Un piccione… della Chiesa Madre di Capracotta
Come ho già confidato, mi sorprende che ora mi fermi spesso a osservare tante, anche piccole cose cui in passato non avevo dedicato alcuna attenzione; e diverse sono già state le esperienze di questo genere vissute con particolare emozione a Capracotta, il caro paese in cui sono nato. All’inizio di novembre, per esempio, nel percorso dalla mia casa alla nostra grande Chiesa, ha attirato la mia attenzione il ripetuto, quasi martellante verso dei colombi che vivono nei buchi delle sue mura, di cui vale la pena ricordare la funzione; chiamati anche “buche pontaie”, venivano usate per alloggiare i pali delle impalcature e quindi per garantire la stabilità dei ponteggi che anticamente servivano a raggiungere le parti più alte di un edificio.
Naturalmente la mia è solo un’ipotesi ma, considerando che di quella grande Chiesa è stato appena celebrato il trecentesino anniversario dalla sua consacrazione (1725), è verosimile che i colombi, definiti comunemente “piccioni”, l’abbiano scelta come loro dimora già in quel lontano periodo; non sono certo un ornitologo, né ho la pretesa di diventarlo, ma è doveroso che faccia un cenno a questa specie di uccelli, universalmente molto diffusa: ed è significativo che da essa sia poi derivato uno dei cognomi più popolari in Italia, “Colombo”.
Che io sappia lo stormo capracottese è composto di cosiddetti “piccioni torraioli”, così definiti per la loro abituale presenza sulle torri e sulla sommità di antichi edifici: essi appartengono alla sottospecie chiamata “Columba livia” e quindi a una varietà derivante dalla domesticazione di quelli selvatici; questa razza è stata selezionata dall’uomo almeno 5.000 anni fa (secondo alcuni studi genetici, anche 10.000), tanto da essere citata nelle tavolette cuneiformi mesopotamiche e nei geroglifici egizi e si distingue per la forte adattabilità all’ambiente urbano e il piumaggio variabile dovuto all’incrocio con diverse altre varietà.
Si tratta di volatili stanziali, noti per la loro spiccata socialità, la fedeltà di coppia e una complessa modalità di nidificazione che include la deposizione di due uova e un periodo di cova di circa 18-21 giorni; la loro dieta è principalmente granivora, ma include anche frutta, bacche e piccoli invertebrati. Sono inoltre animali intelligenti con buonissime doti di memoria e di orientamento il chè, mediante un’attenta selezione genetica, ha consentito il loro utilizzo come “piccioni viaggiatori”: in grado cioè di ritrovare il punto di partenza anche da distanze lontanissime facendo uso della “magnetoricezione”, cioè della straordinaria capacità di sfruttare il campo geomagnetico.
D’altro canto a Capracotta, parimenti forse da tempo immemorabile, vivono piccioni ancor più selvatici, i cosiddetti “colombacci” (“Columba palumbus”), il cui habitat più conosciuto si colloca sulle pendici di monte Campo e di monte Capraro.
“La differenza principale è che il colombaccio è un uccello più grande del piccione domestico, mentre altre differenze importanti riguardano il piumaggio; il colombaccio, infatti, ha macchie bianche laterali sul collo e bande nere sulle ali, visibili in volo, mentre il piccione comune è prevalentemente grigio e manca di queste caratteristiche”.
Precisando ora che il mio pensiero non ha alcun valore scientifico, mi permetto di ipotizzare che i nostri“piccioni della Chiesa”abbiano conservato diverse caratteristiche di quelli selvatici; mi piacerebbe, anzi, poterli assimilare ai cosiddetti “Piccioni rupestri” che vivono appunto tra le rocce ma questi ultimi, che io sappia, appartengono a specie non europee.
Ricordo bene che da bambino mi chiedevo come potessero degli uccelli così piccoli sopravvivere nel nostro rigido clima invernale, ma è noto che essi resistono moltissimo al freddo grazie al loro folto piumaggio e alla capacità di trovare rifugi adeguati, come appunto le cosiddette “buche pontaie”che citavo poc’anzi.
Come è noto, non si tratta di uccelli migratori ma è proverbiale la loro grande possibilità di spostamento; basti pensare che, dopo una prolungata tormenta di neve, in paese il miglior segnale di miglioramento atmosferico era rappresentato dallo stormo di piccioni che, quasi ad un segnale convenuto, prendevano il volo dalla Chiesa in cerca di cibo verso le sottostanti vallate, non ricoperte di neve.
Ancor più indicativo, secondo me, della loro indole rustica è il fatto che a Capracotta quei piccioni non si vedano mai razzolare nelle piazze o tra gli agglomerati di case, come invece siamo soliti osservare dappertutto: e spesso, come tutti sanno, con conseguenze anche molto negative; tornando ora al mio imprevisto interesse per questi uccelli, ripensavo al loro caratteristico verso definito “tubare” che, tradotto nel linguaggio onomatopeico, diventa il classico suono gutturale “gru-gru”. Esso fa parte, ma non in modo esclusivo, del loro rituale di corteggiamento che comprende anche specifiche esibizioni di volo accompagnate da un caratteristico rigonfiamento del collo; aggiungo, come semplice curiosità linguistica, che il verbo tubare è venuto scherzosamente a indicare il continuo scambio di effusioni tra due innamorati.
Così, com’è ormai mia consuetudine, riflettevo alle citazioni storiche e letterarie dedicate ai colombi; e non ho tardato a rendermi conto che non solo vi è l’imbarazzo della scelta, ma che sarebbe addirittura impossibile ricordarle tutte: a cominciare naturalmente dal libro della Genesi, nella Bibbia, quando una colomba portò a Noè un rametto di ulivo come simbolo di Pace dopo il Diluvio Universale; oppure la discesa dello Spirito Santo sotto forma di colomba durante il Battesimo di Gesù nel fiume Giordano.
Così, facendo una sola eccezione, mi piace soffermarmi su quella che tutti giustamente considerano la più famosa menzione letteraria sui colombi: quella di Dante Alighieri nel V° canto dell’Inferno:
“Quali colombe, dal disio chiamate,
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate” (vv. 82-84);
essa mi ha, naturalmente, offerto lo spunto per rileggere l’intero canto, unitamente ad alcune delle sue più interessanti interpretazioni. A tale proposito è innegabile che quella più nota faccia riferimento alla grande tenerezza che lega Paolo e Francesca, paragonati a due colombe che si sollevano insieme verso il nido; ma è suggestivo che ci siano altre e ben diverse spiegazioni. Come quella che, per il fatto di trovarsi all’Inferno e che si parli di due peccatori, considera le colombe un simbolo del reciproco, irresistibile desiderio anche fisico dei due amanti; non è altrettanto noto, infatti, ma nel mondo antico le colombe erano sacre agli dei della fertilità, dell’amore e della passione, mentre la stessa Afrodite era spesso raffigurata sotto forma di colomba.
Avviandomi ora alla conclusione, mi piace aggiungere che nel recente periodo autunnale trascorso a Capracotta il clima particolarmente mite mi ha consentito di stare a lungo all’aperto; così un giorno in cui mi trovavo sull’atrio antistante la Chiesa ad ammirare l’azzurro intenso del cielo, quel rumoroso stormo di piccioni mi è sfrecciato velocissimo sulla testa, quasi a volermi salutare.
E confesso che mi sarebbe tanto piaciuto riuscire a fotografarlo ma, naturalmente, non ho fatto neppure in tempo a pensarlo; così non ho potuto fare altro se non augurarmi di cuore che fra trecento anni, i “piccioni della Chiesa”continuino ad abitare questa stessa, altolocata e storica dimora.
Aldo Trotta

