Ancora una grande emozione: dalle campane di Capracotta

Particolare di una campana della Chiesa Madre. Foto: Cesare Di Bucci

Se qualcuno mi chiedesse qual è il ricordo di Capracotta che mi emoziona maggiormente non esiterei a rispondere che è il particolare, dolcissimo suono delle sue campane: al cui misterioso linguaggio avevo già dedicato un piccolo racconto. Durante l’estate scorsa, quando erano imminenti le celebrazioni per i trecento anni della nostra Chiesa, si è corso il rischio di non poter utilizzare la sua campana più grande: che ha un diametro di 120 centimetri e un peso di 10 quintali ma che non può certo essere paragonata a tantissime altre: ad esempio quella del Santuario di San Gabriele, in Abruzzo, che pesa ben 50 quintali ed ha una circonferenza di 6 metri.

Della nostra si era improvvisamente rotto il cosiddetto “castello di sostegno” che consiste in una particolare trave a forma di Croce latina che, oltre a sorreggerla, le consente di oscillare sul suo asse di rotazione; è superfluo, peraltro, sottolineare che si tratta di una struttura esposta per decenni alle intemperie del clima e soprattutto alla neve e al gelo invernali. E’ stata comunque provvidenziale, oltre che tempestiva, la riparazione effettuata dalle maestranze della “Fonderia Marinelli” di Agnone: la stessa antichissima industria, fondata nel 1339, che all’inizio del secolo scorso aveva costruito e posizionato la nostra campana. Stupisce davvero che il suono dei loro bronzi non si diffonda solo in Italia, ma in tutto il mondo: per esempio nel  Santuario di Pompei, nell’Abbazia di Montecassino, nella Cattedrale di Buenos Aires e nel Santuario di Lourdes; una delle campane più famose è anche quella donata all’ONU nel cinquantenario della sua fondazione e di essa colpisce molto la sua profetica quanto, purtroppo, disattesa iscrizione:

“Le nazioni non saranno più in lotta tra loro

  e cesseranno di prepararsi alla guerra” (Is 2,4).

Sarebbe ora impossibile che cercassi di ripercorrere, anche solo per sommi capi, la millenaria storia delle campane e preferisco soffermarmi sulla loro simbologia e su aspetti meno conosciuti: pur sottolineandone, naturalmente, il ruolo fondamentale per l’intera cristianità.

Ignoravo, per esempio, che la durezza del bronzo indicherebbe la forza dei predicatori del Vangelo e il battaglio la loro lingua, mentre la catena cui la campana è sospesa rappresenterebbe la meditazione; tanto meno sapevo che il castello di sostegno fosse ispirato al legno della Croce di Cristo.

E’ capitato così, per la prima volta, che mi ponessi il quesito se la campana può definirsi o meno uno strumento musicale e ho scoperto, non senza sorpresa, che “tre sono gli ingredienti che compongono la tradizione campanaria e ne costituiscono l’essenza: il campanile come teatro, le campane come strumento e il campanaro” come musicista; a proposito di quest’ultimo è stato difficile, anche per me, scostarmi dall’immaginario collettivo che lo ha sempre considerato un semplice volontario che si assume l’impegno di tirare  una corda; ma ho dovuto prendere atto che il “campanaro”, come spesso è avvenuto in diverse regioni italiane e in molte nazioni del mondo, riesce a conferire alle campane quelle singolari caratteristiche per cui è possibile parlare di tradizione musicale e di arte. Tutto ciò senza nulla togliere, naturalmente, al grande sacrificio di cui siamo debitori nei confronti dei tanti umilissimi “campanari” capracottesi che si sono avvicendati nel tempo; in ogni caso non è superfluo ricordare che storicamente, intorno al 1500, ci sono stati anche alcuni valentissimi costruttori di campane nati a Capracotta.

Molto istruttiva per me è stata l’occasione di assistere a Capracotta, nei giorni dei festeggiamenti che citavo, a un  suggestivo concerto per “organo e campane” di cui si sono alternati rispettivamente l’amico Francesco Di Nardo e il maestro Giulio Costanzo; e solo un profano come me poteva meravigliarsi che quest’ultimo suonasse con il martelletto uno strumento composto da tanti bronzi di ogni grandezza e tonalità, collocati in Chiesa su di un’apposita struttura.

Leggevo poi che in una provincia della Cina meridionale è stato ritrovato un complesso di 65 campane risalenti al V° secolo a.C. che occuperebbero lo spazio di una moderna sala da concerti; e questa mi sembra la prova migliore dell’esistenza, da tempo immemorabile, di grandi musicisti che utilizzano, pressoché esclusivamente, le campane come strumento musicale.

Del tutto sinceramente non pensavo fosse così ricca la letteratura scientifica e storiografica su questo argomento; ed è stato piacevolissimo leggere il libro di Graziella Merlatti intitolato “Di bronzo e di cielo – Campane: storia, simboli, curiosità”; di cui mi piace riportare la magnifica definizione cui si ispira lo stesso titolo:

“Le campane sono un misterioso impasto di bronzo

e di cielo, di festa e di lutto, di tempo e di eternità”.

E’ stato ancor più sorprendente, per me, apprendere che esistono interi volumi di poesie dedicate alle campane come quello di Silvia Bre, finalista del Premio letterario Strega 2022, intitolato appunto “Le Campane”; assai più conosciuti, invece, anche da me ed anche  più numerosi, i singoli componimenti o le semplici citazioni poetiche.

A cominciare dai versi, famosissimi, di Giacomo Leopardi ne “Il sabato del villaggio”:

“…or la squilla dà segno

della festa che viene

 ed a quel suon diresti

che il cor si riconforta”.

Non posso infine fare a meno di aggiungere che in maniera del tuto casuale, mentre già pensavo a queste pagine, la mia attenzione è stata attirata da una poesia della cara concittadina Flora Di Rienzo, anch’essa dedicata alle campane; e, mentre mi piace pensare che ci abbia accomunati la stessa grande e sempre nuova emozione, sono certo che non me ne vorrà se, per concludere il mio pensiero, prendo a prestito i suoi ultimi, splendidi versi:

“(La  voce della campana)

…ogni volta alla preghiera tutti

chiama,

all’unione dei cuori,

al giubilo, alla pietà cristiana

quasi fosse parola umana”.

Aldo Trotta