Per secoli la transumanza, la migrazione stagionale delle greggi tra i pascoli montani e quelli della pianura, ha rappresentato uno dei principali motori dell’economia di Capracotta. Non fu soltanto un’attività pastorale, ma un vero e proprio sistema economico e sociale, capace di coinvolgere gran parte della popolazione e di creare le condizioni per il successivo sviluppo del paese.
I numeri restituiscono con immediatezza la dimensione del fenomeno. Nel 1601 Capracotta contava circa 900 abitanti, distribuiti, secondo la Numerazione dei Fuochi, in 164 famiglie. Nello stesso anno le greggi transumanti appartenenti ai capracottesi raggiungevano complessivamente circa 27.500 capi.
Considerando che ogni addetto alla transumanza – tra pastori, butteri, massari e garzoni – accudiva mediamente un centinaio di pecore, si può stimare che circa 275 persone, quasi un terzo dell’intera popolazione, fossero direttamente impegnate nella pastorizia transumante. Attorno alle greggi ruotava, inoltre, un vasto mondo di mestieri: artigiani, fabbri, funari, calderai, bastai, calzolai e sarti. Al netto di anziani, donne e bambini, è dunque possibile affermare che una parte decisiva della comunità capracottese traesse il proprio sostentamento, direttamente o indirettamente, dalla transumanza.
Il lungo trasferimento delle greggi dalla montagna alla pianura e viceversa avveniva lungo i tratturi, le grandi vie erbose della pastorizia. Il sistema venne regolamentato nel 1447 con l’istituzione, da parte di Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, della Regia Dogana della mena delle pecore. Inizialmente stabilita a Lucera, la Dogana fu trasferita a Foggia nel 1468.
Uno dei suoi compiti principali consisteva nell’esazione della “fida”, il prezzo dovuto per l’utilizzo dei pascoli, calcolato attraverso la cosiddetta “professazione”, vale a dire la dichiarazione del numero complessivo degli animali posseduti da ciascun proprietario, chiamato “locato”.
Foggia rappresentava anche il grande centro commerciale della lana. Qui il prodotto della tosatura veniva “infondacato”, cioè depositato negli appositi magazzini, per essere successivamente “sfondacato” e immesso sul mercato in occasione della grande Fiera che si svolgeva nel mese di maggio.
Nel Seicento Capracotta era la località molisana con il maggior numero di armenti, un primato che nel secolo successivo sarebbe passato a Frosolone. Tra il 1670 e il 1700 il paese figurò inoltre tra i principali centri venditori di lana alla Fiera di Foggia. Nel 1685 Leone D’Andrea compare tra i primi dieci venditori con ben 693 rubbi di lana, equivalenti, considerando un rubbio pari a 8,910 chilogrammi, a oltre sei tonnellate.
Con la primavera inoltrata cominciava il viaggio di ritorno. Le greggi ripercorrevano i tratturi verso le montagne attraversando punti obbligati, detti “passi”, nei quali era necessario esibire la “passata”, il documento che attestava l’avvenuto pagamento della fida.
Ma la transumanza non era fatta soltanto di numeri, commerci e regolamenti. Era soprattutto una vicenda umana, scandita ogni anno dal dolore della partenza e dalla speranza del ritorno.
Secondo la tradizione, l’ultimo saluto dei pastori transumanti capracottesi alle proprie famiglie avveniva, agli inizi di settembre, nei pressi del santuario della Madonna di Loreto, all’ingresso del paese. Da lì uomini e greggi prendevano la strada verso la Puglia, dove avrebbero trascorso i lunghi mesi invernali lontano da casa.
Proprio per mantenere viva la memoria di quel momento, sul muro esterno della scalinata a doppia rampa che conduce alla chiesa della Madonna di Loreto è stato collocato negli ultimi anni un bassorilievo dedicato alla transumanza. Nella pietra prende forma un’intensa scena pastorale: il pastore con il bastone, il gregge in cammino, gli alberi, le colline e le montagne. Elementi semplici che raccontano silenziosamente una storia secolare di lavoro, sacrificio e appartenenza.
Anche il paesaggio che accompagna questa memoria sembra custodirne il significato: sulla destra si distingue il santuario della Madonna di Loreto di Capracotta, luogo dell’antico commiato dei pastori, mentre sullo sfondo domina l’imponente mole di Monte Capraro, presenza familiare e quasi simbolica nel paesaggio capracottese. La chiesa, la montagna e il cammino delle greggi finiscono così per comporre un’unica immagine, nella quale natura, fede e lavoro si intrecciano con la storia della comunità.
Non poteva esserci, dunque, luogo più significativo per ricordare la transumanza. Davanti alla Madonna di Loreto si consumava il distacco dalle famiglie; da lì iniziava un viaggio che avrebbe portato uomini e animali verso i pascoli pugliesi e che, mesi dopo, li avrebbe ricondotti a casa. Il rientro in paese avveniva entro il giorno di Sant’Antonio, segnando il ritorno alla vita familiare e comunitaria.
Quel bassorilievo è oggi un piccolo segno inciso nella pietra, ma racchiude una memoria molto più grande. Racconta generazioni di pastori, migliaia di pecore, partenze e ritorni, fatica, commercio, fede e nostalgia. Racconta, soprattutto, una parte fondamentale dell’identità di Capracotta.

