A 370 anni dall’epidemia di Peste del 1656 a Capracotta

Micco Spadaro – Largo Mercatello durante la peste a Napoli (1656)

Undici anni or sono avevo contribuito alla stesura di un opuscolo che descriveva la gravissima epidemia verificatasi nel nostro paese a metà del 17° secolo e nei giorni scorsi mi ha molto emozionato un articolo dell’amico Francesco Di Rienzo intitolato “13 settembre 1656: l’ultimo giorno della peste a Capracotta”, di cui mi piace riportare testualmente le seguenti espressioni:  

 “Nella nostra cittadina il morbo imperversò per 42 giorni, dal 3 agosto al 13 settembre 1656, lasciandosi alle spalle una tragedia di proporzioni impressionanti: 1.126 vittime su una popolazione di circa duemila abitanti. Più di un capracottese su due morì nel giro di appena sei settimane. I loro nomi sono conservati in un prezioso documento antico, il Catalogus Omnium Rerum Memorabilium, custodito presso la parrocchia della Chiesa Madre”

“Anno Domini 1656. La peste a Capracotta”

Questa tremenda epidemia decimò la popolazione del Regno di Napoli, compreso naturalmente l’Abruzzo e il Molise, causando lo spopolamento di interi borghi con ingentissime perdite umane; a Campobasso, per esempio, tra agosto e settembre del 16 56 si contarono circa quattromila morti e tante altre comunità subirono perdite enormi: così come nel vicinissimo comune di Carovilli in cui un’intera frazione, quella di Castiglione, fu quasi interamente abbandonata. La stessa parola latina “peste” del resto, derivata dal latino, significa distruzione o rovina.

Da vecchio medico perciò, appassionato di storia della medicina, non ho potuto fare a meno di ripensare a quel tragico periodo di cui non solo mancano notizie sull’andamento clinico della malattia, ma anche su quanto fu possibile mettere in atto dal sul piano assistenziale e di profilassi; e non è superfluo ripetere che solo in tempi assai più recenti è stato possibile riconoscerne l’origine batterica grazie al medico svizzero Alexandre Yersin che ne scoprì l’agente infettivo a  Hong Kong durante l’epidemia del 1894: e che porta appunto il nome di “Yersinia Pestis”. 

Questa grave infezione si manifesta principalmente nei roditori selvatici (per esempio ratti o scoiattoli) e viene trasmessa dall’animale all’uomo attraverso il morso di una pulce infetta chiamata “Xenopsylla Cheopis”; può anche essere diffusa attraverso il contatto con il liquido o tessuto di un roditore infetto, mentre la trasmissione interumana avviene mediante inalazione di goccioline di pazienti con infezione polmonare (peste polmonare primaria), che è molto contagiosa. In ogni caso, cercando di semplificare al massimo la terminologia medica, mi preme ricordare che della malattia si distinguono le seguenti tre varianti:

  • Peste bubbonica
  • Peste polmonare
  • Peste setticemica.

Di esse è la prima quella più nota e diffusa e soprattutto quella più tragicamente suggestiva di cui proverò a riassumere i caratteri; il suo periodo di incubazione è generalmente di 2-5 giorni, ma può variare da alcune ore a 12 giorni, con la comparsa improvvisa di febbre molto elevata e, talora, di grave ipotensione.

I linfonodi che drenano il sito di inoculazione dei batteri aumentano di volume e sono molto dolenti, essendo soprattutto coinvolti quelli in sede femorale o inguinale, seguiti dagli ascellari, dai cervicali ecc.: sono loro, infatti, che si trasformano in una grossa tumefazione, spesso molto tesa, che viene chiamata “bubbone”.

Mi è sorto quindi il desiderio di rileggere, dopo tanti anni, il XXXII° capitolo de “I Promessi Sposi” che Alessandro Manzoni aveva dedicato all’epidemia di Milano, verificatasi intorno al 1628; è davvero straordinario ma colpisce soprattutto l’impietoso realismo descrittivo relativo ai sintomi iniziali della “peste bubbonica” nel povero “Don Rodrigo”:

“…si sentiva al cuore una palpitazione violenta, affannosa, negli orecchi un ronzio, un fischio continuo, un fuoco di dentro, una gravezza in tutte le membra… Esitò qualche momento prima di guardar la parte dove aveva dolore; finalmente la scoprì, ci diede un’occhiata paurosa e vide un sozzo bubbone d’un livido paonazzo”.

Si può ora pensare, come per altre gravi infezioni batteriche, che anche la peste si possa considerare scomparsa indipendentemente dalle attuali, brillanti possibilità di terapia antibiotica; in realtà non è così perché essa si ripresenta sporadicamente in piccole epidemie localizzate: come quelle, abbastanza frequenti, che si registrano in Africa o che tuttora si verificano negli Stati Uniti in zone rurali del Sud-Ovest.

Così, riflettendo al tragico scenario dell’epidemia capracottese, per di più immaginando le condizioni socio-sanitarie di quel remoto periodo, ricordo che allora era in vigore la cosiddetta “teoria miasmatica” secondo cui le malattie contagiose si diffondevano attraverso l’inalazione di “aria corrotta” e “cattivi odori” (miasmi) emanati dai corpi e dalle sostanze in decomposizione; mi sono chiesto, perciò, se anche nella nostra regione e soprattutto a Capracotta fosse stato fatto il tentativo di arginare in qualche modo la diffusione della malattia, almeno utilizzando il famoso “abito del medico della peste” ideato nel 1619 dal francese Charles de Lorme ma, purtroppo, non sono riuscito ad averne conferma.

Questo singolare indumento era composto di una lunga tunica cerata con guanti, stivali e occhiali protettivi che comunque impedivano la puntura delle pulci, ma il suo accessorio più caratteristico era la maschera a forma di lungo becco (circa 20 cm): che conteneva la cosiddetta “teriaca”, una complessa mistura di oltre 55 erbe aromatiche, paglia, spezie, e aceto considerata importante per ritardare il passaggio dell’aria, purificandola prima che fosse inalata.

Per tutto ciò è comprensibile che il mio pensiero sia andato ai moderni kit di protezione sanitaria: non tanto e non solo a quelli ora impiegati nei reparti di terapia intensiva o di malattie infettive, ma soprattutto a quelli ideati per trasportare e curare pazienti affetti da patologie diffusive molto pericolose come quella da “virus Ebola”: progettati di recente, che io sappia, dal “Center for Bioengineering Innovation and Design della Johns Hopkins University”, non faccio neppure il tentativo di descriverli.

Sono certo, d’altro canto, che la mia suoni come un’assurdità ma è verosimile ritenere che,  mutatis mutandis e dopo quasi quattro secoli, essi non siano poi così differenti dalle antiche “tute a becco” ideate da Charles de Lorme; e mi avvio infine alla conclusione condividendo  l’esortazione dell’amico Francesco a tenere viva la memoria delle 1.126 sfortunate persone decedute per quella gravissima epidemia: sempre con molta gratitudine per quel valoroso manipolo di sopravvissuti cui si deve l’esistenza stessa di Capracotta.

Aldo Trotta