Giorni fa, del tutto casualmente, mi è capitato di rileggere un articolo del compianto amico Domenico Di Nucci dedicato alla pianta di “Atropa belladonna”: il che mi faceva ricordare di aver scritto anch’io, negli ultimi anni, diversi racconti sul tema della flora spontanea tipicamente capracottese: per esempio il muschio, la rosa canina, il vischio e altre specie ancora; perciò è giustificato pensare che il grande interesse per le piante naturali derivi un po’ dalla nostra civiltà montanara: in particolare, dal fatto che molte di esse venivano utilizzate come presidio terapeutico popolare di cui, talora, non andavano sottovalutati i possibili rischi.
A tale proposito è davvero emblematico il caso dell’“Atropa Belladonna” il cui nome deriva proprio dai suoi potenziali effetti letali: perché “Atropo” (in greco Ἄτροπος – inevitabile) era una delle tre Moire che, secondo la mitologia, recideva il filo stesso della vita.
Così oggi, di nuovo sperimentando il beneficio di immergermi nei ricordi del passato, il mio pensiero è andato a un’altra antichissima pianta spontanea di cui il territorio del nostro paese, Capracotta, era disseminato; e mi riferisco alla “Malva sylvestris”, una delle specie più affascinanti e versatili che siano mai state conosciute e che, nel linguaggio dei fiori, simboleggia principalmente l’amore materno, la delicatezza e la comprensione; appartenente alla famiglia delle “Malvaceae”, è una pianta erbacea che può raggiungere il metro di altezza il cui grande fascino risiede nei fiori, di color rosa-lilla e caratterizzati da venature più scure che guidano gli insetti verso il centro ricco di nettare.
La parola malva deriva dal greco antico “μαλακός” (malakos) che significa molle o tenero per la sua ricchezza di mucillagini, cioè di mucopolisaccaridi complessi che a contatto con l’acqua formano un gel viscoso; ed è per questa ragione che da tempo immemorabile, specie in Abruzzo e Molise, la tradizione ne sfruttava le proprietà emollienti e lenitive.
Si andava, infatti, dagli impiastri di foglie bollite per il mal di denti, all’infuso di fiori e foglie per il raffreddore o la tosse, ai decotti per le coliche intestinali, agli impacchi per gli occhi arrossati o, infine, come rimedio per le punture degli insetti; nella cucina molisana, inoltre, la malva faceva parte di alcuni piatti tradizionali sia mescolata ad altre verdure, le cosiddette “misticanze”, sia come ingrediente per diverse minestre contadine.
A maggior ragione, perciò, mi sono appassionato alla sua storia e mi hanno fatto sorridere alcune citazioni letterarie in latino dell’antica Roma; iniziando infatti dalle sue Odi, Orazio celebrava la malva come alimento naturale:
«Me pascunt olivae, me cichorea levesque malvae.»
(Mi nutrono le olive, la cicoria e le leggere malve”),
mentre Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, la considerava addirittura una “panacea di tutti i mali:
«… Si quis cotidie suci ex qualibet earum sorbeat cyathum dimidium, omnibus morbis immunem fore.»
(… Chiunque sorseggi ogni giorno mezzo bicchiere del succo di una delle due specie di malva, sarà immune da tutte le malattie).
Cicerone invece, segnalandone occasionali ma non gravi effetti collaterali da consumo alimentare, descriveva un prolungato episodio di diarrea:
“tanta me deiektio cepit, ut hodie
primum videar coepisse consistere”
(“mi è presa una diarrea tale che solo oggi
mi sembra di cominciare a riprendermi”).
A questo punto, da vecchio medico, mi sono rammentato di quello che forse rappresenta il rischio maggiore correlato all’uso della malva e che porta il nome di “Metaemoglobinemia”: una patologia per cui il ferro dell’emoglobina, passando dallo stato ferroso (Fe²⁺) a quello ferrico (Fe³⁺) la rende incapace di trasportare l’ossigeno ai tessuti dell’organismo. Si tratta in realtà di un fenomeno dovuto all’accumulo nella pianta di nitrati ambientali che, trasformati dalla flora intestinale in nitriti ossidanti, si comportano come principali responsabili di questa patologia. Un suo importante fattore predisponente è rappresentato dall’età infantile o, addirittura neonatale per deficit enzimatico di NADH o citocromo-b5 reduttasi e i principali sintomi sono rappresentati da cianosi, con colorazione bluastra della pelle e delle mucose e dalla dispnea fino al coma quando i livelli di metaemoglobina superassero il 30-50 %. In questi casi, peraltro molto rari, impressiona il colore stesso del sangue ottenuto dai prelievi perché appare nerastro come l’inchiostro; ma vale la pena di ricordare che, fortunatamente, esiste un antidoto molto efficace, il “blu di metilene” (cloruro di metiltioninio) da somministrare per via endovenosa.
Concludendo ora, ho avuto come sempre la curiosità di cercare componimenti letterari dedicati alla “Malva”; e stavolta, di nuovo nell’imbarazzo della scelta, ho preferito il testo di una canzone di Francesco De Gregori, “Centocinquanta stelle” (1979), tratta dall’album “Titanic” del 1982.
In una recensione di questo bellissimo brano infatti, di cui riporto i primi versi, si legge che “la malva viene evocata per la sua fragranza delicata e selvatica, capace di descrivere l’atmosfera sospesa e umida di una notte estiva.”:
«Centocinquanta stelle in fila indiana
in questa notte umida che sa di maggiorana,
in questa notte splendida che sa di malva,
centocinquanta stelle in questa notte calda…»
Aldo Trotta

