Un asilo infantile… che diventa senile

Come ho sempre detto, non sono un conoscitore delle dinamiche psicologiche ma, per ricordare e scrivere di persone o cose del passato, mi accorgo che ho bisogno di uno spunto, magari di un semplice suggerimento occasionale. Del resto, molti certamente conoscono la locuzione latina attribuita a Catone il Censore:

“Rem tene, verba sequentur”

che  può essere tradotta in italiano come

«possiedi l’argomento e le parole seguiranno [da sé]”.

L’Otto marzo scorso la mia attenzione è stata attirata dalla notizia di simpatici festeggiamenti organizzati a Capracotta, nella residenza per anziani “Santa Maria di Loreto”, per celebrare la Giornata Internazionale della Donna; dalle fotografie infatti, tra i festoni di mimosa, ho riconosciuto la fisionomia di diverse ospiti di quella struttura, tra cui alcune delle mie coetanee. 

Così il mio pensiero è riandato all’edificio in cui avevo trascorso tanto tempo da bambino perché, sebbene possa apparire incredibile, la sede della “casa di riposo”, nel passato remoto è la stessa in cui si trovava il nostro asilo infantile con la scuola elementare; ne era stata anzi mantenuta la storica insegna “ASILO D’INFANZIA” che campeggia tuttora, in rosso, sulla facciata. A pensarci bene, è stato meglio non cancellarla né modificarla, ma non si poteva certo prevedere che diversi tra coloro che frequentavano la struttura da bambini, vi avrebbero poi, paradossalmente, trovato rifugio e assistenza anche da vecchi.

Perciò, si perdoni il neologismo, è davvero come se un “asilo infantile” fosse diventato, negli anni, “senile”; di quell’antico edificio infatti, storicamente appartenuto alla famiglia “Baccari”, è stata radicalmente modificata la  destinazione d’uso secondo l’idea di uno sparuto gruppo di “sognatori”, me compreso, che allo scopo avevano a suo tempo costituito una piccola società per azioni; nessuno, in realtà, avrebbe scommesso sull’esito di una così velleitaria impresa che invece, nonostante le numerose difficoltà, è andata a buon fine organizzandosi sempre meglio: grazie soprattutto alla dedizione e alla grande generosità di diversi amici e benefattori.

Negli ultimi tempi sono stati numerosi i contributi di studio rivolti  alle Suore adoratrici del Prezioso Sangue che per tanti anni hanno amorevolmente gestito quel vecchio asilo: dedicandosi, oltre che ai bimbi con l’aiuto della mitica “Seppa”, all’insegnamento del catechismo (in dialetto “duttrina”) ai ragazzi più grandi e del ricamo alle giovani donne; per inciso, mi è sempre rimasto molto impresso il singolare copricapo che caratterizzava l’abbigliamento di quell’ordine monastico: con una specie di ovale bianco intorno al viso, in tessuto plissettato e rigidamente inamidato che richiedeva un particolare strumento a punta da scaldare come gli antichi ferri da stiro.

E’ comprensibile che sia moltissima la differenza degli ambienti attuali rispetto a quelli di allora, specie dopo che l’edificio è stato restaurato e ammodernato secondo le normative attuali, ma senza stravolgerne l’architettura generale; a me sembra persino, ma è davvero esagerato, che vi si respiri  la stessa “aria di famiglia” di tanti anni fa.

Il mio più bel ricordo personale riguarda un’avveniristica struttura comunicante dall’interno con l’asilo stesso, ma anche dotata di un ingresso indipendente; attualmente utilizzata come sala da pranzo collegata alle cucine, in quei remoti anni era sede del piccolo, ma prestigioso “teatro comunale” che, certamente non a caso, era intitolato a “Carlo Goldoni”.   Così, nel prodigio della memoria, rivivo altri momenti  della mia infanzia in cui ho avuto il piacere di recitare in alcuni piccoli spettacoli di cui non posso certo ricordare i copioni, pur rammentandomi benissimo del regista. Si trattava di un insegnante elementare di origini non capracottesi, conosciuto come “il maestro Pellegrini” che faceva di tutto per avvicinarci a sport diversi dallo sci e che svolgeva, quindi, le funzioni di un moderno “trainer”; ad essere sincero, io non godevo di molta considerazione in questo ambito per averlo deluso quando, dopo avercene pazientemente spiegate le regole più elementari, ci fece provare per gioco alcune mosse di “lotta libera”.

Io andai subito al tappeto avendo come  avversario il compianto e caro amico Lucio Buccigrossi (“Stagninɘ”), assai più alto e robusto di me, ma fortuna volle che il maestro coltivasse anche la passione per il teatro; ebbi perciò la soddisfazione di recuperarne la stima recitando bene in alcune rappresentazioni, a cominciare dalla prima in cui, neanche a dirlo, vestivo i panni di un “piccolo principe”, più o meno…”azzurro”: si era formato un gruppetto affiatato, maschile e femminile, di attori “in erba” di cui fu molto istruttiva l’esperienza.

Tralasciando ora di necessità altri ricordi che, come in un caleidoscopio si affollano nella mente, ritorno agli ambienti di quell’asilo  e non posso certo dimenticare quello della Cappella interna, quasi uno scrigno di marmo, arabescato che temevo moltissimo venisse stravolto dalla ristrutturazione; non è stato fortunatamente così perché la Chiesetta, ingrandita e ricollocata al pian terreno invece che al primo piano, ha mantenuto e forse migliorato il suo fascino: conservandone, soprattutto, l’antico e pregevole Tabernacolo.    Nelle pur rare occasioni in cui ora mi riesce di visitarla, si rinnova la mia grandissima emozione pensando alle tante persone, scomparse o viventi, che si sono prodigate a vario titolo in quella struttura e che non riuscirei, naturalmente, a citare una per una: faccio solo qualche eccezione, ad esempio per il compianto Sebastiano Sammarone che aveva assemblato lo splendido Altare della Cappella; quest’ultimo, composto da un piano- mensa in noce donato da Carmine Paglione e sostenuto da un enorme tronco d’albero regalato da Michele Beniamino, merita davvero di essere considerato un emblema della nostra storia e delle nostre radici.

A questo punto e con queste immagini negli occhi, è inevitabile che riaffiori in me tanta malinconia, sebbene mi sforzi ora di considerarla in positivo come:

“la capacità di impadronirsi dello  scorrere

del tempo rallentandone il ritmo”;

ricorro perciò, ancora una volta, al prodigio della poesia e mi affido allo scrittore libanese Gibran KHALIL  con la sua “RITORNAR  BAMBINI”:

“Le cose che il bambino ama
rimangono nel regno del cuore
fino alla vecchiaia.
La cosa più bella della vita
è che la nostra anima
rimanga ad aleggiare
nei luoghi dove una volta
giocavamo”

Così, ho davvero l’impressione che tutto il mio pensiero sia magicamente riassunto in queste parole e comincio a credere che non ci sia differenza sostanziale, come suggerirebbe il mio titolo, tra “Asilo infantile e senile”; di “asilo” ce n’è forse uno solo, sempre lo stesso dall’infanzia alla vecchiaia: quello dell’ anima.

Aldo Trotta