La materassaia (particolare): Foto: Katrin Arens
Negli ultimi anni, da vecchio pensionato, ho avuto l’idea di dedicare gran parte del mio tempo a raccontare e a scrivere di tante, spesso piccole cose del passato; e non vi è dubbio che mi abbia particolarmente appassionato il ricordo di personaggi che hanno animato la mia infanzia e la mia prima giovinezza, trascorse a Capracotta. Così mi sono spesso reso conto di associare a ciascuno di loro una specifica attività lavorativa che ora purtroppo, nella maggior parte dei casi, non viene più praticata; si tratta di antichi mestieri che adesso non solo sono pressoché scomparsi, ma che talora le nuove generazioni neppure conoscono.
Di essi, davvero imperdonabilmente, mi ero lasciato sfuggire quello di “materassaio” che in realtà, il più delle volte, veniva esercitato da una donna; ripensavo già, di recente, a queste storiche figure artigianali avendo l’esigenza di sostituire i materassi della mia vecchia casa paterna, in paese; ricordando, così, che attualmente ne esistono di tantissime tipologie e basta per questo basta pensare agli esemplari con le molle, a quelli fatti di schiuma automodellante e a tanti altri.
Del tutto sinceramente non conoscevo neppure l’origine della parola “materasso”, derivante dal termine arabo “matrah” che significa “posarsi su” e che èstato poi trasformato in “mataratium”; solo durante le crociate, infatti, si scoprì che gli arabi dormivano sopra enormi cuscini poggiati a terra, chiamati appunto matrah.
Al tempo dei Romani il materasso consisteva in un sacco di stoffa riempito in genere con del fieno e il suo nome latino era molto diverso: “culcita”, parola che significava “materasso” o “guanciale” e che ha la stessa origine del termine “culeus” , cioè “sacco”; a proposito, non è certamente casuale che in dialetto capracottese il materasso fosse chiamato “saccònɘ”, cioè “grosso sacco”.
Diversi erano i materiali utilizzati per l’imbottitura, dai più poveri come paglia o fieno ad altri fatti con gli involucri esterni delle pannocchie di mais (chiamati “brattee” o “scartocci)“, oppure con “crine vegetale” ricavato da una pianta denominata “palma nana”; a Capracotta, che io ricordi, i materassi erano composti, per lo più, di lana di pecora ed era necessario provvedere alla loro periodica manutenzione: che prevedeva la rimozione della lana, seguita dalla sua lavatura e ricardatura. Tutto ciò grazie al provvidenziale intervento della materassaia (o del materassaio) che, come diversi altri artigiani, si recava presso il domicilio degli interessati facendosi carico di tutto il lavoro; di loro mi sono tornate in mente alcune storiche figure femminili ma soprattutto una donna che pur essendo nata a Capracotta, risiedeva a Bojano (CB) ove, nel 1959, fu inevitabile che si trasferisse la mia famiglia. In questa sede abitavano allora pochissimi compaesani e non tardammo ad essere informati della presenza di questa esperta artigiana: cui soprattutto mia nonna Guglielma fu lieta di affidare i nostri letti.
Così ho l’impressione di rivedere questa anziana signora, ancora vestita in modo tradizionale, che si chiamava Maria (Monaco), anzi “Zì Mariuccia”come tutti la conoscevano; ed era veramente uno spettacolo osservarne la velocità e la precisione: specie quando, servendosi di appositi aghi molto lunghi e spessi, eseguiva manualmente la trapunta intorno ai bordi superiori e inferiori dei materassi, nonché su tutta la loro superficie, a intervalli perfettamente uguali.
Sono trascorsi moltissimi anni, ma è tuttora commovente il ricordo di questa simpatica donna che non faceva mistero della sua grande nostalgia per il nostro paese da cui, giovanissima come tanti altri, si era poi dovuta allontanare per imprescindibili ragioni di famiglia e di lavoro; non posso dirlo con sicurezza, ma credo appartenesse a una storica famiglia di “bastai” capracottesi e non perdeva occasione per ripetere che era cugina di un nostro concittadino, il Sig. Antonio Sammarone, soprannominato “Catena”, che era una “guardia municipale” di Capracotta e cioè un “vigile urbano” ante-litteram.
Della mitica Zì Mariuccia mi piace sottolineare la grande simpatia e soprattutto la vivacità e la prontezza di spirito; in una delle occasioni in cui venne da noi semplicemente per farci visita, si accorse che io, già più che adolescente, ero molto contrariato; perciò mia nonna le fece confidenza che un contrattempo mi aveva impedito di raggiungere Capracotta, come avevo sperato di poter fare. Al chè lei si adoperò per consolarmi raccontando della sua vita e del suo grande dispiacere, in fondo assimilabile al mio, di sentirsi ancora in esilio; si sforzò, anzi, di parlare con me in perfetto italiano temendo che io potessi non capirla bene. Non ho mai dimenticato, poi, le sue parole di congedo perchè fu spontaneo che ricorresse a una classica espressione capracottese, una tra le più eloquenti della saggezza popolare:
“Gna vo’ Diiɘ” – “Affidati sempre alla volontà di Dio”
e sono certo che, nella sua disarmante semplicità, questa massima racchiudesse il vero segreto della sua filosofia di vita.
Aldo Trotta

