tempo, raduna i suoi compagni e prega. È nella preghiera che trova luce. E nella notte, Dio gli rivela il sogno che tormentava Nabucodonosor e il suo significato.
Il re aveva visto una statua immensa e splendente, composta di materiali diversi: la testa d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro, i piedi in parte di ferro e in parte di argilla. Una pietra, staccatasi senza intervento umano, colpiva la statua ai piedi, la frantumava, e l’intera costruzione crollava, riducendosi in polvere dispersa dal vento. Quella pietra, poi, diventava una grande montagna che riempiva tutta la terra.
Il messaggio è chiaro: tutti i regni fondati sul potere umano, per quanto splendenti e solidi possano apparire, hanno un inizio e una fine. Possono brillare come l’oro, sembrare forti come il ferro, ma portano in sé una fragilità, come l’argilla mescolata al metallo. La storia lo conferma: imperi che sembravano eterni sono crollati, civiltà potentissime si sono dissolte. Il potere umano è limitato, e l’orgoglio che lo accompagna spesso prepara la caduta.
La pietra che abbatte la statua non è opera dell’uomo: rappresenta il regno di Dio, un regno che non si impone con la violenza, ma cresce nella storia secondo logiche diverse, fondate sulla giustizia e la pace, sulla fedeltà e sull’umiltà.
Nel libro di Daniele c’è una parola dura, rivolta allo stesso Nabucodonosor: «Tu sarai cacciato dal consorzio umano e la tua dimora sarà con le bestie del campo». È l’immagine di una degradazione: quando l’uomo si lascia dominare dall’orgoglio e dalla sete di potere, perde la sua umanità. Si allontana da quella comunità che rende gli uomini fratelli e li distingue dalla brutalità.
Questa parola risuona come un monito anche per il nostro tempo. Ogni volta che qualcuno si crede onnipotente — e non è raro incontrarne anche nelle strade dei nostri paesi — e fa della violenza il proprio linguaggio, sia essa violenza delle parole, della menzogna, della calunnia, della critica distruttiva o delle armi, finisce per alimentare conflitti, generare divisioni, provocare fame e sete pur di affermare la propria supremazia.
Così facendo, si allontana dal “consorzio umano”, da quella fraternità che è il fondamento stesso della convivenza civile. Perché ogni volta che si calpesta la dignità dell’altro, si ferisce anche la propria umanità. E la storia lo insegna con chiarezza: nessun potere costruito sull’ingiustizia, sulla sopraffazione e sull’orgoglio è destinato a durare.
La storia di Daniele il profeta di Dio, ci ricorda che la vera grandezza non sta nel dominare, ma nel rimanere fedeli; non nell’umiliare, ma nel servire; non nell’orgoglio, ma nell’umiltà davanti a Dio. È questa fedeltà che rende davvero grande un uomo e una donna, anche quando agli occhi del mondo sembrano piccoli e senza forza.
Dentro questo mondo dei piccoli e degli umili, degli “anawim” — parola ebraica che indica i “poveri di Dio”, coloro che Gesù proclama “beati” — ritroviamo il volto del nostro caro amico Daniele. La morte ce lo ha strappato con violenza e troppo presto, sottraendolo all’amore dei suoi familiari, alla comunità parrocchiale e all’intera comunità civile del nostro paese. La sua assenza pesa, e pesa tanto. Ma la sua presenza continua a parlarci, perché certe vite non si spengono: si consegnano alla memoria e al cuore, diventano luce discreta che continua a orientare i nostri passi.
Come il Daniele della Sacra Scrittura, anche il nostro Daniele ha vissuto fino in fondo la sua fedeltà a Dio. E chi è fedele a Dio lo diventa inevitabilmente anche verso gli uomini e le donne che incontra sul proprio cammino, soprattutto verso i più fragili. Per lui quei volti avevano spesso i tratti dei nostri anziani, delle persone sole, di chi aveva bisogno non solo di aiuto, ma di considerazione. Daniele c’era. Con semplicità, senza clamore, senza cercare riconoscimenti. La sua era una vicinanza discreta e autentica, fatta di ascolto paziente, di rispetto profondo, di attenzione sincera. Un modo di esserci che nasceva da una fede concreta, incarnata nei gesti quotidiani.
Come amava ricordarci don Tonino Bello, non bisogna portare i segni del potere, ma avere il potere dei segni: piccoli gesti, parole misurate, sguardi capaci di accogliere. Avere quell’umiltà che ti fa grande davanti a Dio, quella mitezza che non è mai debolezza, ma forza interiore che non ha bisogno di imporsi. Nelle parole e nelle azioni di Daniele abitavano la dolcezza e la gentilezza, doni rari e profondi, capaci di confondere i Nabucodonosor di oggi, di disarmare i cuori induriti, di confondere i potenti di turno, di smascherare la superbia. Sono quei doni silenziosi che Maria canta nel Magnificat, quando annuncia che Dio rovescia i potenti dai troni ed esalta gli umili. Doni che Daniele ha saputo incarnare nella vita quotidiana, rendendo il mondo intorno a sé un luogo un po’ più umano, un po’ più fraterno.
Onorare e custodire la memoria di Daniele non significa soltanto ricordarlo con affetto, ma assumere su di noi il testimone della sua vita e del suo esempio. Vuol dire tradurre il suo insegnamento in impegno concreto, scegliendo ogni giorno di costruire una società in cui la dignità di ogni persona sia pienamente riconosciuta e in cui la fraternità non resti una parola vuota, ma diventi la legge viva capace di unire uomini e donne di ogni religione, razza, cultura, lingua e colore.
Una società in cui siano realmente garantiti i diritti fondamentali: il lavoro, la salute, l’istruzione, il cibo; una società che custodisca il rispetto per ogni vita – anche quella che possiamo giudicare fragile, smarrita, addirittura sbagliata – e che sappia riconoscere in ogni volto un fratello e una sorella, accogliendolo con rispetto e responsabilità.
Per questo il nostro ricordo diventa responsabilità concreta. Allora, impegniamoci anche a sostenere e firmare l’appello alla Comunità Europea “Good Food 4 All”, perché il cibo sia davvero un diritto per tutti e non un privilegio per pochi; e perché sia un cibo sano, che nutra senza ferire, che custodisca la salute delle persone, della terra e degli animali. Un cibo che non danneggi l’organismo, ma che lo nutra e lo rafforzi, favorendo una crescita sana e armoniosa.
Se sapremo trasformare il dolore in impegno, la nostalgia in servizio, la memoria in scelte quotidiane di giustizia e di pace, allora Daniele continuerà a vivere nelle nostre comunità. E il suo sorriso – dolce e candido come la neve che scende silenziosa dal cielo di Capracotta – che oggi affidiamo a Dio, resti tra noi come una luce gentile che illumina e riscalda le ore più fredde.
Diventi promessa che non si spegne, carezza che consola, seme nascosto che continua a fiorire nei nostri gesti. E si faccia responsabilità quotidiana, come un’alba che ogni giorno ci chiama a custodire il bene, con la stessa purezza e la stessa tenerezza che brillavano nei suoi occhi.
Il racconto del libro di Daniele si chiude con parole che sono una limpida professione di fiducia e di speranza: «Dio, ti sei ricordato di me e non hai abbandonato coloro che ti amano». È il grido riconoscente di chi ha attraversato la prova e ha sperimentato che la fedeltà di Dio è più forte della paura, più salda delle minacce, più luminosa di ogni notte. Sono parole che vogliamo incidere nei nostri cuori e consegnare alla nostra vita quotidiana, custodendole come una promessa che non delude: Dio non dimentica, non si distrae, non si stanca di noi. Rimane fedele, anche quando tutto sembra smarrirsi nel buio e le strade si fanno incerte.
La Pasqua verso la quale camminiamo come pellegrini ci ricorda proprio questa grande verità: che la notte non è l’ultima parola, che la pietra rotolata via dal sepolcro apre orizzonti nuovi, che la vita è più forte della morte. È la speranza che rinasce, è la certezza che ogni fedeltà vissuta nell’amore non va perduta, ma viene raccolta e trasfigurata in Dio.
Don Alberto Conti

