Gli antichi giochi infantili nella mitica “Via Nova” di Capracotta

La “Via Nòva” in uno schizzo del maestro Domenico D’Andrea

Ancora ricordando il periodo estivo, trascorso in parte a Capracotta, pensavo alle diverse occasioni in cui sono rimasto a lungo seduto sulla panchina di pietra antistante la mia vecchia casa; riflettevo soprattutto alla mitica strada su cui si affaccia, Via Nicola Falconi, che molti continuano a chiamare la “Via Nòva”. Essa, pur avendo sostanzialmente mantenuto il suo aspetto generale, è molto diversa rispetto al passato remoto, in particolare al periodo precedente l’ultima guerra e me lo ha confermato la testimonianza del compianto Domenico D’Andrea, tratta dal suo libro “Sul filo della memoria”; in cui, tra l’altro, diceva:

   “La Via Nòva era allora tutto fango e breccia, con dei solchi carrai profondi, che quando pioveva si riempivano d’acqua formando grosse pozzanghere. In esse sguazzavano i ragazzi, godendosela un mondo…”;

il che, nonostante il suo lusinghiero appellativo, sembra smentire in assoluto che si trattasse di una strada realmente… nuova e, tanto meno, moderna.

Attualmente la più grande differenza è rappresentata dal suo diverso ambiente sonoro, quello che in termini scientifici si chiama “antropofonia”: l’insieme cioè di tutti i suoni e rumori prodotti dagli esseri umani e dalle loro attività quotidiane; infatti è sempre più ridotta la popolazione residente, specie quella infantile e purtroppo sono pressoché scomparsi i loro giochi tradizionali, una volta così diffusi e praticati.

Il mio pensiero è tornato a due di essi il cui palcoscenico abituale, per tante generazioni, era rimasto quella mitica strada e che in dialetto si chiamavano rispettivamente “zompa-cuavaglie” (salta la cavallina) e “Iucà à peschitte” (giocare a mazza e lippa); nel primo un giocatore si chinava in avanti e gli altri partecipanti gli saltavano sopra la schiena a turno secondo i seguenti passaggi:

  • la posizione del “cavallo”, in cui un giocatore si piega in avanti, appoggiando le mani sulle ginocchia o sulle cosce e tenendo la testa china
  • il salto, per cui gli altri giocatori fanno una breve rincorsa, appoggiano entrambe le mani sulla schiena del compagno piegato e lo scavalcano con un salto a gambe divaricate.
  • la rotazione infine in cui, chi ha eseguito il salto prosegue di qualche passo e assume a sua volta la posizione del cavallo permettendo ai compagni successivi di proseguire.

Nel secondo gioco invece, molto antico perché già diffuso nell’antico Egitto, si imponeva la capacità di colpire al volo un piccolo pezzo di legno con un bastone più lungo; si usavano in genere una bacchetta di circa 40-60 cm. e un bastoncino di circa 10 cm. con le due estremità appuntite. Era quest’ultimo a dare il nome al gioco stesso: “lippa” in italiano e “peschitte” in dialetto capracottese e prevedeva i seguenti passaggi principali:

  • la lippa veniva appoggiata a terra o su una piccola base concava e si colpiva una delle sue estremità appuntite con la mazza per farla saltare in aria
  • mentre il legnetto era a mezz’aria, lo si colpiva con un secondo colpo al volo per lanciarlo il più lontano possibile
  • gli avversari infine, dopo aver raccolto la lippa, tentavano di tirarla verso la base di lancio per segnare punti o eliminare il battitore.

È indescrivibile il divertimento di tutti quando si giocava a “peschitte”, ma non posso non far cenno anche alla sua pericolosità; trattandosi infatti di un gioco di strada, con il legnetto scagliato in aria a grande distanza si rischiava spesso di colpire e talora di ferire qualcuno dei passanti; io stesso ignoravo, infatti, che il gioco fosse stato ufficialmente proibito dalle autorità in molte località cittadine e in epoche molto diverse.

Così, tornando al recente periodo trascorso in paese, ci sono state alcune occasioni in cui mi ha eccezionalmente attirato il vociare festoso di diversi bambini che proveniva dai cortili retrostanti la mia casa: questi ultimi sì davvero molto cambiati rispetto a tanti anni fa perché ora, tra l’altro, c’è anche un piccolo campo sportivo. Ed è stata grande la mia sorpresa quando, osservandoli a lungo senza farmi notare, li ho visti “giocare a “nascondino”, in capracottese “iucà à chiuppa”; un altro semplicissimo gioco la cui azione cruciale è quella di scovare un compagno nascosto, ma del cui nome dialettale è stato necessario che anch’io approfondissi il significato etimologico.

Esso sembra derivare dall’antico verbo italiano “chiappare” (prendere, afferrare al volo) di cui alcuni dialetti centro- meridionali hanno modificato la “a” in “u” facendolo diventare “chiuppare o chiuppà”; e concludo aggiungendo che, senza farmi notare, sono rimasto a lungo a osservare quei bambini, gioiosi e festanti com’ero io nello stesso ambiente tanti anni prima; solo mentre rientravo a casa, quando era ormai quasi buio, riflettevo al fatto davvero eccezionale di non averne visto nessuno con il telefonino in mano: e mi sono sinceramente augurato che ciò fosse di buon auspicio.

Lo spero davvero per loro, e di cuore!

Aldo Trotta