Ho sempre ricordato che da bambino e poi da ragazzo, nel periodo vissuto a Capracotta, amavo moltissimo l’inverno; sebbene infatti fossero tanti i disagi provocati dalla neve e dal clima molto rigido, quei lunghi mesi diventavano per noi una meravigliosa stagione di svago e di divertimento; così, solo intorno all’età di 8-10 anni ho cominciato ad attendere con una certa impazienza l’arrivo della buona stagione e solo perché in paese si cominciava a vedere qualcuno in bicicletta: eccezionalmente anche tra i miei coetanei il ché, non posso negarlo, suscitava un pochino di invidia. Per diverse ragioni che non ripeto, infatti, ho dovuto attendere fino al 1954 per averne una tutta mia, a 11 anni; ed è superfluo sottolineare che nell’immediato dopoguerra, specie con la distruzione del paese, nessuno di noi aveva posseduto giocattoli di pregio, tanto meno una bicicletta.
C’è voluto comunque poco tempo per imparare ad usarla e sono stato certamente favorito dal breve periodo di soggiorno estivo che trascorrevo nella provincia di Ferrara, luogo di origine di mia madre; in quella zona infatti, sebbene fossero trascorsi pochi anni dalla fine del conflitto la bicicletta, già molto popolare per tradizione, era andata incontro a una diffusione davvero esponenziale in tutte le fasce di età A tale proposito, anzi, ricordo di aver passato interi pomeriggi a seguire l’andirivieni di persone che affollavano un affermato negozio di cicli e motocicli con annessa officina di riparazione, collocato proprio davanti alla casa degli zii che mi ospitavano. Risale a quegli anni infatti, essendo appena un po’ cresciuto, la fotografia che mi ritrae in sella a una motoretta rossa dal nome altisonante: “Express Malaguti”, che pareva la miniatura di una moto da corsa; ero accanto a una parente, la cara Caterina (foto in basso) ora scomparsa da tempo che, con molta discrezione, aveva assunto il compito di sorvegliarmi: ma ricordo che faceva sempre molta fatica a tenermi lontano da quei …sogni: specie dopo che mi avevano consentito di provare, guidandola da solo, una delle biciclette a motore; mi era parso davvero di vivere come in una favola!.
Nel frattempo era accaduto che a mio cugino paterno Ezio, di 5 anni più anziano di me e residente con la famiglia a Campobasso, venisse regalato uno dei primi moderni ciclomotori: un “Aquilotto Bianchi” che i genitori avevano deciso di lasciare a Capracotta affinché fosse utilizzato nei mesi estivi di vacanza.
Così mio cugino, fidandosi della mia smisurata passione, oltre che della mia insolita dimestichezza con le …due ruote, non esitò a concedermi di usufruirne anch’io qualche volta; gli avevo certo dato prova della mia particolare affidabilità ed io, com’è comprensibile, gliene fui molto riconoscente.
Superfluo aggiungere che accrebbi ulteriormente la mia esperienza sperimentando tra l’altro, di quel mezzo, l’efficace ma semplice sistema di trasmissione a “rullo” che aderiva alla ruota posteriore trascinandola nel movimento; sono certo, inoltre che, a motivare il suo grandissimo fascino su di me, avesse contribuito la parziale carenatura del telaio che un po’ mimetizzava l’alloggio del motore, il moderno serbatoio del carburante e il faro anteriore di grandi dimensioni: tutti particolari che, sia pure vagamente, lo facevano rassomigliare a una vera motocicletta.
Ripensavo in questi giorni alle caratteristiche tecniche di quel mezzo presentato nel 1951, che aveva un motore di soli 42.5 c.c., funzionava a miscela di benzina e olio al 5%, ed era accreditato di percorrere ben 70 Km. con un litro di carburante; e non c’è dubbio che ora faccia sorridere il confronto con le moto supertecnologiche che vediamo in giro, ma si può immaginare quanto un umilissimo ciclomotore come l’Aquilotto avesse contribuito alla mobilità, non solo cittadina, in quegli anni remoti.
Come è noto, infatti, quella che inizialmente si chiamava “Fabbrica Italiana Velocipedi Edoardo Bianchi” e poi “Fabbrica Automobili e Velocipedi Edoardo Bianchi”, ha avuto un’importanza fondamentale nel panorama industriale italiano fin quasi ai nostri giorni; come non ricordare, oltre tutto, le famose biciclette da corsa del campione Fausto Coppi, i tanti modelli di grosse moto o le più recenti automobili come la celebre “Bianchina” e molte altre?
Meno conosciuta, certamente, la storia della Fabbrica “Malaguti”, una piccola ma vivace azienda bolognese, inizialmente a conduzione familiare che, dal 1930 in poi, aveva costruito tanti modelli molto popolari.
Tornando ora al magnifico “Aquilotto” del caro Ezio, sono riandato col pensiero a una delle prime occasioni in cui ebbi l’idea di adoperarlo per raggiungere il Santuario della Madonnina, all’inizio del mese di maggio; c’era ogni pomeriggio il santo Rosario e, come accade spesso in montagna, nulla faceva temere che le condizioni meteorologiche sarebbero rapidamente cambiate. Fatto sta che, all’uscita dalla Chiesa, c’era qualche centimetro di neve bagnata, forse mista a grandine per cui, com’era prevedibile, il rullo di trasmissione non faceva alcuna presa sulla ruota; fu perciò inevitabile che, molto infreddolito e bagnato come tutti, riportassi a casa il ciclomotore conducendolo a mamo. Fu poi grandissima la mia preoccupazione, rivelatasi per fortuna immotivata, di averlo in qualche modo danneggiato ma ebbi comunque cura, con l’aiuto della nonna, di asciugarlo alla perfezione come forse nessun altro avrebbe fatto più scrupolosamente di me.
Da parte mia, infine, fu necessario che attendessi ancora qualche anno, fino al 1958, per assaporare la gioia incontenibile di possedere uno scooter di tutto rispetto, una “Vespa Piaggio 125” della quale ho già raccontato la storia; mai così intensamente tuttavia, come in questi giorni, ho rivissuto l’incanto e la suggestione di quei lontani, impossibili sogni: il che è davvero incredibile, specie considerando che sono alla soglia degli 82 anni di età.
Aldo Trotta


